Powaqqatsi, secondo capitolo della trilogia Qatsi, arriva per la prima volta a Roma (mercoledì 16 settembre alle ore 21 all’Auditorium Parco della Musica, nell’ambito del Romaeuropa festival) con la partitura di Philip Glass eseguita dal vivo dal Philip Glass Ensemble. Il regista Godfrey Reggio racconta il lavoro con il compositore e il presente che vede.

Perché ha chiesto a Philip Glass di scrivere la musica per Powaqqatsi? Che cosa voleva che la sua musica facesse?

Il rapporto con Philip dura da moltissimi anni. Glass ha scritto le musiche di tutti i film che ho girato. È la prima persona con cui parlo di ogni progetto e resta il mio interlocutore fino alla fine. Lavoriamo come la mano dentro il guanto, in perfetta simbiosi e nello stesso momento: non giro prima le scene e poi lui scrive la musica. Philip è sempre presente e cerca di visitare quanti più posti possibili fra quelli dove giriamo, per farsene un’idea di persona. E quando è a New York, dove ho montato tutti i miei film, viene in studio ogni giorno, perché ogni sera proiettiamo il materiale della giornata. Partecipa a pieno titolo: questo film è suo quanto è mio, e lo stesso vale per i direttori della fotografia, che per Powaqqatsi sono stati Leonidas Zourdoumis e Graham Berry.

Da dove nasce questo legame così forte?

Si chiama fiducia. In amore la fiducia conta più di ogni altra cosa, e vale allo stesso modo quando si lavora insieme: se non ti fidi di qualcuno, non vai da nessuna parte. Quella che ha scritto per Powaqqatsi è una musica bellissima, con un tratto malinconico che ho sentito subito perfetto. Racconta le immagini perché, come lei sa, non passa per la metafora: arriva dritta all’anima di chi ascolta. Cercavo questo, e Glass è riuscito a donarmelo. Io amo la parola, ma sento che il nostro linguaggio non riesce più a rappresentare il mondo in cui viviamo: dice di un mondo che non c’è più.

Qual è il suo obiettivo quando fa un film?

Cerco la bellezza. In greco si direbbe kalós, il bello. Ma kalós nasce da kaléo, che vuol dire provocare. Ecco l’obiettivo: provocare, far vivere a chi guarda un’esperienza che forse non ha mai fatto.

Powaqqatsi significa «una vita che sopravvive prendendo da altre vite». Il suo film mostra il Nord e il Sud del mondo, lo sfruttamento del lavoro, le migrazioni. Questo problema oggi è peggiorato, o è soltanto cambiato?

Mi sembra che tutto vada molto peggio. Siamo governati dall’intelligenza artificiale, una tecnologia crudele, la cosa peggiore che potesse capitarci. Prima si prenderà il nostro lavoro e poi ci eliminerà. So che i punti di vista sono diversi. Ormai non si può vivere senza, e insieme a lei di sicuro nemmeno: rischiamo di sparire. La tecnologia è al centro di tutti i miei film. L’Ia è lanciata come un’auto nell’ora di punta: corre più veloce del futuro. Preannuncia un “futuricidio”: omicidio, suicidio, “futuricidio”. Se non si pongono argini, il nostro futuro è a rischio. L’Ia è un grande predatore.

Lei pensa che ci sia un controllo delle persone e dell’informazione?

Sì, del tutto. Ed è aggravato dallo squilibrio fra chi ha denaro e chi non ne ha. Oggi la maggior parte della ricchezza mondiale è in mano a cinque persone, forse sei. Una follia. È tutta una questione di denaro, controllo, potere: più denaro hai, più potere hai; meno denaro hai, meno voce hai, fino a non averne nessuna. Questo è quello che sento e vedo.

Crede che il cinema possa cambiare le persone? Può cambiare il loro modo di pensare e di trattare gli altri e il mondo?

Mi sembra una domanda soggettiva. La mia vita di sicuro l’ha cambiata. Vidi Los Olvidados di Luis Buñuel e per me fu un’esperienza religiosa, altro che intrattenimento. Mi commosse fino in fondo, tanto da spingermi verso il cinema come forma del mio lavoro. Credo dunque che possa cambiare la vita delle persone. Ma non facciamo i megalomani: un film non cambierà quella di tutti. Se lo facesse, sarebbe il film sbagliato, perché la nostra vita si fonda sulla diversità e non sull’omologazione. Può cambiare la vita di qualcuno, direi così.

Il film con la colonna sonora dal vivo non è mai arrivato a Roma. Vederlo in una sala da concerto, con l’ensemble sul palco, cambia qualcosa?

Con l’esecuzione dal vivo cresce la parte sensoriale: i sensi entrano nel processo creativo. Una colonna sonora messa a punto una volta per tutte resta sempre uguale a sé stessa; suonata in sala restituisce un suono umano che la registrazione non può dare, e arrivano mille informazioni in più di quante ne offra la sola riproduzione. Per chi guarda e ascolta gli stimoli si moltiplicano. Sì, il modo migliore di vedere questo film è dal vivo, con il Philip Glass Ensemble che esegue la partitura fin dall’inizio.

Ha altri progetti per il prossimo futuro?

Sì. Ho un progetto che si chiama Apex Predator Beware: AI, a New Species, Portends Futurecide. È un’opera cinematografica in tre atti: Once I Was Blind, Now I See, Be in the World and Not of It e The Apocalypse. Con me ci sono i miei collaboratori più anziani. Io sono antico, non vecchio: antico. Ho una troupe giovane, nuova, e la base sarà tutta a Santa Fe. Qui ho sempre scritto i miei film, ma non ne ho mai prodotto uno in questo modo. Le musiche per Apex non saranno di Philip, perché ormai non scrive più: le firmerà Lisa Bielawa, la cantante del Philip Glass Ensemble, che il pubblico romano avrà modo di apprezzare.

Che consiglio darebbe a chi sta per guardare Powaqqatsi?

Dimenticare tutto quello che ho detto (ride). Il film è un’esperienza che si manifesta da sé e si completa con il pubblico in sala.

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