Il cantautore, scomparso martedì 24 marzo 2026, quasi tre anni fa pubblicava la sua autobiografia, Cosa farò da grande. «Se una cosa mi fa piangere bene, se no non me ne frega niente. Può essere una cosa fatta benissimo, ma se non mi passa quell’emozione lì non mi interessa. Se non hai molto culo, il talento sta lì, galleggia ma non è sufficiente»
Ripubblichiamo l’intervista di Giulia Cavaliere a Gino Paoli, morto oggi 24 marzo 2026, che era uscita sul numero di novembre 2023 del nostro mensile di cabaret culturale Finzioni.
Gino Paoli vive nella sua Genova, la sua casa un po’ anni Settanta ha un ingresso di quelli affascinanti e oggi molto in voga in certi cataloghi Taschen a tema androni, i suoi balconi danno sul mare e guardano a una zona della città che non ha spiagge ma scogliere bellissime e il mare blu più sottovalutato di questo Paese.
È una giornata di primo autunno, pioviggina, il fico d’india gigante copre la curva del cancello di casa Paoli, mentre sulla montagna alle sue spalle, asini e cavalli di famiglia sostano con gli occhi rivolti all’orizzonte, dove le case color pastello e le onde placide nonostante il maltempo sembrano conservare l’ultimo residuo di questa estate senza fine.
Sogno di incontrare il padre della canzone italiana moderna da molti anni, a darmene l’occasione è l’uscita della sua autobiografia appena uscita per Bompiani, che porta il titolo di una sua canzone, Cosa farò da grande, frase buona a garantire all’autore una dose magica e inevitabile di concessioni a meravigliosi slanci bambineschi.
Classe 1934, Gino Paoli mi accoglie attento in mise casalinga nel suo studio pieno di libri e oggetti che, mi dirà, hanno tutti una storia, sulle sue calze ci sono riprodotti cappelli da cowboy dai colori fluo e sulla sua maglia di cotone, sua moglie Paola, ha coperto un piccolo foro con una toppa con l’iniziale G. Di Gino. Paola è una signora splendida e accogliente, assiste e partecipa all’incontro. Mi accoglie sul divano di pelle bianca con acqua, caffè e straordinari, giganteschi canestrelli genovesi
I suoi biscotti preferiti?
Sì, amo i canestrelli, mi riportano sempre alla memoria quando ero piccolo. Io sono uno che sente molto questo richiamo dell’infanzia, quando sento certi odori, sapori, profumi, tipo l’erba tagliata, è difficile che non mi emozioni in modo potente: mi riportano subito a quando avevo sei, sette, otto anni. È una cosa che mi arriva forte e infatti la faccio ridere: quando faccio il bagno voglio le le paperelle come quando ero bambino.
Si parla sempre di romanticismo nella sua accezione erotica, ma anche questo è romanticismo.
Temo di sì. lo continuo a dire che sono romantico. Lo confesso. Adesso questa parola ha preso un’accezione negativa perché la gente ha bisogno di correre. Invece il romanticismo è fatto di lentezza, la richiede. Romanticismo poi alla fine è riferirsi più ai sentimenti che alla logica. Il pragmatismo non mi appartiene quasi per niente. Il mio rapporto col denaro è terribile e il mio rapporto con gli oggetti è del tutto sentimentale.
Qual è la cosa più romantica che ha fatto?
(Chiede alla moglie) Paola, qual è la cosa più romantica che ho fatto? Dovrebbe saperlo lei, è anche la mia consulente. (Ride)
Nel libro, romantico è anche suo padre che ascolta di nascosto i suoi dischi e lei lo scopre solo dopo il suo funerale.
Mio padre era un uomo che si era adattato a essere nel modo in cui dovevano essere i padri allora. Cosa che non c’entrava niente con lui perché era una persona dolcissima, però lo era fuori di casa con tutti fuorché con noi figli perché allora il padre doveva essere il severo applicatore di ogni legge; io l’ho capito dopo, quando sono andato via di casa, lì ho ricostruito un rapporto con lui come essere umano. Era uno che vedeva le cose o bianche o nere, io uno che le vede sempre con un sacco di grigi. Lui era sicuro di tutto, io ero sicuro solo dei miei dubbi, per cui mio padre l’ho capito quando ha smesso di sforzarsi di fare il padre.
