È un esilio in atto da tempo, ormai quasi completato: l’espressione libera di un pensiero complesso è diventata, nei fatti, difficilissima. Varie cause convergono: il dibattito stesso sviluppa, si diceva, una specie di sistema immunitario. Ciò che si nota, in questa nuova forma del discorso, è la rapidità con cui ci adattiamo e soprattutto ci prestiamo
La forma assunta dal dibattito politico sembra avere ormai come obiettivo strutturale l’espulsione progressiva dell’intelligenza umana dallo spazio pubblico. Dico “umana” perché oggi conviene specificarlo. È un esilio in atto da tempo, ormai quasi completato: l’espressione libera di un pensiero complesso è diventata, nei fatti, difficilissima. La parola stessa, “complesso”, è inutilizzabile senza apparire naïf oppure loschi.
Si potrebbe obiettare che l’intelligenza non coincide con la complessità. Esiste anche nell’immediatezza, nelle intuizioni che sembrano contenere in sé una verità intera. Giusto. Ma se parliamo davvero di intelligenza, allora quell’intuizione fulminante dovrebbe poi aprire una riflessione, generare dubbi, essere analizzata. Oggi, invece, dubitare è un gesto che ha un costo. Chi esita viene marchiato come “contro” la cosa intorno alla quale prende tempo.
Pensare troppo comporta una penalità simbolica. Lo sentiamo tutti i giorni: a prescindere da quanto siamo intelligenti (io non la pretesa di esserlo particolarmente), ci viene suggerito, in maniera sottile, di esserlo meno. E via via ci adattiamo, in base al nostro livello di partenza.
Non è però un complotto. Anche volendo, un gruppo umano, da solo, non potrebbe guidare questa deriva. Il fatto è che “il dibattito” non è esattamente uno strumento. È più simile a un organismo. (Se guardi bene ci sono tanti oggetti astratti che però sono organismi, ma non divaghiamo). Il dibattito espelle ciò che non riconosce come utile alla propria sopravvivenza.
La domanda allora diventa: perché oggi l’intelligenza umana è un corpo estraneo che gli anticorpi del dibattito vogliono espellere? Le cause che elencherò qui sono quasi tutte note. Ma metterle in fila è impressionante. Perché sono tante, e coerenti fra loro. Un esercito di cause. La stupidità, a questo punto, appare come un destino. «Non potrebbe essere altrimenti».
Le cause
La prima causa, come sempre, è tecnica. La tecnologia resta la spinta principale nelle trasformazioni umane. Le piattaforme digitali premiano ciò che genera reazioni immediate. L’attenzione è la valuta del sistema, e la complessità non genera attenzione: la disperde. La stupidità (o, se preferite, la minore intelligenza) non è un incidente, ma un adattamento evolutivo.
La seconda ragione è cognitiva. Il cervello, sommerso da stimoli, cerca scorciatoie interpretative. Lo slogan, la formula, il nemico: tutto ciò che riduce il carico mentale diventa rassicurante. Pensare richiede energia. Secondo me ne richiede più che in passato (questo lo dico per scusarci un po’). Semplificare vuol dire risparmiare. Il pensiero critico è inefficiente. Una spesa.
C’è poi una ragione linguistica. Il linguaggio politico è stato assorbito da quello pubblicitario. Ogni messaggio deve essere breve, riconoscibile, ripetibile. La parola non serve più a descrivere, ma a diffondere. Il dubbio è un difetto di comunicazione, e l’ambiguità un errore di posizionamento.
Poi c’è la spiegazione estetica. Una società visuale non tollera la disarmonia. L’intelligenza introduce complessità visiva, rompe la simmetria del racconto. È visivamente scomoda, non fotogenica.
E sul piano emotivo? In un’epoca di crisi continue, la paura sostituisce l’analisi. Si chiedono soluzioni, non domande. Si cercano leader. L’intelligenza, che esita, diventa sospetta. Il dubbio è debolezza o astuzia delle élite.
Un’ulteriore motivazione è economica. La polarizzazione è redditizia, il conflitto genera interazioni, visibilità. L’odio ha un valore di mercato. Un’altra ancora è sociale. In un mondo frammentato, il bisogno di appartenenza prevale sul desiderio di capire. L’intelligenza isola, lo slogan unisce. La fedeltà è più importante della verità.
Infine (ma è davvero l’ultima?) c’è la causa culturale. Il sapere è stato svalutato. L’istruzione si è trasformata in addestramento tecnico, il pensiero critico è un lusso e una forma di eccentricità.
Il sistema immunitario
Tutte queste cause convergono: il dibattito stesso sviluppa, si diceva, una specie di sistema immunitario. Ciò che si nota, in questa nuova forma del discorso, è la rapidità con cui ci adattiamo e soprattutto ci prestiamo. Ogni volta che rinunciamo a una sfumatura, ogni volta che semplifichiamo per “non complicare”, insegniamo al sistema come ignorarci meglio.
Resta il fatto che un dibattito non sopravvive davvero alla scomparsa dell’intelligenza. A un certo punto muore, o quasi. Ed è possibile che un giorno emerga l’esigenza di farlo rinascere da un cumulo di cellule superstiti.
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