Ombre folli (Adelphi 2026) raccoglie le lettere che si sono scambiati i due grandi scrittori tra il 1927 e il 1938. Dentro non ci si trova una lucida analisi dell’imminente tragedia del nazismo, quanto piuttosto il loro dramma psicologico di fronte alla tempesta che stava inghiottendo il loro mondo
«Da quando Hitler è andato al potere, i giornali austriaci mi trattano come non esistessi. E anche nelle redazioni non ho più amici», scrive a Stefan Zweig un querimonioso Joseph Roth, frastornato dalla natura metamorfica di un intero apparato culturale che andava allineandosi al cannibalismo ideologico della Germania nazista. Era il settembre 1934: il cancelliere Kurt Schuschnigg era succeduto a Engelbert Dollfuss, assassinato pochi mesi prima proprio perché aveva provato a frenare le mire espansionistiche di Hitler costruendosi una dittatura tutta sua, repressiva e monopartitica. D’altro canto, la strategia mimetica dell’Austria era destinata a un repentino fallimento, perché di lì a poco Hitler avrebbe provveduto a una ben più efficace normalizzazione a mezzo Anschluss.
Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile, lo scambio tra Roth e Zweig, Ombre folli. Lettere 1927-1938, pubblicato da Adelphi, prefato e tradotto da Ada Vigliani e impreziosito da un rimarchevole apparato critico. Il lettore non creda però di imbattersi nelle intuizioni folgoranti di due acuti osservatori dinanzi a una civiltà prossima al disastro. Piuttosto, il libro restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.
Riflesso di confusione
Nella confusione morale e politica di un’Europa impietrita dal basilisco fascista, Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca, e anzi ne riflettono tutte le note distintive. Intriso di una nostalgia quasi infantile, Roth era l’incarnazione dell’inquietudine, proclive all’isteria, preda della dipendenza alcolica, sempre in debito di denaro e puntuale solo nell’autocommiserazione. Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile, sapeva essere ben più sobrio e composto nelle forme, ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri” gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro, colma di virtù e dignità.
Un dramma vissuto diversamente
Il dramma psicologico raccolto nell’epistolario mostra quanto fosse difficile per questi due ebrei austriaci, profondamente radicati nella cultura germanofona, abbandonare il sogno di una completa ibridazione tra l’ebraismo cosmopolita e il mondo tedesco.
In questo pianto a due, però, quel che più spicca è la diversità nella risposta emotiva. Già da tempo Roth aveva intuito la magnitudine del dramma. La leggeva inscritta nella precarietà economica, nel forzato esilio di troppi, nella disaffezione dei lettori, mentre la violenza colonizzava il linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri. Zweig ne censurava le «fantasie pessimiste» e gli consigliava di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».
Ma di questa sua cecità iniziale, che più tardi avrebbe aspramente rimproverato a sé stesso, Zweig sembra consapevole pur senza averne coscienza, quasi fosse una tacita scelta. Questa incosciente consapevolezza traluce in forma obliqua, come in una confessione in terza persona, quando in una lettera del gennaio 1929 scrive: «La vera vita è la doppia vita. Solo da una prospettiva anonima si vede il mondo come veramente è».
Egli si lamentava qui degli oneri del successo, ma la verità che gli sfuggiva quando viveva la propria esistenza in prima persona era un’altra e ben più profonda: sapeva di essersi pienamente identificato con l’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici, che gli impediva di riconoscere il fallimento – suo e di un intero orizzonte culturale. Già dal maggio del 1933 – solo due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri – Roth gli rimproverava un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…) Dall’alto della Sua noblesse Lei non è in grado di comprendere gli istinti di un portinaio. Perciò non ha mai visto i prussiani come li vedo io. Io li ho conosciuti in battaglia».
Diagnosi del presente
È per questa vena anti-profetica e spoglia di ogni titanismo che Ombre folli si fa diagnosi del presente. Questi due sommi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera genia di intellettuali presi alla sprovvista, alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una studiata ottusità. E se certo è complicato vaticinare la propria fine, persino quando di essa v’è certezza, nella piega neo-weimariana dei nostri giorni occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e ammettere il dato originario dell’irredimibile demenza umana.
Occorre dunque oggi cercare di apprendere dai propri morbi passati, quelli che un secolo fa furono capaci di sterminio, e riconoscere che, di nuovo, come allora concludeva Roth, «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva». Quando arriverà la fine, potremo almeno bearci dell’onesta convinzione che, ben più lucidi di Zweig, sapevamo già tutto.
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