Se facciamo risalire al 1958 l’anno della prima grande rivoluzione linguistica della storia della musica italiana, con la vittoria di Domenico Modugno al Festival di Sanremo con Nel blu dipinto di blu, va spostata di qualche anno dopo, con l’uscita del primo LP omonimo di Gino Paoli del 1961, l’anno in cui questa rivoluzione si è finalmente data al mondo su larga scala in formato 33 giri. I pezzi presenti nell’album, visti da qui, sono quasi tutte le più grandi hit del cantautore, ci sono La gatta, Senza fine, Sassi, Il cielo in una stanza, come si confaceva allora quella pubblicata sotto l’egida di Nanni Ricordi era, di fatto, una raccolta di brani pubblicati fino ad allora in 45 giri, tutte canzoni destinate a entrare in qualcosa da cui, per definizione, si può sì entrare ma mai uscire: l’immaginario collettivo.

La scrittura di quelle canzoni è bizzarra per l’epoca, ognuna di loro contiene qualcosa di lirico, sembra rubare dalla scrittura della chanson francese e al contempo rappresentare una forma nuova, un’assoluta novità, in una sorta di mix inconsueto di classicità e contemporaneo. «La vecchia / soffitta vicino al mare» scandita come si scandisce un enjambement, e poi i «Sassi che il mare ha consumato / sono le mie parole d’amore per te» che sono ossi di seppia montaliani dell’amore, sassi levigati e lisciati da decine di risacche e di onde morbide o crudeli, proprio come le parole d’amore pronunciate migliaia di volte da chiunque, da ogni innamorato nella storia.

Nessuno aveva mai avuto simili intuizioni, nessuno aveva rotto il giocattolo così bene, ora lo stavano facendo in due: Paoli guardando alle cose piccole e Tenco studiandone il motore, il primo riuscendo addirittura a renderle vivacemente e melodicamente in una forma canzone capace di abbracciare un pubblico tanto vasto, non la nicchia ma la massa, le spiagge, i jukebox.

La novità  

Inizialmente criticato per il Cielo in una stanza da Alfredo Rossi delle edizioni Ariston, Paoli viene rispedito a casa perché «dispiace molto, ma quella in questione non è una canzone» e questo perché nel brano manca il ritornello. Alfredo Rossi non capisce che proprio quello è il punto, quella l’enorme novità, una tra le tante: fare canzone immaginando per lei nuove forme lontane dalle formule.

La storia della canzone è passata agli annali: Paoli vuole raccontare l’orgasmo, vuole raccontarne l’inafferrabilità, insiste sul senso di astrazione del corpo, sulle sensazioni impossibili da trattenere, prolungare, quelle sensazioni che una volta sperimentate si perdono in un istante definitivamente fino alla volta successiva. Il ritornello manca probabilmente proprio per questo desiderio di restituire la sfuggevolezza dell’istante: quale modo migliore per farlo, di privare anche il pezzo del suo momento più afferrabile, appunto, l’inciso?

Paoli, nella voce di Mina che infine porterà il brano a un successo intercontinentale, vuole raccontare un assoluto, un fatto del tutto impalpabile, qualcosa che partendo dal corpo afferisce infine a una sfera immateriale: per farlo sceglie di attraversare l’ambiente, il corpo fisico della stanza, proprio come il piacere attraversa il corpo degli amanti, finendo paradossalmente per smaterializzarlo. Anche il soffitto viola si smaterializza, smette di esistere, il piacere trafigge il cielo, sconfina, distrugge il limite. Semplicemente, è una rivoluzione.

Poetica montaliana

Di sassi, soffitti viola, posaceneri, capelli sparsi sul cuscino, stanze, care, film “veduti” e vissuti sarà pieno il canzoniere di Paoli, l’oggetto (materiale e culturale) si fa centrale nella sua linguistica al punto da definirne la poetica, la parola “cose” non è più di troppo, anzi, «le cose dell’amore» non sono più solo quelle dell’anima innamorata, sono proprio gli oggetti dell’amore, «l’ufficio delle cose perdute» diventerà una metafora perfetta.

Eugenio Montale, col suo correlativo oggettivo, ritorna dunque nella poetica di Paoli, lo stesso Montale che sembra fare capolino quando in Sapore di sale, l’autore scrive, tornato in città dalle spiagge di Capo d’Orlando: «Qui il tempo è dei giorni che passano pigri / E lasciano in bocca il gusto del sale» come il poeta ligure, l’altro, nei Limoni: «Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo / nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra / soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase», in entrambi i casi il racconto di una triste parentesi dentro la bellezza, una forma di pacata tristezza per una realtà lontana e priva della stessa magia del tempo di mare: per quel mondo che è, appunto, come dice Paoli, «diverso, diverso da qui».

ANSA
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C’è Senza Fine per Ornella Vanoni, che farà innamorare Frank Sinatra che la dedicherà a Mia Farrow definendola la canzone del loro amore, e da lì in poi un’infinita fila di bizzarrie esistenziali (amanti chiacchieratissime, un tentato suicidio, figlie illegittime, suicidi, esperienze in parlamento come deputato del Pci) che accompagnano un’altrettanto infinita quantità di colpi da maestro se non proprio di capolavori.

Ultracelebrato per i suoi brani, Paoli resta troppo poco conosciuto per i suoi interi album straordinari: Basta chiudere gli occhi, il suo capolavoro del 1964 in primis, con arrangiamenti di Luis Bacalov ed Ennio Morricone, che include pezzi come Vivere ancora, Ricordati e Nel corso (scritto da Morricone con Lina Wertmüller) inseriti nella colonna sonora del masterpiece Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci; la trilogia dei colori, tre album che Paoli compone dopo aver temporaneamente abbandonato la canzone, aver lavorato per tre anni come oste a Levanto ed essersi trasferito per qualche tempo a Bozzolo, nella provincia di Mantova.

Sessant’anni di storia artistica

Composta da Le due facce dell’amore (un album bianco con arrangiamenti di Giampiero Boneschi), Rileggendo vecchie lettere d’amore (copertina nera e nuovi arrangiamenti, sempre di Boneschi, di grandi successi di Paoli) e Amare per vivere (bordeaux, in cui troviamo la grandiosa Amare inutilmente, inclusa nella colonna sonora di Ecce bombo di Nanni Moretti, che in Bianca inserirà nuovamente Gino Paoli, in una grandiosa scena indimenticabile del film), la trilogia esce per la casa discografica Durium. Il successivo I semafori rossi non sono dio, è un’altra prova imperdibile in cui Paoli si misura con temi nuovi per lui: la libertà, la democrazia, la questioni della psiche e le ossessioni. L’elenco, da lì in poi, sarebbe ancora lungo.

Quelli attraversati da Gino Paoli sono sessant’anni tondi di storia artistica e di dischi, includono una varietà straordinaria di attraversamenti esistenziali, dentro ci sono la depressione, sempre sfiorata ma mai vissuta davvero, i dolori, le rinascite, i successi, le perdite, le scoperte.

Il cantautore che ha rivoluzionato la canzone italiana porta il suo nome, il suo lascito è infinito, ci accompagnerà in tutti i futuri possibili, perché parte ormai del tessuto naturale, endemico di ogni canzone da scrivere nella nostra lingua. Paoli ha vissuto per tutta la vita con una pallottola appiccicata al cuore, anche da anziano era un eroe romantico incapace di abbandonare gli oggetti della sua vita: un vecchio pianoforte, ninnoli di varia sorte e molti ricordi. Una vita di oggetti, come tutti quelli delle sue canzoni.

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