Ascoltavate Puccini, qualcosa che ha dato i suoi frutti, secondo molti in Puccini c’è la radice della canzone italiana.
Della mia canzone, senz’altro. Puccini mi fa sempre piangere e se una cosa mi fa piangere bene, se no non me ne frega niente. Può essere una cosa fatta benissimo, bellissima, tecnicamente perfetta. Ma se non mi passa quell’emozione lì non mi interessa. E se c’è l’ultimo atto della Bohème, io piango tutte le volte, non c’è verso. Se lei me lo mette adesso, qui, io piango.
Cos’altro la fa piangere?
Adesso è tanto tempo che non piango perché ci sono state cose per cui avrei dovuto piangere tanto e allora non ho pianto per niente ma piango proprio soprattutto sui rapporti tra padre e figli. Per i rapporti d’amore erotico non piango, mi emoziono ma non piango, invece se per esempio un padre un figlio non si capiscono e poi si abbracciano lì io cado giù.
Ma quindi mi sta dicendo che non ha mai pianto per una donna?
No, mi sono sempre innamorato con la conoscenza, senza farmi male, non ho mai vissuto quelle cose lì tipo colpo di fulmine, non mi sono mai innamorato di un corpo, mi posso innamorare di una persona solo conoscendola. E poi però sono fregato per sempre.
Nel libro dice che lei non ha mai cercato nessuna, che tutte venivano da lei, di cosa si innamoravano?
Non lo so, me lo sono chiesto sempre, perché io non mi apprezzo neanche un po’, né fisicamente né umanamente.
Dice anche che nella vita il 10 per cento è talento, il resto è fortuna.
Non fortuna, direi proprio culo. Ho conosciuto molti talenti, anche quando non erano espressi li ho sentiti, perché io sono un talento e se sei un talento riconosci gli altri talenti, non ti impressionano quelli bravi, bravissimi, ma quelli che hanno un guizzo proprio naturale dentro. E se non hai molto culo, il talento sta lì, galleggia ma non è sufficiente.
Una sua botta di culo?
Mariano Rapetti, il padre di Mogol, alla Ricordi mi disse che non sarei andato bene col Cielo in una stanza, che non avevo un valzer e non avevo l’inciso, poi suo figlio ha preso la canzone e l’ha portata da Mina. Mi è andata benone direi.
La prima volta che ha visto Mina, se la ricorda?
Sì, era prima ancora, una serata al Teatro Lirico, a Milano, ricordo che cantava le sue prime cose “Nessuno ti giuro nessuno…” e che ebbe un successo enorme, devo dire che mi ricordo anche che indossava una minigonna vertiginosa e dato che il palco era molto in alto rispetto alla platea, si vedeva tutto.
La sua versione di Il cielo in una stanza fu un successo clamoroso.
Mina l’ha capita, amata e cantata subito, quando lei l’ha incisa erano tutti commossi, lei si è messa a piangere, gli orchestrali han fatto un applauso e si sono alzati tutti in segno di omaggio. Così mi disse Tony De Vita che dirigeva l’orchestra: «Avrai un successo della madonna». Aveva ragione.
È un pezzo che ha cambiato per sempre le regole della canzone italiana.
Pensi che proprio l’altro giorno eravamo a cena con Francesco Guccini che diceva che le nuove regole della canzone lo ho stabilite io. Nel senso che in effetti era vero, nel Cielo in una stanza non c’era né ritornello né niente, però ha funzionato così. Lo devo aver fatto inconsciamente, avrò cambiato le regole perché semplicemente io alle regole non ci sto mai.
Oltre al culo, serve anche la disciplina?
Io ce l’ho avuta nel cantare, perché quando ho incominciato non sapevo neanche cosa volesse dire. E quindi quella sì. Per il resto niente, che tu voglia o non voglia se c’è qualcosa nella tua testa che si muove da sola, si muove e basta.
È l’ispirazione?
Non so, diciamo che io scrivo musica e parole insieme, quando comincio una canzone la scrivo per intero, non prima il testo, non prima la musica. «Che cosa c’è? C’è che mi sono innamorato di te» e fin lì tutto ok, quell’incipit mi dà un modulo di riferimento per andare avanti. Ogni volta che nasce qualcosa così, tutto insieme, effettivamente mi domando come mai, da dove venga.
