Avrei preferito non dover cominciare di qui i miei viaggi, dalla terra desolata che circonda la stazione e che a tutt’oggi testimonia lo sfacelo di questa città, una città che nel corso di battaglie vittoriose fu bombardata e distrutta, per ritorsione, a quanto avevo capito, perché da qui mosse la guerra che ovunque e mille volte tanto aveva causato analogo sfacelo, una guerra lampo senza fine su ruote di ferro, con ali di ferro. È da molto tempo ormai che la città è divenuta una delle più pacifiche al mondo, e pratica la pace in modo quasi aggressivo – come una forma di rammemorazione della guerra.

Al centro di questa città è stata costruita di recente la stazione ferroviaria, e nonostante la pace l’edificio è poco ospitale, come se incarnasse tutte le perdite che nessun treno lanciato al loro inseguimento saprebbe mai recuperare, uno dei luoghi più inospitali della nostra Europa, unificata in lungo e in largo, eppure molto circoscritta, un luogo dove tira sempre vento e dove lo sguardo ti si apre su una terra desolata, senza possibilità di connetterti con una fitta rete urbana o di trovare un attimo di quiete, nel tempo che precede la tua partenza di qui, da questo vuoto in piena città, un vuoto che nessun governo sa riempire, né con edifici imponenti né con buone intenzioni.

Tirava vento anche il giorno in cui sostavo sul marciapiede e, con lo sguardo, andavo di nuovo scandagliando la scritta di benvenuto a caratteri cubitali Bombardier Willkommen in Berlin sotto il tetto ad arco, e ne tastavo i contorni, un po’ annoiata, eppure nuovamente sorpresa da quel benvenuto assai brutale.

Manovrare gli scambi

Tirava vento, quando un signore piuttosto anziano si avvicinò e mi chiese che cosa significasse quel Bombardier. Uno pensa subito alle bombe, osservò, all’artiglieria, a quella guerra spaventosa, inconcepibile, e si domanda perché debba dare così il suo benvenuto proprio Berlino, questa città bella e pacifica, vittima dei bombardamenti e consapevole di quanto le è accaduto; non può essere vero che Berlino bombardi, per così dire, i nuovi arrivati come lui con quella parola a caratteri cubitali, e che cosa signfica qui benvenuti, chi di preciso dovrebbe essere bombardato qui e con cosa. Voleva trovare in fretta una spiegazione, disse, perché stava per ripartire.

E io gli risposi – un po’ stupita che la mia voce interiore si rivolgesse a me con l’aspetto di un vecchio dagli occhi scuri e dall’accento americano, che quella voce mi incalzasse sempre più affannosa e quasi senza freni rivolgendomi domande che anch’io mi ero già posta centinaia di volte, play it again, pensavo, sprofondando sempre più in quelle domande, nell’eco lontana di quelle domande sul marciapiede della stazione –, gli risposi dunque che anche a me veniva subito in mente la guerra, non era quindi una domanda connessa all’età, io, in ogni caso, alla guerra ci penso sempre, e in particolare lì, in quella stazione di transito, che non è mai, per nessun treno, stazione capolinea, non è il caso di preoccuparsi, il viaggio continua, pensai, e conclusi dicendogli che non era il primo a porsi una simile domanda e a rivolgerla anche a me. Vengo fin troppo spesso qui, pensai come in un lampo, forse io sono uno strelocnik, uno che manovra gli scambi, e la colpa è sempre di chi manovra gli scambi, ma solo in russo, pensai, quando il vecchio mi disse: my name is Samuel, Sam.

Menzogne

E allora gli raccontai che Bombardier era un musical francese, di grande successo a Berlino, molta gente – si figuri – viene qui solo per il Bombardier, la Comune di Parigi o altre reminiscenze del passato, due notti in albergo più il musical, tutto incluso, è l’offerta del giorno, e non sono mancati i problemi, dissi, perché alla Stazione Centrale si fa pubblicità per il Bombardier, con quest’unica parola; senza ulteriori commenti, ne avevano parlato i giornali, dissi, me lo ricordo, hanno scritto che la parola genera associazioni fuorvianti, il caso è finito persino in tribunale, con la città in causa contro il musical, sono stati interpellati alcuni linguisti – si figuri –, che hanno vagliato la parola alla ricerca del suo tasso di violenza, e il tribunale si è pronunciato a favore della libera promozione commerciale.

