Anselm Kiefer è, tra i grandi artisti contemporanei, quello che forse più di tutti ha portato ai massimi livelli di spettacolare monumentalità la visionaria potenza espressiva e simbolica del suo linguaggio figurativo, alimentato da memorie personali e storiche (legate soprattutto alle devastazioni reali e morali della guerra e del nazismo), da un sempre più profondo interesse per grandi temi letterari, religiosi, mitologici, esoterici, e da influenze artistiche in particolare dei suoi “maestri” Caspar Friedrich, Vincent Van Gogh e Joseph Beuys.

Dopo aver realizzato nel 2004 una gigantesca installazione stabile all’interno del Pirelli Hangar Bicocca, I sette palazzi celesti (delle torri alte fino a 20 metri costituite dall’accumulazione di blocchi di cemento, che evocano i palazzi descritti nel cabalistico trattato ebraico Sepher Hechalot) Kiefer è ritornato a Milano per presentare fino al prossimo settembre il suo più recente ciclo di dipinti all’interno della Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale.

Questo aulico ambiente neoclassico che mostra ancora oggi le ferite del bombardamento del 1943, con le pareti abitate da sculture frammentate, ha subito affascinato l’artista che lo ha scelto come teatro perfetto per la messa in scena delle sue Alchimiste, un’epica e impressionante narrazione pittorica dedicata alla misteriosa e quasi mitica categoria di donne che nei secoli passati (e specialmente dal Quattrocento al Settecento) sono state appassionatamente attive nel campo teorico e pratico dell’alchimia, nell’utopica ricerca della pietra filosofale, nella farmacopea, nella iatrochimica, e nell’elaborazione di “miracolose” ricette estetiche contro l’invecchiamento.

Donne la cui memoria è stata per troppo tempo rimossa, o comunque considerata totalmente subordinata all’influenza dominante di personalità maschili come Paracelso, Robert Fludd o Jean Baptiste van Helmont, e solo di recente oggetto di una approfondita rivalutazione da parte di studiose femministe, in particolare da Jette Anders.

Un labirinto corale

Quando il visitatore entra nel vasto salone si trova immediatamente coinvolto in un incombente e quasi soffocante percorso espositivo animato da una quarantina di enormi tele (ciascuna alta più di cinque metri e mezzo e larga circa tre metri) che interfacciate a coppie sono concatenate formando una serie di strutture a fisarmonica, come dei leporelli giganti, che si ergono nello spazio e nel loro insieme creano un dimensione labirintica, in cui i singoli ritratti hanno la loro autonomia ma allo stesso tempo costituiscono anche un’unica corale opera totale.

Kiefer ha realizzato altri cicli di opere dedicate a donne del passato (da quelle dell’antichità alle Donne delle macerie nella Berlino distrutta nel 1945) ma nel caso delle Alchimiste il rapporto è speciale perché per lui (appassionato studioso dell’alchimia e autore di molte opere su alchimisti come Fludd o Fulcanelli ) la creazione artistica ha una stretta analogia con procedure alchemiche di trasformazione spirituale della materia.

Trasfigurazioni espressive

Le sue immagini figurative prendono vita da spesse stratificazioni e incrostazioni contrassegnate dall’elaborazione di metalli alchemici per eccellenza (piombo, oro, rame, zolfo) e di materiali poveri come cenere, sabbia, argilla, ruggine, paglia, piante e fiori secchi. Il tutto trasmutato attraverso rischiosi processi di combustione, ossidazione, e elettrolisi chimica.

Le alchimiste, identificate dal loro nome scritto in lettere d’oro, non sono veri ritratti ma trasfigurazioni violentemente espressive e simboliche che spiccano, vestite o nude, sulle tele come apparizioni fantasmatiche, cupe e sulfuree, angeliche o diaboliche, immerse o sospese in in paesaggi desertici, abissi vulcanici, cieli infuocati, e anche, in un gruppo finale su fondi vividamente dorati.

Insieme a personaggi di altissimo lignaggio come Caterina Sforza (madre di Giovanni dalle Bande Nere) raffigurata con vestito nero tra bagliori grigi e violacei, e Isabella d’Aragona che sta precipitando nel vuoto sovrastata dalla pietra filosofale, c’è una straordinaria schiera di donne che emergono dall’oblio con i loro intriganti e anche tragici percorsi negli esoterici territori delle esperienze alchemiche.

Tra queste si possono citare, come esempi, Madame de la Martinville, seguace di Paracelso, che completamente nuda con tenebrose escrescenze alari si staglia su un fondale verderame; Martine de Bertereau che morì in prigione accusata di negromanzia; Sophie Brahe, sorella del famoso astronomo Tycho, oberata dal peso di un crogiolo per la fusione dell’oro; e la disgraziata Anne Marie Ziegler messa al rogo nel 1575, autrice di un delirante libro in cui illustra il potere magico del “sangue di leone”, che si contorce in una combusta atmosfera nera e verdastra.

Anselm Kiefer,Mary AnneAtwood, 2025. Emulsione, olio,acrilico, gommalacca, fogliad’oro, sedimento di elettrolisie carboncino su tela.560 × 380 cm.© Anselm KieferPhoto: Nina Slavcheva
Anselm Kiefer,Mary AnneAtwood, 2025. Emulsione, olio,acrilico, gommalacca, fogliad’oro, sedimento di elettrolisie carboncino su tela.560 × 380 cm.© Anselm KieferPhoto: Nina Slavcheva
Anselm Kiefer,Mary AnneAtwood, 2025. Emulsione, olio,acrilico, gommalacca, fogliad’oro, sedimento di elettrolisie carboncino su tela.560 × 380 cm.© Anselm KieferPhoto: Nina Slavcheva

La figura più antica (del II o IV secolo) è Kleopatra, una mitica filosofa e alchimista supposta autrice di uno scritto sulla Chrisopoeia, l’arte di produrre oro, mentre quella più moderna è Mary Ann Atwood, figura chiave della cultura alchemica inglese alla fine dell’Ottocento. Entrambe nobilitate da lucenti fondi oro.


Anselm Kiefer, Le Alchimiste. Sala delle Cariatidi, Palazzo Reale. Milano. Fino al 27 settembre 2026

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