Dall’1 all’11 aprile 2026 ho portato a New York The soul of the neighborhood una residenza artistica ospitata dal bistrot e bookshop Sullaluna. Il progetto è stato reso possibile grazie al sostegno della Ragusa Foundation for the Humanities di New York. Le illustrazioni realizzate in questa residenza saranno pubblicate all’interno di un progetto editoriale a cura di Red Star Press
All’aeroporto di Fiumicino ho letto una pubblicità che diceva “sovranità digitale”.
Certe parole brutte ci restano magnificamente in testa. Il cervello ha dei criteri tutti suoi e invece di trattenere cose utili si porta dietro roba come, appunto, “sovranità digitale”.
Arrivata a New York ho visto i cani. New York è praticamente una città composta al 50 per cento da umani e al 50 per cento da cani. Cani anche molto ben regolati e stabili emotivamente. Io invece, appena arrivata, pensavo di aver perso la valigia.
Stavo a Chinatown. La mattina mi svegliavo e vedevo le persone fare quei movimenti lenti nei parchi. Stare da sola in una città così grande, partire da sola, ha quella vibrazione un po’ cretina e fortissima che ti fa emozionare pure per dei campetti da basket, pure per la gente, pure per i vecchietti che fanno tai chi.
Ma ero lì per un progetto. Disegnare tanto, disegnare tutto. Per sfruttare il più possibile tutta la fortuna che avevo avuto nello stare lì, con uno sponsor e due talk in due università.
Il progetto
Quindi il 2 aprile è iniziato il mio progetto da Sullaluna. Sullaluna ha la sua prima sede a Venezia, un bookshop dedicato all’illustrazione per l’infanzia. Poi due anni fa Fulgi Tonello, il figlio di Francesca Rizzi, la responsabile sia della sede di Venezia sia di quella di New York, ha deciso di aprire la sede negli Usa. Rispetto a quella di Venezia è più bistrot che bookshop, ma comunque ci sono moltissimi libri da sfogliare.
Lì, a New York, a tenere insieme il posto c’è Giulia Aguì, che alla fine ha anche allestito la mostra con tutte le mie illustrazioni. Mitica. Poi ci sono tutte le altre persone che lavorano lì. Benedetta, che studia medicina. Marco, metà italiano e metà americano.
Ho iniziato a lavorare sui ritratti quasi subito. Prima dieci, poi venti, poi altri, fino ad arrivare a sessanta. Penso che una parte del motivo per cui faccio questa cosa dei ritratti stia nel fatto che per pochi minuti due persone estranee stanno dentro la stessa cosa.
La maggior parte delle persone iniziavano a raccontarsi quasi subito, e io mi ritrovavo dentro discorsi intimi, a volte anche molto personali. Credo che il tempo breve, la possibilità di non andare oltre con la conversazione, offra una scorciatoia. Non ci si conosce davvero, non c’è il tempo di costruire niente e allora a volte si dice una cosa profonda con una naturalezza che in altri contesti non esisterebbe. Forse perché non c’è il futuro della relazione che pesa sulle frasi.
A New York sembra tutto così bello, così cool, così “aesthetic” e così gentile. E non facevo altro che pensare, ma voi, con tutta la vostra “coolness”, non avete paura?
Perché era lì dal giorno 1, il grande elefante (rosso) nella stanza. Trump.
New York pare quasi una città da sentire per estremi. Se non sei nella parte del disagio, sei nella parte di chi sta bene. Se non sei tra gli arrabbiati, sei tra quelli felici. Per strada molte persone parlano da sole, fanno monologhi, ti guardano male. Poi però, dopo due o tre giorni, ti abitui. Impari a non fissare.
Il grande elefante rosso nella stanza c’era, eccome. Ma quasi mai entrava davvero nelle conversazioni.
Io mi aspettavo più segni politici in giro o più street art a tema. Invece niente, o quasi niente. Mi sono fermata a parlare con una street artist che stava facendo un muro, in quel momento, e le ho chiesto com’era la situazione dal suo punto di vista. Mi ha detto che le persone sono divise esattamente a metà, da una parte molto arrabbiate, mentre l’altra metà fa finta di niente.
La politica esiste, ma devi stare nei posti giusti per intercettarla, quindi, ho iniziato a chiedere in giro, a fare domande più esplicite. C’è chi sostiene che al lavoro non se ne parli quasi mai perché si rischia di essere licenziati e che quindi nei contesti corporate sia meglio evitare. C’è chi pensa che tanto passerà, che dopo questo verrà altro. Nel frattempo però le proteste c’erano. Durante i miei dieci giorni lì ce ne sono state diverse, ma due abbastanza importanti, una contro l’Ice, una contro Trump.
Poi ci sono state loro due, Yale e NYU. Ho dialogato con gli studenti di Alessandro Giammei (Yale University) e con gli studenti di Andrea Capra (NYU).
A Yale ho parlato in italiano del mio lavoro. Yale è per forza e in primo luogo un posto magnifico, ma se guardi bene noti quei dettagli che simulano l’antichità e rifiniture quasi da case shabby chic anni duemila, questi muri a buccia d’arancia mi hanno fatto sentire molto a casa. La NYU invece è più dentro la città, più nervosa forse, lì mi sono sentita più esposta, più tesa, oltre al fatto che ho parlato in inglese.
Brevitas
«Cosa vuoi, capire New York in dieci giorni?», mi ha chiesto un ragazzo mentre stavo bevendo il mio spritz con dentro cose tipo succo di fiori di qualche strana esotica pianta, a Bushwick.
Io in realtà non volevo capire New York. Volevo trovare il senso di quello che stavo facendo lì.
Poi mi è sembrato sempre più chiaro che il mio motivo fosse il breve. Che non è una forma minore o solo il riassunto di qualcosa di più lungo e quindi di più ricco. Io in fondo sono sempre stata una che col breve se la cava bene. Nel disegno, nelle storie, nelle sintesi, nei punti precisi. Dalla vignetta alla praticità di una mail.
Alla fine, più passavano i giorni, più mi sembrava chiaro che il centro del progetto non fosse New York in sé.
Era il breve. Brevi i ritratti. Brevi le conversazioni. Breve la residenza. Breve il tempo di apparire nella vita di qualcuno e poi andarsene. Breve la possibilità di farsi dire una cosa estremamente profonda o estremamente superficiale da uno sconosciuto e poi sparire.
Da quel momento ai ritratti che facevo ho unito frasi. Vere, che la gente mi diceva. E i ritratti sono improvvisamente diventati storie, sessanta storie di vita.
L’ultima sera l’ho passata prima a festeggiare il progetto con la mostra da Sullaluna, poi a casa di Andrea e poi sul rooftop del palazzo dove abita Benedetta, sì, quella che studia medicina.
Poi è finita.
In un vortice velocissimo spazio-temporale sono finita nell’aereo di ritorno e poi a casa, a Roma, sulla Portuense.
È buffa, questa cosa successa in dieci giorni. La sensazione è quella di quando vai a trovare un amico in un’altra città e, dopo cinque minuti, sei già in giro con gente mai vista, a vedere posti a caso, bere qualcosa, parlare con una confidenza del tutto immotivata.
Un’intimità un po’ assurda, che può esistere solo in una dimensione breve, mai nella lunga durata. Come se l’istinto, uno sguardo o una sensazione a pelle, fossero davvero capaci di raccontare intere enciclopedie di umanità. Anche dall’altra parte del mondo.
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