Ero sempre più convinta di quanto andavo dicendo, anche se non immaginavo affatto che cosa potesse mai significare quel Bombardier sotto il tetto ad arco della stazione né da dove venisse, ma ciò che raccontavo con entusiasmo e disinvoltura, e che non definirei affatto una menzogna, metteva le ali alla fantasia, e intanto divagavo sempre più senza la minima paura di precipitare, compivo giri sempre più ampi nelle pieghe di quella sentenza mai emessa, perché chi non mente non può volare.

E lei, dov’è diretta? mi domandò il vecchio, e io gli raccontai tutto, senza un attimo di esitazione, con il medesimo slancio, come stessi pronunciando la sentenza sul nuovo musical, gli raccontai della città polacca, da cui cent’anni prima i miei parenti erano emigrati a Varsavia e poi ancora più a est, forse solo per lasciarmi in eredità quella lingua russa, che ora io non tramanderò più a nessuno con altrettanta generosità, dead end dunque e stop, e per questo devo andare laggiù, gli raccontai, in una delle più antiche città della Polonia, dove loro, gli antenati, dei quali non si sa nulla, sul serio, proprio nulla, dove loro hanno vissuto per due, tre o anche quattro secoli, magari fin dal Quattrocento, quando in quella piccola città polacca agli ebrei erano state concesse le guarentigie, e così erano diventati i vicini di casa, erano diventati gli altri.

Ricerche

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And you? chiese Sam, e io risposi che ero ebrea anch’io, ma in modo piuttosto casuale. Aspettiamo lo stesso treno, disse Sam dopo un attimo di silenzio, viaggiamo anche noi con il Warszawa-Express. Un treno che, a vederlo sbucare dalla nebbia, ci ricorda un cavallo purosangue, un espresso che viaggia come indicato dall’orario ferroviario, ma contro il tempo, nel tempo del Bombardier, for us only, pensai io, e il vecchio continuò dicendo che la moglie andava alla ricerca di quel che cercavo anch’io, ovvero il mondo di sua nonna; nonna che era arrivata negli Stati Uniti da un piccolo villaggio bielorusso nelle vicinanze di Biala Podlaska che però non era la terra natia né sua né di sua moglie, ormai erano passati cent’anni e si erano avvicendate molte generazioni, e anche la lingua non la conoscevano più ma quel Biala Podlaska suonava alle orecchie del vecchio come una forgotten lullaby, Dio solo sa perché, una chiave per aprire il cuore, disse lui, e il villaggio si chiama Janóv Podlaski abitato all’epoca quasi esclusivamente da ebrei e adesso solo dagli altri, e facevano insieme quel viaggio fin laggiù per vedere com’era, e lui in effetti continuava a dire e... e..., come se inciampasse in un ostacolo; naturalmente laggiù non sarà rimasto nulla, e lui diceva naturalmente e nulla, per sottolineare l’insensatezza del suo viaggio – anch’io dico spesso naturalmente o persino com’è naturale –, quasi che quella sparizione o quel nulla fossero fenomeni naturali o addirittura ovvi.

La contrada però, i nomi delle località e un allevamento di cavalli arabi – che esiste fin dall’inizio dell’Ottocento, essendo sorto dopo la guerra contro Napoleone, e che per gli intenditori è il principale riferimento – ci sono ancora, mi raccontarono il vecchio e la moglie, avevano rintracciato tutto con Google. Uno di quei cavalli potrebbe costare anche un milione di dollari, sembra che a un’asta Mick Jagger abbia già esaminato alcuni cavalli di questo allevamento e che il suo batterista ne abbia comprati tre, e adesso loro sarebbero andati proprio lì, a cinque chilometri dal confine con la Bielorussia, Google sia lodato. Da quelle parti c’è persino un cimitero per i cavalli, disse il vecchio, no, il cimitero ebraico non si è conservato, anche questo si trova su internet, aggiunse. I’m a Jew from Teheran, disse il vecchio, mentre eravamo ancora sul marciapiede, Samuel è il mio nuovo nome. Da Teheran sono arrivato a New York, continuò Sam, sapeva l’aramaico, aveva lunghi studi alle spalle e non si era mai separato dal suo violino. Negli Stati Uniti, a dire il vero, avrebbe dovuto studiare fisica nucleare, invece aveva fatto domanda di ammissione al Conservatorio, senza tuttavia superare l’esame, e così era entrato in banca, ma ormai con la banca aveva chiuso.

