A Štivor, paese bosniaco fondato dai valsuganotti a fine Ottocento, due abitanti su tre sono emigrati verso l’Italia, il paese dei loro nonni. Oggi però i figli di quelle due terre vorrebbero tornare a casa: per farlo sono ripartiti da una vite che lega Trentino e Bosnia
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Nel nordest della Bosnia, accanto a Prnjavor e non lontano da Banja Luka, un manipolo di case è stato abbandonato. A Štivor, il paese fondato dai valsuganotti a fine Ottocento, due abitanti su tre sono emigrati, perlopiù verso l’Italia, il paese dei loro nonni. Oggi, però, i figli di quelle due terre vorrebbero tornare a casa. Per farlo, sono ripartiti da ciò che lega i due territori: una vite.
Circa 145 anni fa, alcune centinaia di persone lasciarono il Trentino per trasferirsi nelle terre che l’Impero austro-ungarico aveva appena sottratto agli Ottomani. Insieme ai vestiti, ai ricordi e a qualche oggetto, portarono con sé anche la vite locale, le proprie tecniche e la lingua. «L vin negro l fa l’òmo alegro»: non esiste trentino che ne sia all’oscuro. Oggi, lo sanno anche i loro nipoti bosniaci.
«Mio padre aveva le talee in valigia. Come lui, tutti i suoi compaesani». Bruno Moreti – con la consonante scempiata dall’emigrazione, destino comune a tanti cognomi – è tornato a Štivor da quando è in pensione. Parla italiano da sempre. Mentre ricorda la sua infanzia, i suoi occhi azzurri scrutano la dispensa. Cercano una bottiglia di rakija. È grappa fatta in casa, la bevanda nazionale dei Balcani. Lui la fa con le sue mele: «Sono più aspre di quelle trentine. Perfette per mandare giù l’amaro», racconta ridendo.
Brinda più volte: živjeli, prost, salute. Manda giù la grappa mentre parla di vino. La sua è una delle villette allineate nella via principale del paese. Tra una casa e l’altra, i terreni in cui coltivare la vite si susseguono o si alternano. «Štivor è sempre stato famoso per il vino. Mio figlio e gli altri giovani vogliono far rinascere tutto questo. I più anziani, come me, aiutano».
La vite c’era già
Il figlio di Bruno, Ivo, ha gli stessi occhi azzurri del padre. Si illuminano, quando racconta il loro progetto. «La vite c’era già. Si trattava solo di unirci per provare a opporci allo spopolamento del paese», racconta mischiando italiano e dialetto valsuganotto. Dopo l’ultima ondata migratoria, negli anni Novanta, solo i più anziani risiedono stabilmente a Štivor. Una sessantina di abitanti, al massimo.
Gli altri tornano per le vacanze, ma la loro vita è altrove. Lo è stata quella di Bruno, che ha lavorato dalla Russia all’Iraq, prima di tornare a casa. Lo è quella di Ivo, in Trentino da quando ha diciott’anni. Accanto a lui c’è suo cognato: Leonardo Agostini ha 22 anni ed è il primo nato in Italia della sua famiglia. Il primo dopo i bisnonni, si intende. Anche lui fa parte dell’associazione Štivor Ets e sta collaborando al progetto vinicolo. Anche lui vorrebbe trasferirsi in Bosnia.
A Štivor, racconta Leonardo, esistono tipi di vigna che non vengono più coltivate in Italia. Si tratta di incroci francesi – arrivati in Bosnia proprio grazie ai migranti – già apprezzati in passato e oggi considerati nobili. In Francia, rivela, si sta cercando di ripristinarli. La Chambourcin è stata coltivata in Trentino per ottant’anni e poi abbandonata per fare spazio a varietà dal rendimento maggiore, come Chardonnay e Solaris. Con la Villard Blanc, invece, si produce uno spumante di qualità.
La ricerca, cominciata l’anno scorso, ha già acceso l’interesse della comunità. Decine di persone sono pronte a contribuire economicamente, altre a piantare nuovi vigneti. I terreni, messi a disposizione dai proprietari, aspettano solo di tornare a essere coltivati. L’obiettivo è costruire una filiera e, un giorno, produrre e vendere il vino di Štivor.
Torna il simbolo
Leonardo e gli altri hanno coinvolto anche un professore della fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, ente di istruzione e ricerca in ambito agricolo. Una volta studiati i terreni e il patrimonio genetico delle piante rimaste, il docente ha dato un parere positivo. Dopo quasi un secolo e mezzo, la vite che i valsuganotti portarono con sé potrebbe tornare a essere uno dei simboli del paese. Non soltanto della sua storia, ma del suo futuro.
Oggi, i vigneti del villaggio sono destinati al consumo domestico. Il più grande arriva a produrre circa un migliaio di litri di vino all’anno. Per trasformare questa tradizione multiculturale in un progetto più grande, serve lo sforzo di tutte le generazioni.
Quella di Bruno, che ha imparato l’italiano a casa e il bosniaco a scuola. Che a tavola beveva vino e oggi – insieme alla sorella Mira, che parla valsuganotto stretto – brinda con la rakija. Quella di Ivo, che dai suoi genitori ha ereditato la tecnica e i terreni. E anche quella di Leonardo, che si sogna balcanico ed è, di nuovo, trentino. Come il loro vino.
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