Il voto al Senato sul disegno di legge Valditara sul consenso informato nelle scuole previsto il 22 aprile è stato rinviato. Mentre questo accadeva, a pochi metri da Palazzo Madama, si svolgeva il presidio “Consenso negato”, promosso da una rete di associazioni, realtà educative, centri antiviolenza e comunità di insegnanti.

Un rinvio che le organizzazioni presenti leggono come un primo segnale positivo, ma non come una battuta d’arresto definitiva. «È un risultato - spiegano - ma il nostro obiettivo è impedire l’approvazione di questa legge».

Al centro della contestazione c’è innanzitutto il divieto di affrontare l’educazione sessuo-affettiva nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, previsto dal disegno di legge. Un’impostazione che esclude proprio le fasce d’età in cui si costruiscono le prime rappresentazioni del corpo, delle relazioni e dei confini. A questo si aggiunge il meccanismo del consenso preventivo delle famiglie per le attività legate all’educazione affettiva, al corpo, alle relazioni e alle differenze negli ordini scolastici successivi.

Il punto, spiegano durante il presidio, non è solo procedurale. È strutturale. In un sistema che già oggi non garantisce in modo uniforme l’educazione sessuo-affettiva, introdurre nuovi vincoli significa accentuare le disuguaglianze: alcuni percorsi continueranno dove il contesto lo consente, mentre altrove verranno di fatto bloccati.

Il rischio è che proprio chi avrebbe più bisogno di questi strumenti ne resti escluso. Nelle famiglie più aperte e informate, i percorsi potranno essere autorizzati e proseguire; in contesti più rigidi, segnati da stereotipi o da forme di controllo, verranno più facilmente rifiutati. E ancora di più, nelle situazioni in cui esistono dinamiche di violenza, silenzio o difficoltà relazionale, il consenso preventivo rischia di diventare un ulteriore ostacolo all’accesso a spazi educativi che permettono di riconoscere, nominare e comprendere ciò che si vive.

In questo modo, uno strumento pensato formalmente come tutela finisce per produrre l’effetto opposto: non protegge, ma seleziona. E rende l’educazione dipendente proprio da quelle condizioni familiari e sociali che la scuola, come istituzione pubblica, dovrebbe invece contribuire a riequilibrare.

Ma qui si apre anche una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra scuola e democrazia. Se l’accesso a contenuti educativi fondamentali viene subordinato a un consenso individuale e preventivo, il rischio è quello di trasformare la scuola da spazio pubblico a spazio negoziato, in cui diritti e opportunità dipendono dal contesto di provenienza e non da un orizzonte comune.

Ma la critica è anche più radicale. Secondo le associazioni, il provvedimento colpisce direttamente uno degli strumenti più importanti di prevenzione. «Non si tratta di un tema accessorio - sottolineano - ma di una dimensione centrale dell’educazione».

L’educazione sessuo-affettiva, infatti, non è un contenuto aggiuntivo o opzionale, ma riguarda il modo in cui si costruiscono relazioni, si riconoscono i confini, si nominano le emozioni e i rapporti di potere. È su questo terreno che si sviluppano - o si contrastano - fenomeni come la violenza di genere, il bullismo omolesbobitransfobico, la discriminazione.

Continuare a trattare questi temi come opzionali significa accettare che anche la prevenzione resti intermittente. Ma la violenza non è intermittente: è strutturale, si costruisce nel tempo e attraversa le relazioni quotidiane. Per questo gli strumenti per contrastarla devono essere altrettanto strutturali.

Intervenire limitando questi spazi, sostengono le realtà mobilitate, significa agire nella direzione opposta rispetto alla prevenzione. «La violenza non nasce all’improvviso - spiegano – ma dentro modelli relazionali, stereotipi e silenzi che si costruiscono nel tempo».

Il rischio, allora, è quello di tornare a un sistema educativo che evita, censura, rimanda. Un sistema in cui temi come il corpo, il consenso, il desiderio e le differenze restano impliciti, affidati a contesti diseguali e spesso privi di strumenti adeguati.

Nel presidio romano davanti al Senato questa preoccupazione si è tradotta in una mobilitazione ampia e trasversale. A promuoverla sono state Italy Needs Sex Education, Meglio a Colori e la rete Educare alle Differenze. Tra le presenze in primis quelle delle associazioni studentesche, la Rete Studenti Medi e l’Unione degli Studenti. A sostenere la mobilitazione anche la Casa Internazionale delle Donne, Lucha y Siesta, ActionAid, Fondazione Una Nessuna Centomila, Coordinamento Genitori Democratici, Agedo, Circolo Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno, Genderlens, SCOSSE APS, Arcigay Roma, Cooperativa Be Free, Di.Re Donne in rete contro la violenza e molte altre.

Una composizione che racconta la natura del conflitto in corso: non una questione settoriale, ma uno scontro che attraversa scuola, diritti e visione della società.

Negli ultimi anni, sottolineano le associazioni, il dibattito pubblico si è progressivamente spostato. Narrazioni che un tempo restavano ai margini - legate all’allarmismo sull’educazione di genere - sono entrate nel discorso istituzionale e oggi si traducono in proposte di legge che restringono gli spazi educativi.

Il ddl Valditara si inserisce in questo quadro di attacco alla scuola pubblica come definita nella Carta costituzionale. Sotto la retorica della tutela delle famiglie, introduce un meccanismo di controllo preventivo sui contenuti, con effetti diretti sulla libertà di insegnamento e sull’autonomia educativa delle scuole.

Qui si gioca un passaggio politico decisivo: non il rapporto tra scuola e famiglie - che è sempre stato un terreno di confronto - ma il rischio di una progressiva sottrazione di autonomia alla scuola come istituzione pubblica. Quando ciò che può essere detto o insegnato diventa oggetto di autorizzazione preventiva, il campo educativo si restringe e si espone a dinamiche di pressione e censura.

Il rinvio del voto apre ora una fase che può divenire incerta e le realtà mobilitate annunciano che la protesta continuerà, dentro e fuori le istituzioni.

La posta in gioco, dicono, non riguarda solo una legge. Riguarda il modello di scuola e, più in generale, la capacità di un sistema educativo di nominare ciò che attraversa la vita delle persone.

Quando questi temi vengono sottratti alla parola pubblica, non scompaiono. Si spostano altrove, in forme implicite e spesso più difficili da riconoscere. Ed è in questi spazi opachi che dinamiche di violenza, controllo e discriminazione tendono a radicarsi, a normalizzarsi, a diventare più difficili da contrastare.

*Presidente di Educare alle differenze

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