Dai sikh del Punjab indiano che lavorano nella Pianura Padana ai migranti dell’Africa sub sahariana che raccolgono ortaggi nei campi, “l’autenticità gastronomica” italiana è sorretta dalle braccia invisibili di una forza lavoro migrante. Eppure la politica usa il Made in Italy come un feticcio sovranista per blindare i confini culturali, ignorando che quella stessa terra è lavorata da mani straniere
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C’è un’Italia che va in scena ogni giorno nei centri storici, un palcoscenico di tovaglie a scacchi e finta autenticità allestito per il turismo di massa. È il mito della dieta mediterranea e del Bel Paese, evocato un tempo da Ancel Keys e oggi capitalizzato da Stanley Tucci, dove le nonne modellano instancabilmente cavatelli e i borghi medievali si trasformano in parchi a tema gastronomico.
Questo racconto, elevato a vanto nazionale e tutelato dal feticismo istituzionale della "sovranità alimentare" in salsa meloniana, è però un’illusione. La realtà ci racconta un'Italia molto diversa, in cui oggi fare la spesa costa il 25% in più rispetto a 5 anni fa. E con i salari fermi da più di trent’anni, il potere d’acquisto crolla drasticamente. I nostri consumi sono cambiati di conseguenza: abbiamo ridotto alcune categorie di prodotti, abbiamo cambiato abitudini.
Le catene dei supermercati puntano sempre di più su offerte promozionali e prezzi bassi, molti si rivolgono ai discount per fare la spesa. Mentre gli italiani mangiano sempre peggio, e aumentano le famiglie che ricorrono agli aiuti alimentari, lo spazio pubblico viene saturato da repliche standardizzate di un folclore gastronomico cucito su misura per i turisti. Una narrazione patinata che nasconde le numerose contraddizioni del sistema alimentare, come il giusto prezzo dei prodotti o lo sfruttamento.
Autenticità e filiera
L’autenticità gastronomica italiana, infatti, è oggi sorretta dalle braccia invisibili di una forza lavoro prevalentemente migrante. E questo scenario rivela una profonda frizione tra due flussi globali interconnessi: il turismo che consuma il mito e la migrazione transnazionale che materialmente lo produce.
Dai sikh del Punjab indiano che si occupano delle vacche nella Pianura Padana per il Parmigiano Reggiano, alle migliaia di persone provenienti dall’Africa sub sahariana che raccolgono ortaggi nei campi di tutta Italia o lavorano nei vigneti del Prosecco, alle decine di cuochi e lavapiatti impiegati nella ristorazione, la filiera del cibo in Italia dipende spesso da una manodopera straniera, in forte stato di bisogno.
Eppure, il discorso politico attuale opera una rimozione sistematica: usa il "Made in Italy" come un feticcio sovranista per blindare i confini culturali, ignorando che quella stessa terra è lavorata da mani straniere. E lo sfruttamento e il caporalato si nutrono anche di questo vuoto istituzionale, che si crea quando la politica si volta dall’altra parte.
Questo atteggiamento della politica, che confonde la sovranità alimentare col sovranismo, ha trasformato una cultura viva in un modello statico e ripetitivo, che spinge all’uniformità e alle monoculture intensive, sacrificando la biodiversità agricola e la complessità storica e culturale della nostra alimentazione.
Lo stesso riconoscimento della Cucina italiana patrimonio Unesco è stato presentato dal governo come il racconto di “un popolo che ha custodito i propri saperi”, mentre è vero l’esatto contrario: le Nazioni Unite hanno insistito sulla “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”. La cucina italiana non è mai stata una fortezza isolata, ma un organismo nato da contaminazioni storiche, da semi, tecniche e ricette portati da popoli in movimento nel Mediterraneo.
Ridurla a una dottrina escludente significa tradire la sua stessa natura biologica e sociale. Il cibo non è un museo da proteggere dagli "altri", ma lo strumento con cui negoziare cittadinanza e appartenenza. Smettere di narrare l’Italia da cartolina non impoverisce la nostra tradizione; al contrario, le restituisce la dignità di un processo aperto, fecondo e storicamente meticcio.
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