Compie cent’anni La ribellione delle masse di José Ortega y Gasset (sin dal 1962 in italiano presso il Mulino), una delle menti più acute del primo quarto del Novecento europeo, maestro (accanto a Julien Benda in Francia e Georg Simmel in Germania, per non dire di altri) di quella specie di filosofia sociale o sociologia filosofica che correva in quel torno di tempo, esposta con una prosa spagnola tra le più raffinate. Queste poco più che cento pagine andrebbero rispolverate e rilette, perché contengono una delle prime analisi dell’«avvento delle masse al pieno potere sociale», cioè di quell’evo storico in cui ancora viviamo, che chiamiamo modernità.

Essendo Ortega un conservatore (sia pure coltissimo, illuminato e cosmopolita), il suo era il punto di vista di una élite che guarda e valuta i fenomeni dall’alto.

Perciò, bisogna lasciargli passare alcune formulazioni che al suo tempo erano consentite, ma oggi sarebbero improprie, come la seguente: «Tipico del momento è il fatto che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha il coraggio di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dappertutto». La pesantezza di formulazioni simili, e la terminologia in cui si esprimono, nulla tolgono però all’acutezza delle analisi, che ci dicono ancora molte cose sul tempo attuale.

Alla base della “ribellione”, secondo Ortega, sta un fenomeno che negli anni Venti gli appariva nuovo: l’“affollamento”, il “troppo pieno”, il crearsi ovunque di folle che «prendono il primo piano». Queste folle, che pur esistendo già non si erano mai manifestate come tali, hanno cominciato a «impadronirsi degli spazi e degli oggetti e a godere dei piaceri che prima erano riservati a pochi». Sono così diventate «indocili alle minoranze: non obbediscono loro, non le seguono, non le rispettano, anzi, le mettono da parte e le soppiantano». 

Ne nasce «il trionfo di un’iperdemocrazia in cui la massa agisce direttamente senza legge, attraverso pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti». Tutti i codici della convivenza ne risultano alterati: «Si sopprimono le istanze intermedie, si elimina la “buona educazione”, si coltiva l’insulto».

Lungimiranza

In tutti questi fenomeni Ortega vede il segno di una “ribellione”, diretta non solo alla presa del potere duro (quello politico ed economico), ma anche (come oggi diremmo) del soft power. «Almeno nella storia europea fino a questo momento, il volgo non aveva mai ritenuto di avere “idee” sulle cose. Aveva credenze, tradizioni, esperienze, proverbi, abiti mentali, ma non si riteneva in possesso di opinioni teoriche su quel che le cose sono o devono essere – per esempio sulla politica o sulla letteratura».

Ora invece si azzarda a «giudicare, sentenziare, decidere». Le masse però mancano di cultura, cioè «di principi di legalità, di sfondi intellettuali a cui fare riferimento»: quindi, hanno sì cominciato «a dirigere la società», ma «senza averne la capacità».

Ciò ha determinato un cambiamento di paradigma. «Per il “volgo” di ogni tempo, vita significava anzitutto limitazione, obbligo, dipendenza». La nuova situazione induce invece la massa «a non limitarsi in alcun senso, non le pone né veti né barriera alcuna, anzi eccita i suoi appetiti».

Certo, il presupposto di Ortega è duramente classista: «La massa è venuta al mondo per essere diretta, influenzata, rappresentata, organizzata. […] Ma non è venuta al mondo per far tutto questo da sola. Ha bisogno di riferire la sua vita all’istanza superiore, costituita dalle minoranze eccellenti». Ignorando questo presupposto “primitivo”, le masse travolgono secondo lui una serie di paletti: la storia e il passato non valgono più nulla, nulla vale il sapere scientifico, nulla la saldezza delle opinioni e delle posizioni.

La vita pubblica perde ogni serietà: «Un generale e vorticoso turbine di farsa si abbatte sul suolo europeo […]. Si vive umoristicamente. […] C’è umorismo tutte le volte che si vive di atteggiamenti revocabili, in cui la persona non si impegna per intero e senza riserve».  E al fondo, come conseguenza, lo Stato diventa la sede del «maggior pericolo». La massa se ne impadronisce e cerca di farlo coincidere con sé stessa. (È interessante che Ortega vedesse anche nel fascismo, al potere in Italia solo da quattro anni al momento dell’uscita del suo libro, «un tipico movimento di uomo-massa»).