Lei ha lavorato con tanti arrangiatori, da Morricone a Bacalov, da Reverberi a Boneschi, una figura centrale che manca molto nella musica italiana di oggi.
Tutti fondamentali, è vero, a volte ci si discuteva eh, quando magari erano attaccati più a quello che volevano fare loro che a quello che volevi tu per la tua canzone; per esempio di Morricone le racconto una cosa: gli ho fatto fare sette volte l’arrangiamento di Sapore di sale perché non andava mai bene, lui si era laureato in tromba e ci voleva sempre schiaffare dentro ‘sta tromba e ‘sti fiati ma io non li volevo proprio.
Ma poi ci ha messo un solo di sax suonato da Gato Barbieri!
Eh sì, sapevo che a Roma girava questo sassofonista bravissimo che stava praticamente col culo per terra e allora lo chiamai e gli dissi di venire in sala d’incisione perché volevo che lui facesse qualcosa. Lui sapeva solo che c’erano otto battute e che doveva riempirle: ha fatto come girava a lui, avendo sentito la canzone intera, e secondo me ha fatto una cosa bellissima.
E dunque cos’è per lei l’arrangiamento?
Per me è come l’orizzonte. Sopra e sotto l’orizzonte ci sono le tue parole e la tua musica, che sono il cielo e il mare.
Parlando dei suoi anni Sessanta milanesi alla Ricordi racconta che di notte, pur di vedere qualcosa che le ricordasse il mare, andava all’Idroscalo; vive da sempre nella sua Genova, è un nuotatore e nel libro racconta anche le sue immersioni, ma se non avesse vissuto qui, dove le sarebbe piaciuto stare?
Credo che malgrado tutto, malgrado i difetti che ha, avrei scelto Napoli, è vero quando si dice che a Napoli sono tutti artisti tutti perché hanno molto più spesso che altrove un punto di vista diverso, usano l’arte per trovare una via diversa per risolvere le questioni della vita. Hanno un’altra testa. Poi ho scoperto che ci sono certi punti del Giappone che sembrano un po’ come qui, la costa ligure, ma i giapponesi sono molto organizzati, molto quadrati, non ce la farei mai a vivere in un posto dove tutto è così impostato.
Ce l’ha ancora il pianoforte appartenuto ad Arturo Benedetti Michelangeli?
Sì sì, di sopra, qui sotto ho questo verticolda di Anelli, lo vede che bello? Ha sonorità particolari, suona un po’ francese, è divertente, bellissimo. Ho iniziato a fare i miei primi strimpellamenti su un Anelli, ne volevo uno simile anche se quello non aveva nemmeno tutta la tastiera. Anelli poi ha smesso di farne ma io questo l’ho trovato.
Torna anche qui quel legame con l’infanzia che dicevamo.
Sì io sono molto legato alle cose che mi sono successe. Non ci sono cose che mi piace abbandonare, non abbandonerei mai niente, terrei ogni cosa, ho bisogno di essere rassicurato, devo sentire la confidenza delle cose intorno a me. Per esempio il divano su cui siamo seduti adesso magari sarebbe da sostituire ma ha tutta una storia e io ci tengo. Questa rassicurazione la cerco in tutto.
Ad esempio?
Non so, anche nella tv, mi piace guardare le serie tv perché così mi posso affezionare ai personaggi, mi sembra di conoscerli di più, meglio, invece nei film li vedi per pochissimo, se ne vanno subito.
E che serie guarda?
Non so, qualche settimana fa Dr. House, oppure Baywatch.
Baywatch? Per via del mare, cioè dell’oceano?
Esatto, però a prescindere mi piacciono proprio queste maratone di puntate, anche tre o quattro eh, ma mi piace entrare in confidenza con tutti i protagonisti, se no mi annoio. So che è una cosa mia, mia moglie per esempio dopo un po’ si stufa.
Uno spazio importante nel suo libro se lo prende un locale mitologico nella storia della musica italiana, un posto che sono purtroppo troppo giovane per aver visto: La Bussola, protagonista di una Versilia che all’epoca teneva insieme le estati di Cesare Garboli e quelle dei nuovi giovani del jazz e poi del beat. Cosa aveva di tanto speciale quel locale?
