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Può una mobilitazione cambiare le cose? Se si guarda a quanto è accaduto a Strasburgo nelle ultime settimane, sì. Grazie al voto del parlamento europeo del 21 gennaio è stato posto un freno provvisorio all’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur. Un atto politico concreto con cui l’Eurocamera ha finalmente scelto di chiedere un parere legale sulla compatibilità dell’accordo con i trattati europei. Punto di innesto, una mozione presentata dal gruppo europeo della Sinistra (The Left), passato con 344 sì, 324 no e 11 astenuti. Una maggioranza che, seppur risicata, ha temporaneamente bloccato l’entrata in vigore dell’accordo, anche se le pressioni degli altri stati europei più favorevoli all’intesa, in testa la Germania, potrebbero portare la Commissione Ue ad applicarla comunque in via provvisoria.

Il risultato delle proteste

Un risultato frutto delle mobilitazioni degli ultimi mesi. Agricoltori, associazioni ambientaliste, sindacati hanno denunciato a gran voce gli effetti collaterali di un accordo commerciale con il Mercosur: profitti per pochi e danni ambientali e sociali altissimi.

Venticinque anni di negoziati si sono chiusi con un accordo che rischia infatti di segnare uno spartiacque per l’agricoltura europea. Il via libera al trattato Mercosur, reso possibile anche dal sostegno decisivo dell’Italia, rappresenta molto più di un’intesa commerciale: è una scelta politica che ridefinisce le priorità dell’Unione europea, mettendo sul piatto competitività industriale e apertura dei mercati a scapito della tenuta sociale, ambientale ed economica del settore agricolo.

La contraddizione

L’accordo tra Ue e paesi del Sud America – Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – punta a una liberalizzazione più ampia degli scambi, facilitando l’ingresso nel mercato europeo di prodotti agricoli, in particolare carne e mangimi, provenienti da contesti in cui gli standard ambientali e sociali sono significativamente più bassi rispetto a quelli imposti agli agricoltori europei. È qui che si consuma la principale contraddizione: mentre agli agricoltori dell’Unione si chiede di produrre rispettando vincoli sempre più stringenti per il bene di tutti, si apre la porta a merci ottenute secondo regole meno severe.

Non sorprende, dunque, che, prima ancora che Ursula von der Leyen volasse in Paraguay per la firma ufficiale, l’intesa avesse scatenato proteste in diversi paesi europei: le mobilitazioni degli agricoltori in Francia e Grecia raccontano un disagio profondo, mentre il brusio registrato in Italia segnala piuttosto una frattura politica che una reale condivisione dell’accordo. Il Mercosur sta facendo emergere con chiarezza una divisione che attraversa l’intero comparto agroalimentare europeo: da un lato i produttori agricoli, che temono una concorrenza sleale e una compressione dei prezzi; dall’altro una parte dell’agroindustria, interessata ad accedere a materie prime a basso costo e a rafforzare l’export di prodotti trasformati.

L’indagine

E al centro? Ci siamo noi, cittadine e cittadini che fanno la spesa ogni giorno. Dati Istat dicono che dall’ottobre 2021 all’ottobre 2025, i prezzi di cibi e bevande nel nostro paese sono cresciuti del 25 per cento, più dell’inflazione che si è avuta nello stesso periodo. Ecco perché l’Autorità garante della concorrenza e del Mercato (Agcm) ha deciso di avviare una nuova indagine conoscitiva sulla Gdo, i supermercati in cui facciamo la spesa. Questa volta i supermercati sarebbero sotto controllo perché il fatto che a crescere siano solo i prezzi al consumo, e non più l’inflazione, potrebbe nascondere una pratica commerciale scorretta volta unicamente a far crescere i profitti dei grandi player della distribuzione. Inoltre l’Agcm, nella sua indagine si interroga sui redditi degli agricoltori e degli altri fornitori della Gdo, che a fronte dei rincari, rimangono bassi.

Un’istantanea della partita, politica ed economica, che si sta giocando sul tema del cibo, sulla sicurezza alimentare e sulla tenuta dei sistemi produttivi europei. Partita che rischiamo di far giocare solo alle lobby agroindustriali e ai grandi player, se non proviamo a fare rete. Ecco perché a gennaio, una nuova alleanza, “Terra Comune”, ha mosso i primi passi: agricoltori, associazioni, reti solidali che si occupano di cibo, insieme per un altro modello agroalimentare, giusto per chi lavora la terra, sostenibile per l’ambiente, accessibile per chi mangia.


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