Il ristorante africano di Porta Palazzo offre lavoro e formazione a donne afrodiscendenti, rivoluzionando immaginari e opportunità. Nato da Renken, unisce cucina, empowerment e attenzione alle persone e alle comunità
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«Le donne della mia comunità, vedendoci lavorare, hanno iniziato a chiedermi: “Ma quindi una donna col velo può essere una chef? Può fare questo lavoro?”». Najah Hattani ha 38 anni, è di origini marocchine e vive a Torino. Lavorava come interprete per il tribunale della città ed era presidente di Laki, un collettivo di cuoche che per hobby si dedicava al catering, prima di scoprire che di cucina poteva vivere.
Adesso è parte della brigata di Jigeenyi, un ristorante di cucina africana che anima i vicoli multiculturali di Porta Palazzo a Torino, con un menù che combina i gusti vivaci del Senegal a quelli morbidi del Madagascar, passando per il Marocco, il Gambia, il Mali e altri Paesi dell’Africa. «La mia vita è veramente cambiata: cucinare era una passione e un passatempo, ma Jigeenyi è stata un’opportunità che ha dato lavoro a tantissime donne. Questa è una famiglia. Non c’è più niente di cui dobbiamo preoccuparci».
Il progetto
Jigeenyi è stato aperto a Borgo Dora nel marzo 2025 come progetto dell’associazione Renken Ets, che dal 2006 si occupa di cooperazione tra Italia e Senegal. «Ci è sempre sembrato che in Italia ci fosse un’idea molto stereotipata delle culture africane - dice Giulia Gozzelino, membro di Renken e fondatrice di Jigeenyi insieme a Claudia Nicola - quindi ci siamo chieste come poter lavorare in ottica decoloniale per creare un ponte con l’Italia».
Così hanno iniziato a portare a Torino una serie di eventi culturali. «La cucina ha sempre trovato un posto nelle nostre iniziative, perché veicola relazioni interculturali in modo facile: mette tutti sullo stesso piano, abbassa un po' le difese». E per svincolarsi dall’assistenzialismo e creare una vera rete di solidarietà hanno deciso di mettere in piedi uno spazio proprio: «Abbiamo pensato che la cucina poteva veicolare anche altri significati: per esempio, la dignità lavorativa. Sono venute a lavorare con noi una serie di donne di origine africana, con diversi background e varie età. Insieme abbiamo iniziato a formarci, a fare dei corsi di cucina per avviarci verso una dimensione professionale».
Ora guardano alla cucina da angoli diversi: attraverso laboratori nelle scuole, esperienze di degustazione, workshop, cene a tema: «Jigeenyi è tutto questo» dice.
Significato del valore
La parola “jigeenyi” viene dal wolof e significa “donna”. Non una scelta casuale: lo spazio nasce con l’idea di valorizzare il potenziale delle donne, «con un particolare sguardo a quelle afrodiscendenti, che nella nostra città sono spesso oggetto di discriminazioni intersezionali» cioè anche di classe, età, genere, spiega ancora Gozzelino. Nel locale, però, lavorano anche uomini e persone trans.
«Lavorare per la giustizia di genere non significa doverlo fare da sole» ribadisce. «Crediamo molto nell'empowerment che può arrivare dal lavoro e dal coprogettare insieme le attività, quindi le persone che lavorano con noi guadagnano un'autonomia economica ma animano anche l’associazione. Qui non c'è un datore di lavoro e dei dipendenti, ma tutti sono invitati a partecipare attivamente alla programmazione dello spazio».
Entrando nel locale la prima cosa che salta all’occhio è la contaminazione di culture, esperienze, ma anche tra dentro e fuori, tra Jigeenyi e il quartiere. Fornitori a chilometro zero vanno e vengono per il locale: il carretto della macelleria halal, i prodotti del panettiere, la cargo-bike del mercato (che è a meno di cento metri) che porta frutta e verdura freschissime e di stagione.
«È molto bello essere in mezzo al quartiere perché permette di essere attraversati come spazio tutte le ore da persone diverse. E poi la ricchezza di questa zona è sicuramente legata al fatto di avere tutti i fornitori di prossimità, che raggiungiamo anche a piedi e coi quali c’è un rapporto proprio quotidiano» spiega Giulia.
Arrivano ingredienti di prima qualità ed escono profumatissimi vassoi di nem, sambus, platano fritto. «Questo è uno spazio molto ricco - aggiunge Hattani - è bellissimo imparare tutti i giorni parole nuove e nuovi piatti». E poi, dice, Jigeenyi ha aperto un varco anche nell’immaginario delle varie etnie che vivono il quartiere: «All’inizio era strano, la mia comunità si chiedeva “come mai in un ristorante italiano entrano donne marocchine a lavorare?”. Non avevano capito cosa fossimo, c’era un po’ di scetticismo. Poi hanno capito che qui la cucina è halal e che questo posto è fatto anche per loro».
Pur avendo meno di un anno, Jigeenyi guarda già al futuro. «Ora vogliamo concentrarci su questa esperienza e curarla, nell’ottica di garantire stabilità lavorativa alle persone e fare contratti sempre migliori - afferma Gozzelino - Speriamo che questo luogo venga sempre più riconosciuto come uno spazio a cui tutti e tutte possono contribuire».
Ma l’idea, a un certo punto, è quella di ritornare da dove si è partite. «Il nostro avanzo, invece di trasformarsi in profitto, verrà reinvestito in attività educative in Senegal - conclude Gozzelino - perché il nostro obiettivo ultimo è di alimentare una dinamica di circolarità».
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