L’entusiasmo di chi lo creò, cioè Sergio Bernardini. Era matto per la musica ed era pieno di voglia di fare. Prima faceva il cameriere e poi mise in piedi questa cosa enorme, dove si divertiva e ne inventava di tutti i colori. Pensi che ogni anno telefonava a Frank Sinatra per invitarlo a esibirsi e Sinatra lo mandava regolarmente a cagare, poverino. Però ha fatto venire tutti, tutti, tutti. Non solo gli italiani, anche gli americani e gli inglesi. C’era un clima tutto confidenziale, Mina per esempio la vedevi sempre lì che giocava a carte con Sergio, i suoi amici e altri avventori.
Il rapporto col pubblico com’era?
Una volta sono salito sul palco ed ero appena tornato in Italia dopo un incontro con Brel in Francia, attacco a cantare Ne me quitte pas, di cui poi avrei fatto la traduzione in italiano e questi iniziano a fischiare, volevano Il cielo in una stanza e io gliene ho dette di tutti i colori, “non capite niente”, ho urlato, se amavano i miei pezzi, quella canzone di Brel era come minimo bella altrettanto. Il giorno dopo sono tornato, spinto da Bernardini, pensavo non avrei trovato nessuno ma il pubblico era dieci volte tanto, le persone erano rimaste anche fuori in quantità. Ho pensato che forse, a certi ricchi industriali che frequentavano La Bussola, piaceva così, essere un po’ insultati.
Ma a oggi com’è il suo pubblico?
Nel mio pubblico ci sono sempre stati tutti, sinistra, destra, giovani, anziani, ricchi, poveri. Io lo vedo sempre come un mostro che ti può mangiare ma che se poi ti fa una carezza ti sa far piangere di commozione. Salgo sul palco ogni volta non sapendo se lo prenderò o no, cioè se riuscirò a buttare un ponte tra me e le persone. Il mio fallimento è quando non le prendo.
Le è mai successo?
Beh, succede di tutto a questo mondo.
Nel libro si parla molto del suo rapporto con la follia e poi con il mondo basagliano, in particolare per la sua attenzione ai malati psichiatrici. È mai stato in terapia?
Quando avevo 12 anni mia mamma mi ha portata da uno psicologo perché era preoccupata, ero un bambino pensieroso, riflessivo, anche troppo. Lo psicologo ha fatto uscire mia mamma dalla stanza e lui mi ha chiesto come mai fossi così triste e pensoso e io non sapevo rispondergli. Ha finito col domandarmi se mi facessi le seghe e ad avvertirmi che dopo mille volte il mio cervello sarebbe finito in decadenza. Risposi che le mille volte le avevo abbondantemente superate.
Un prete, più che uno psicologo, verrebbe da dire. Ma cos’aveva? Lei l’ha poi capito?
Quando è scoppiata la guerra avevo sei anni e quando è finita ne avevo dieci, undici. Ho vissuto la guerra veramente ma solo subendola. Un imprinting molto difficile che non si supera mai, io credo, perché crea come un rapporto di maggiore consuetudine con la fine, con la morte. Uno a 18 anni poteva fare il partigiano, il fascista o qualsiasi altra cosa. Ma un bambino di sei sette anni cosa fa? Aspetta che lo portino fuori dal rifugio per vedere se la casa c’è ancora o di capire se i suoi gentirori ci sono ancora o se è arrivata una sventagliata di mitra. No, son quelle cose che non ti vanno via mai. Ti danno questo senso di provvisorietà totale, per sempre.
È mai stato malato di depressione?
Io so cos’è la depressione. So che è una porta, la vedo, ce l’ho ben presente e so che se la passo sono cazzi miei. Allora tutte le volte che sono vicino a quella porta. Mi ritiro.
E dove va?
Vado indietro. Non voglio entrarci. A volte è stato più faticoso ma alla fine mi sono sempre salvato.
Come?
Aggrappandomi alla bontà che c’è nelle persone. Sono riuscito a circondarmi sempre e solo di buone persone. Il resto mi interessa poco. Siccome ora la bontà è difficile da trovare non sono uno così felice di stare al mondo perché così non mi piace. Mi sono fatto il mio mondo con mia moglie, i miei figli, i miei amici. E frequento solo quelli. Dirò una cosa: tutte le persone che entrano in questa casa sono buone. Può darsi che non siano intelligenti o quello che vuoi, però sono buone. Perfino i cani sono buoni in questa casa, anche questo lupo cecoslovacco, vede? Non è un lupo, si comporta come un vecchio cocker.
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