La lettura di Lasch

Se la si spoglia delle pesanti incrostazioni conservatrici (e a tratti reazionarie), l’analisi di Ortega corrisponde molto bene a fenomeni e processi politico-culturali che, in Europa e altrove, si osservano da almeno trent’anni. Tutti sappiamo infatti che è ancora in corso una «ribellione delle masse», col sostegno di quell’ideologia che chiamiamo genericamente populismo. Movimenti di destra e di sinistra, come i 5S e FdI in Italia, Podemos non meno che Vox in Spagna e altri ancora, non sono che gli avatar più recenti di quella “ribellione”.

Ma mentre le masse, ribellandosi, arrivano al potere e impongono i loro gusti, cosa fanno le élites, che non sono ormai più il ceto di benestanti, possidenti e intellettuali conservatori dell’epoca di Ortega, ma hanno del tutto ridefinito i loro connotati? Un abbozzo di risposta si trova in un’altra opera ben nota, La rivolta delle élites e il tradimento della democrazia di Christopher Lasch (1995; in italiano da Neri Pozza 2017), che, come tratto tipico della modernità recente, alla ribellione delle masse aggiungeva quella delle élite. Sebbene abbia trent’anni, questo libro (che non a caso nei primi capitoli dialoga con le tesi di Ortega) disegna dal vivo e in modo quasi profetico i tratti di quell’élite americana liberal e cosmopolita di cui l’affaire Epstein offre oggi un drammatico esempio.

Fatta di tecnocrati, finanzieri, manager e operatori della comunicazione, questa élite «controlla il flusso internazionale di denaro e di informazioni, presidia le fondazioni filantropiche e le istituzioni accademiche di alto livello, gestisce gli strumenti della produzione culturale e quindi fissa l’agenda del dibattito pubblico» decidendo così le sorti di vasti segmenti delle società contemporanee. Siccome la loro ricchezza aumenta incessantemente, la drammatica divaricazione globale tra superricchi e poveri si accresce mentre la classe media si dissolve.

Ma l’élite non se ne preoccupa: una sua proprietà è l’indifferenza. Nondimeno, tra i suoi valori (di cui Lasch fa una lista non poco impressionante) sono «famiglia, ottuso patriottismo, fondamentalismo religioso, razzismo, omofobia, concezioni retrograde della donna». Si direbbe, con decenni di anticipo, la descrizione del movimento Maga e al tempo stesso la cartella clinica di una democrazia malata.

L’élite di oggi 

Questa élite è fatta di uomini che si sentono a casa soltanto quando «sono en route verso una conferenza di alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale». Naturalmente, questa gente odia la sfera pubblica ed evita di pagare tasse perché non ha bisogno di servizi pubblici: «Sono contenti di pagarsi scuole private, polizia privata, sistemi privati di raccolta dei rifiuti». 

Avendo «una visione essenzialmente turistica del mondo», respingono l’idea di una residenza stabile, adatta semmai a una middle class che vedono «tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali». Preferiscono insediarsi in «sacche geografiche specializzate, abitate da gente come loro», come Cambridge, la Silicon Valley, Los Angeles, Hollywood. Non hanno alcun interesse a produrre, perché il solo rapporto che abbiano col lavoro produttivo è il consumo affluente. Per gente di questo tipo, la democrazia non «merita di sopravvivere». Sotto questa descrizione, ognuno di noi vede volti precisi e ben noti.

I testi di Ortega e Lasch andrebbero letti a confronto, perché illuminano, con potenti fasci di luce, l’uno gli albori e l’altro la fase matura del nostro stato attuale, dall’avanzata delle destre populiste al trumpismo mondializzato, dal trionfo delle disuguaglianze giù giù fino agli Epstein files. Di certo, questi ultimi costringerebbero Lasch ad aggiungere al suo libro qualche ulteriore drammatico capitolo.

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