Se l’ultimo documento del 2010 rivendicava esplicitamente di non dettare modelli pedagogici, le nuove costruiscono una cornice molto più densa. Così lo studio dovrebbe diventare esercizio di autocontrollo. E il rischio è che serva solo a legittimare l’esistente, in un sistema scolastico già profondamente diseguale
Il dibattito pubblico sulle nuove Indicazioni nazionali per i Licei si è aperto nel modo più prevedibile: discutendo se sia opportuno leggere o meno i Promessi sposi al biennio o in quarta. Lasciata da parte l’aneddotica, vale però la pena leggere con attenzione la premessa culturale generale, che rivela molto più delle singole scelte contenutistiche, che tra l’altro non hanno un carattere prescrittivo.
Le Indicazioni sono, per definizione, un documento tecnico: dovrebbero sostenere le scuole e i docenti nella costruzione dei curricoli, fungendo da ponte tra il Profilo educativo del 2010 e la didattica quotidiana. Arrivano dopo sedici anni e sostituiscono un testo che aveva già mostrato i suoi limiti. La domanda, quindi, è semplice: in quale direzione spingono la scuola italiana?
Le forme per accedere alla cultura
A una prima lettura, la continuità nei contenuti disciplinari è evidente. Lo scarto, invece, riguarda il modo in cui questi vengono incorniciati. Se le indicazioni del 2010 rivendicavano esplicitamente di non dettare modelli pedagogici, le nuove costruiscono una cornice molto più densa, in cui affiorano con chiarezza assunti culturali e antropologici. Il cambiamento non riguarda tanto che cosa si insegna, quanto come lo si insegna e, soprattutto, che cosa significhi formare un soggetto.
Qui emerge una visione precisa: la formazione come processo di acquisizione progressiva di forme – cognitive, linguistiche, comportamentali – necessarie per accedere alla cultura. Non è un caso il richiamo al personalismo di Mounier, qui riletto in chiave formativa: la persona è concepita come realtà in divenire, che si realizza attraverso disciplina, relazione e interiorizzazione di valori. Lo studio diventa così il pilastro dell’intero impianto: non semplice apprendimento, ma pratica di trasformazione interiore.
Un passaggio del documento è particolarmente esplicito: è attraverso l’applicazione rigorosa allo studio che lo studente acquisisce il proprio “statuto civile” e sviluppa un habitus adeguato. La scuola, dunque, non si limita a trasmettere conoscenze o a costruire competenze, ma dà forma a modi di stare al mondo attraverso il modello dell’insegnante. Lo studio diventa esercizio di autocontrollo, pratica formativa fortemente regolativa.
Il problema pedagogico è evidente: il soggetto è punto di partenza o esito del processo educativo? Nelle indicazioni, la risposta è chiara: lo studente diventa pienamente soggetto solo nella misura in cui interiorizza i codici della cultura legittima.
La grammatica dell’implicito
Questo punto è decisivo se lo si colloca nel contesto attuale, segnato da forti disuguaglianze. Se l’accesso a quei repertori culturali non è equamente distribuito, la scuola rischia di interagire in modo differenziale con gli studenti, a seconda della loro maggiore o minore prossimità alle forme culturali richieste.
Non è un caso che il documento introduca anche una “grammatica dell’implicito”: la prossemica del rispetto, fatta di tono di voce, distanza, gesti, posture. Il rispetto non è più solo un valore, ma una forma codificata di comportamento, che coincide in larga parte con codici socialmente situati, riconducibili alle classi medio-alte.
Ne deriva una configurazione pedagogica precisa: da un lato un sapere definito e legittimo, dall’altro un soggetto chiamato a trasformarsi per potervi accedere. In questo quadro, l’universalismo dichiarato rischia di tradursi, nei fatti, in un dispositivo insieme di disciplinamento e di selezione.
Per chi si richiama alla tradizione della scuola democratica e guarda con attenzione alla ricerca educativa contemporanea, non è facile avviare un dialogo su un documento così fortemente orientato e connotato ideologicamente. Non è in discussione il valore dello studio o della cultura, ma il modo in cui vengono resi accessibili. Se l’accesso passa attraverso l’adeguamento a forme già date, il rischio è che queste indicazioni servano solo a legittimare l’esistente, offrendo una cornice coerente a un sistema scolastico già profondamente diseguale.
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