Il critico cinematografico è morto di infarto a settant’anni appena compiuti. Nato a Venezia, vicedirettore (strategico) della Mostra lagunare di Gillo Pontecorvo, saggista, ha lasciato un segno profondo nei tanti punti d’Italia in cui ha creato momenti di aggregazione e discussione che hanno orientato il gusto del pubblico e l’attività di infiniti addetti ai lavori
Perdere un intellettuale onesto, coraggioso e di un’intelligenza capace sempre di precorrere i tempi – anche al di là del suo campo specifico di competenza – è sempre traumatico.
Giorgio Gosetti è più che un intellettuale, era forse l’ultimo dei grandi organizzatori culturali militanti di questo paese, e la sua perdita improvvisa, in piena attività, lascia un vuoto incolmabile.
I tanti che gli sono stati vicini per decenni, passo dopo passo, invenzione dopo invenzione, e hanno avuto il privilegio delle idee, dei suggerimenti e del supporto che ha sempre dispensato a chiunque con costante generosità in questo momento si sentono letteralmente persi. Non è così facile occuparsi di cinema senza Giorgio.
È morto di infarto a settant’anni appena compiuti. A sorpresa, perché il cuore era l’ultima delle afflizioni che aveva sempre affrontato da temerario, con un sorriso e una bonarietà che le rendevano irrilevanti agli occhi degli altri.
Nato a Venezia, vicedirettore (strategico) della Mostra lagunare di Gillo Pontecorvo (prima anche con Lizzani e Rondi), critico e saggista, ha lasciato un segno profondo nei tanti punti d’Italia in cui ha creato momenti di aggregazione e discussione che hanno orientato il gusto del pubblico e l’attività di infiniti addetti ai lavori. «Architetto di Festival», lo definisce una nota di Cinecittà.
Sfidare l’impossibile
Non posso non parlare in prima persona, perché non c’è tappa della mia vita professionale che non sia legata a lui, anche la mia prima prova come regista di documentari, che ha avuto Gosetti come primo e unico giudice.
Aveva una curiosità, una fantasia e un’intelligenza stimolanti, da combattente, che gli facevano sfidare quasi miracolosamente l’impossibile: anche portare in vetrina a Venezia l’oscura intervista a Marcel Carné di una oscura giornalista televisiva.
Il Noir in Festival da lui fondato a Courmayeur nel 1991 era un archetipo fusion: collegava letteratura poliziesca ‘alta’ e genere cinematografico, era una palestra di analisi raffinata, una situazione di dialogo familiare e senza paletti, e di scrittori, registi e attori iconici tra quelle nevi ne sono passati tanti. Per Venezia ha ideato e fondato nel 2004 le Giornate degli Autori, sezione indipendente dedicata all’avanguardia e alle voci nuove su modello della Quinzaine di Cannes.
Ma di queste creature non era solo l’artefice, era l’anima e il corpo vivo, onnipresente. Nessuno può dimenticare il suo contributo decisivo alla nascita della Festa del Cinema a Roma, e la sua direzione della Casa del Cinema – dove praticamente viveva H24, con dedizione totale- ha segnato l’età dell’oro della palazzina di Villa Borghese.
Ha avuto ruoli operativi rilevanti – la direzione di Italia Cinema per la promozione all’estero, il direttivo dell’Associazione Italiana Festival di Cinema – mai però all’altezza di una capacità e di una creatività che non avevano uguali: Giorgio Gosetti non ha mai appartenuto all’Italia degli sgomitanti e degli arroganti, non è mai stato, e non ha mai cercato di essere, un volto di potere.
Ha scritto saggi su Marguerite Duras, Luigi Comencini, Alfred Hitchcock, Carlo Di Carlo (l’alter ego di Antonioni), Sydney Pollack, senza mai interrompere la sua attività di penna dell’Ansa, di selezionatore e organizzatore, anche di insegnamento, negli ultimi anni, quando la sua creatura Noir aveva dovuto traslocare a Milano.
È il caso di ricordare che ha sempre faticato a contrattare briciole di finanziamenti pubblici: un bel contrasto con le nuove figure che oggi guidano kermesse di pura facciata.
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