Nessuno capisce la nostalgia meglio di me. Ho quasi le stesse ossessioni che avevo nel decennio scorso, forse anche due decenni fa.

Ascolto sempre la stessa musica, riguardo i soliti film infinite volte, recito a memoria interi episodi di Friends che sono stati il sottofondo di molte ore di pulizie casalinghe e piatti lavati a mano (gli anni passano ma nella mia vita adulta non ho mai vissuto in una casa dotata di lavastoviglie). Sporadicamente mi entusiasmo per qualcosa di nuovo, ma poi torno sempre dove sono stata bene: nel passato.

Canottiera con dignità

È un tratto insopportabile della mia generazione, questa inguaribile retromania, ma è difficile resisterle, soprattutto quando il mondo sembra fare di tutto per alimentarla.

È rimasto qualche prodotto di cui non è stato fatto un reboot, un remake, un riciclo di qualche tipo? Restava giusto Dirty Dancing, ma ora sappiamo che sarà rispolverato anche quello. Questa settimana è stato annunciato un sequel del film del 1987 che ha ispirato milioni di bambine a seviziare amici e fratelli per prenderle al volo e provare a mettere a punto la presa ad angelo che i due protagonisti eseguivano alla fine, dopo altrettanti tentativi falliti.

Lui, l’insegnante di danza dal pube de oro, era Patrick Swayze, uno tra i dieci uomini eterosessuali della storia ad aver portato la canottiera con dignità; lei, la ragazza borghese rigidona che in vacanza coi suoi perde la testa per il ballerino capo del campeggio – solo perché nelle Catskill non ci sono i bagnini della riviera romagnola – è Jennifer Grey, che riprenderà il ruolo di Baby quarant’anni dopo.

La notizia dovrebbe elettrizzarmi, ho visto Dirty Dancing abbastanza volte da aver imparato anche la presa ad angelo, perfezionata con la mia migliore amica nel mare della meno esotica località di Riva di Ugento, invece, come sempre più spesso accade, mi rattrista.

Un po’ perché si insinua sempre più forte il dubbio che le idee siano finite e presto nessuno sarà più in grado di produrre contenuti originali, un po’ perché trovo che rielaborare un prodotto finito dopo tutti questi anni sia un’operazione poco sensata, come andare a mettere gli AirPods nelle orecchie della Gioconda.

Chi se ne frega se i tempi cambiano, chi se ne frega se ogni tanto qualche sfortunato invecchia male. Non possiamo più apprezzare niente senza cercare una qualche forma di immedesimazione?

La formula di queste operazioni ormai è standard: prendere la trama dell’originale e replicarla, attualizzata con nuovi protagonisti. Con Dirty Dancing le opzioni sono due. Nella prima Baby riscopre la passione per un uomo e per la danza nella terza età.

Jennifer Grey ha 65 anni ma ha fatto una rinoplastica, quindi l’ostacolo rappresentato dall’essere un po’ cessa nel film originale qui sarebbe sostituito agilmente dalla vecchiaia.

Di sicuro non avrebbe al suo fianco l’insegnante di danza originale, un po’ perché Swayze è morto nel 2009 e spero che non vadano a riesumarlo con l’intelligenza artificiale, ma soprattutto perché nessuna ragazza bene sposa il bagnino delle vacanze (o magari l’ha sposato ed è morto anche nella finzione, anche le vedove hanno diritto al romanticismo).

Calco senza inventiva

La seconda opzione è un calco ancora più privo di inventiva: Baby è diventata madre, il bagnino comunque non l’ha sposato, e con un uomo assolutamente ordinario ha avuto una figlia che durante l’adolescenza le si ribella e va, che ne so, a twerkare sul reggaeton con i maranza del quartiere.

Lei ripete gli errori dei suoi repressivi genitori (sua mamma nell’87 è letteralmente Emily Gilmore), ma alla fine si ricorda cosa vuol dire essere giovane e innamorarsi di un manzo con il bacino snodabile.

Più che per i millennial questa è la versione GenZ, cioè lo stesso film del 1987 ma in HD (la scrittura in verità è stata affidata a Kim Rosenstock, sceneggiatrice millennial della recente serie Dying for Sex, non del tutto cialtrona se ho capito bene).

Questo è solo in apparenza un servizio ai nostalgici, la verità è che a nessuno piace più la roba vecchia. Mentre giro disperata per Milano alla ricerca di una casa da comprare che non mi faccia venire voglia di morire e non distrugga definitivamente la mia già precaria stabilità economica, calpesto con un certo sollievo i vecchi parquet degli Anni 50 che sono spesso il criterio con cui prenoto le visite.

«Qui può fare un pavimento più moderno» si affrettano a dirmi tutti gli agenti immobiliari, come se il rovere fosse un grave difetto dell’appartamento e non l’unico elemento di bellezza in ogni stamberga sovrapprezzata che vedo.

Il vecchio non piace più, bisogna fare tutto nuovo, coprire ogni cosa di gres, dimenticare quello che c’è stato e guardare al rimpasto con il disincanto della novità, semplicemente ignorando quello che è stato.

Questo è in effetti il contrario della nostalgia, è un negazionismo ignorante che non accenna a rallentare. Ma nessuno mette Baby nell’angolo, e nemmeno nell’umido.

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