Nella Grecia antica si sparge la voce che Omero ha messo mano a un nuovo poema: «Non so ancora, sto pensando a qualcosa come Odisseo o L’Odissea». Ma ben presto le cose si mettono male: Polifemo ha dato forfait e Penelope dichiara che non aspetterà un giorno di più. Un estratto da I nottambuli, una selezione degli scritti di Fruttero & Lucentini
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Nella Grecia antichissima si sparge la voce che Omero, dopo il successo dell’Iliade, ha messo mano a un nuovo, grandioso poema. Lo vanno a intervistare. «Sì, effettivamente è un progetto che mi sta molto a cuore, ci pensavo da tempo, ho già buttato giù un primo abbozzo».
Il soggetto?
Be’, sono sempre stato affascinato dai vecchi miti di avventure marinare, di viaggi fantastici, fin da quando me ne parlava mio nonno nelle sere d’inverno.
Quindi un poema d’azione, di peripezie?
Altroché. Pieno di sorprese, colpi di scena, trovate spettacolari.
Ce ne può raccontare qualcuna per i nostri lettori?
Eh, no, tutto è ancora molto top secret.
Ci sarà anche un intreccio amoroso?
Più d’uno, e con donne bellissime, fatalissime.
Ha già qualche idea su chi sarà il protagonista?
Ho esitato a lungo, e alla fine avrei deciso per Ulisse. Umanamente, è meno simpatico di un Ettore, lo so, ed è un guerriero meno formidabile di un Achille o di un Ajace, privo inoltre della statura regale, tragica, di un Agamennone; però lo vedo bene come vecchia volpe che sa cavarsela nelle circostanze più difficili.
Il titolo?
Non so ancora, sono molto perplesso, ma sto pensando a qualcosa come Odisseo o L’Odissea.
Grazie e buon lavoro.
In tutta l’Ellade il pubblico si frega le mani ingolosito, comincia ad aspettare. Ma ben presto le cose si mettono male, si viene a sapere che il poema è interrotto. Poi che è ripartito. Poi che si è arenato di nuovo. «Ci sono difficoltà nella stesura» spiega Omero in un’intervista. Ne rilascia molte altre dello stesso tenore: ora Polifemo ha dato forfait, ora s’è dovuto rifare dalle fondamenta il palazzo di Circe, ora non si trova Telemaco, ora Penelope dichiara che non aspetterà un giorno di più.
A poco a poco il secret si fa meno top, trapelano nei minimi dettagli tutte le avventure del reduce, gl’incontri, le astuzie, le fughe, i naufragi, gli scampati-per-un-pelo pericoli. E intanto i problemi del poeta crescono, si moltiplicano in affannosa progressione. Si è di nuovo fermato? No, ma ha dovuto tagliare 800 versi. Ha ripreso in pieno. È sul punto di rinunciare. Ha cambiato sei volte il finale. Ha rielaborato completamente l’inizio. Non è soddisfatto dei Lotofagi.
Ha mandato tutto al diavolo.
Dopo undici anni di simili alti, bassi, tira e molla, neppure il massimo poeta della civiltà occidentale avrebbe potuto evitare, crediamo, l’esasperato «uffa!» del suo potenziale pubblico. Ma chi sarà mai questo Omero! Che sarà mai questa Odissea! Non c’è nulla come un suspense troppo lungo per far sbocciare il chisenefrega.
Tutto ciò per riconoscere sportivamente a Sergio Leone il tremendo handicap con cui è infine uscito, dopo undici anni, il suo C’era una volta in America. Le traversie del film, non indegne di quelle in cui incappò lo sventurato figlio di Laerte, sono state davvero epiche, fino all’estrema controversia coi produttori americani per quanto riguardava tagli e montaggio.
E un elementare senso del fair-play c’imponeva di estirpare i pregiudizi che s’erano via via accumulati dentro di noi, compensare in anticipo ogni possibile anticlimax, spazzar via dalla memoria quegli undici anni di interviste, polemiche, ripensamenti, dicerie, in modo da presentarci allo spettacolo col candore ingenuo di Nausica. Così abbiamo fatto; ma la dea della Distribuzione ha tirato fuori un nuovo maligno ostacolo proprio all’ultimo momento.
«Le tessere omaggio e di favore sono abolite» diceva un cartello sopra la testa della cassiera del cinema Vittoria, a Torino. «Tutti indistintamente devono pagarsi il biglietto, se vogliono vedere questa epopea di quattro ore», diceva la cassiera dalle rosee dita respingendo sdegnosa i nostri rettangolini plastificati. «Ma chi sta facendo un favore a chi?» dicevamo noi sbalorditi.
«Questo è lavoro, non siamo mica qui per divertirci. E poi, perfino la Fondazione Valla ci manda gratuitamente ricchi volumi rilegati, annotati e col testo a fronte contenenti una nuova traduzione dell’Odissea, che è l’Odissea!»
Niente da fare, le colonne d’Ercole non si sono aperte alle nostre argomentazioni e proteste. E allora noi, che nutriamo il più grande rispetto per l’Olimpo, abbiamo interpretato l’enigmatica disposizione come un ammonimento, un presagio infausto. E girati umilmente i tacchi ce ne siamo tornati a casa pensando che però Sergio Leone deve averla fatta davvero grossa a qualcuno Lassù.
Forse, quando girava i suoi western, avrà rubato una mandria di giovenche sacre…
Questo testo uscì col titolo “C’era una volta in America” su Epoca, il 26 ottobre 1984. Tratto da I nottambuli, Meridiani, a cura di Domenico Scarpa
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