Dio e destino

Ancora a cinquant’anni di distanza, disse la moglie, mentre già sedevamo nella nostra carrozza e l’arcobaleno metallico Bombardier Willkommen in Berlin aveva smesso di gravarci sulla testa, ancora oggi, disse la moglie, qualsiasi cosa lui suoni – Brahms, Vivaldi oppure Bach –, il tono resta sempre iraniano. E lui asserì che era un segno del destino avermi incontrata, gli ricordavo le donne iraniane della sua infanzia, voleva dire le madri iraniane, forse avrebbe addirittura voluto dire mia madre, ma si trattenne; ed era un segno del destino – aggiunse – anche il fatto che io fossi più esperta di loro in ricerche genealogiche, e che andassi in Polonia con la stessa meta e con lo stesso treno – sempre ammesso che l’impulso a cercare ciò che è scomparso possa definirsi una meta, fu la mia replica.

E poi no, non si tratta del destino dissi, perché Google veglia su di noi come il Padreterno, e se stiamo cercando qualcosa ci fornisce tutto ciò che riecheggia quel qualcosa, proprio come chi ha comprato una stampante su internet si vedrà offrire stampanti ancora per un bel pezzo, e chi compra uno zainetto riceverà per anni la pubblicità degli zaini, per non parlare poi della ricerca di un partner, e se con Google digiti il tuo nome, a un certo punto scompaiono perfino i tuoi omonimi, e resti only you, come se tutto d’un tratto, dopo che hai preso una storta e ti sei messo a zoppicare, si mettesse a zoppicare l’intera città, magari per un impulso solidale: claudicanti a milioni, e formano un gruppo, quasi la maggioranza; ma allora che democrazia sarebbe, se ottieni solo quello che già hai cercato, e se sei quello che cercavi, sicché non ti senti mai solo, o tutt’al contrario sempre, perché vien meno l’opportunità di incontrare gli altri, ed è proprio quello che accade quando vai cercando qualcosa e ti imbatti in persone che hanno le tue stesse idee, Dio ci «googla» la strada, affinché non smarriamo il cammino, e di continuo mi imbatto in gente alla ricerca di quel che cerco io, dissi, ecco perché anche noi ci siamo incontrati, qui, e il vecchio osservò che proprio questo significa destino. Evidentemente nell’esegesi era più avanti di me.

L’eco

Di colpo mi venne in mente il musical, che lì aveva avuto un successo davvero strepitoso anni prima, quando negli spazi pubblicitari della città comparvero le parole Les Misérables senza commenti di sorta, a differenza dell’omonimo film, che chiamava invece i miserabili Prigionieri del destino. «O voi, miserabili», così il musical si rivolgeva al pubblico, come se ciascuno di noi avesse bisogno di indefesso conforto – oh tu, misero, tapino! –, oppure di sentirsi ricordare che non uno soltanto, ma noi tutti ci ritroviamo nella comune miseria, uniti nella miseria, perché alla vista di quei caratteri cubitali, alla vista di quella terra desolata in pieno centro berlinese siamo tutti miserabili, non solo gli altri, ma io stessa. E così le lettere del Bombardier, che si stagliano sotto il tetto arcuato della stazione, ci riempiono della loro eco, come la musica dell’organo riempie la chiesa – e nessuno può sottrarvisi.

E allora cercai davvero su Google: Bombardier era una delle più importanti aziende al mondo di treni e aerei, e questa Bombardier che traccia le nostre vie aveva iniziato da poco la campagna Bombardier YourCity. Rapidi e sicuri. E adesso, sul Warszawa Express, andavamo da Berlino in Polonia, con la benedizione della Bombardier, e attorno a noi le tendine e i tovaglioli e le sue insegne con il monogramma wars, una sigla altrettanto fuori moda e sorpassata come Stars Wars e altre guerre del futuro.


Il testo è un estratto da Forse Esther (Adelphi 2023, traduzione di Ada Vigliani, pp. 241, euro 12).


 

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