Francesco Maria Spanò, direttore Culture & Identity Development dell’università Luiss Guido Carli: «Se le macchine generano e correlano informazioni, il lavoro culturale si concentrerà sull’interpretazione, sulla selezione e sulla creazione di forme significative»
«Bisogna cavalcare, non rincorrere l’intelligenza artificiale», è la sintesi di Francesco Maria Spanò, direttore Culture & Identity Development dell’università Luiss Guido Carli, quando parla di intelligenza artificiale. Ha ben presente che i libri e tutte quelle che lui chiama «pratiche culturali tradizionali» debbano affrontare la sfida posta dalle nuove tecnologie, ma per farlo serve un piano.
Direttore, teme che la cultura nel senso con cui la intendiamo oggi finisca schiacciata dagli algoritmi?
Sono convinto che la cultura rimarrà centrale, ma muterà la sua natura e diventerà sempre più uno strumento di orientamento. Se le macchine generano e correlano informazioni, il lavoro culturale si concentrerà sull’interpretazione, sulla selezione e sulla creazione di forme significative. Il compito non sarà competere con la tecnologia in velocità, ma costruire criteri. In un mondo che tende alla dispersione, la cultura offrirà coesione; in un contesto che ricerca l’istantaneità, garantirà durata; e difronte all’automazione, porterà responsabilità. Perché sia così, tuttavia, serve un piano di sviluppo per il lavoro culturale, sia nelle università che
nelle imprese.
E lei ce l’ha?
Io parto da un assunto: l’università non è solo un luogo di formazione, ma un ecosistema simbolico. La Luiss mette al centro il legame tra cultura, ricerca e società e, in un contesto competitivo come quello odierno, l’area culturale ha una funzione chiave: fare da ponte tra aziende e territori, traducendo ricerca e riflessione in linguaggi comprensibili al mondo produttivo. In questo modo rendiamo la forza creativa della cultura non un accessorio, ma un asset nel mondo del lavoro. E questo vale anche per l’intelligenza artificiale.
Oggi, però il timore è che l’intelligenza artificiale sostituisca proprio i lavoratori, quelli della cultura compresi.
La cultura, anche quella istituzionalizzata in aree culturali come è quella che dirigo per la Luiss, è un baluardo di identità e questo non può essere sostituito dalla volatilità degli algoritmi. Le chiarisco una cosa, però: qui non si tratta di combattere la tecnologia, ma di interrogarla. Il nostro obiettivo non è certo quello di contrapporci all’innovazione, ma di creare un dialogo. E soprattutto di rendere questi nuovi strumenti intelleggibili: cerchiamo di capirli noi in primis, per poterli poi spiegare e dunque “cavalcare”, invece che rincorrere.
Una “bestia” fatta di algoritmi, però, è complicata da cavalcare.
Mi rendo conto che possa sembrare controintuitivo. Del resto, oggi, anche una University Press rappresenta un’istituzione controintuitiva. Tutto intorno a noi accelera e una casa editrice universitaria lavora in modo lento. Noi pubblichiamo libri, ma il digitale è il contesto della nostra vita quotidiana.
E allora come si scioglie questa contraddizione?
In questo ambiente saturo di informazioni, non è più sufficiente pubblicare, ma è essenziale selezionarle e attribuire loro un significato. Ecco quale è il nostro valore aggiunto, anche davanti all’IA: la University Press non è una entità isolata. Da una parte ci sono i comitati scientifici e docenti che definiscono le linee editoriali; dall’altea ci sono gli studenti, cui la casa editrice offre opportunità di crescita critica, fornendo modelli di scrittura e introducendoli al metodo scientifico. Non solo, l’area culturale posiziona l’università tra le realtà accademiche più prestigiose a livello globale, dove coesistono produzione scientifica e riflessione pubblica, contribuendo al dibattito oltre i confini nazionali, creando ulteriori occasioni di apertura e sviluppo. Ecco, questo è un processo irreplicabile da parte dell’intelligenza artificiale, che può generare testi in quantità ma non produrre la qualità che deriva da un universo che lavora in continua relazione interna.
Eppure, la quantità della tecnologia rischia di soverchiare la qualità della cultura.
Sebbene questa percezione sia diffusa, è semplificatrice. La cultura non arretra, si evolve. Il punto vero è un altro: in un mondo contraddistinto da precarietà e accelerazione, la cultura non deve diventare un lusso ma essere un elemento fondamentale di stabilità e sicurezza. Un autore che stimo molto, Byung-Chul Han, ha mostrato come l’eccesso di produzione generi stanchezza e superficialità. Ecco perché una cultura autentica non deve mai limitarsi ad accumulare
contenuti, ma deve invece selezionare idee critiche e trasformare ciò che è complesso in qualcosa di affascinante e accessibile a tutti.
Domanda da un milione di dollari, come si fa?
È un lavoro delicato e appassionante: si tratta di creare pause, di lasciare spazio all’attenzione, di avere cura e piacere per le cose difficili. So che è difficile ma è anche una missione in ogni senso decisiva. L’area cultura e la University Press sono orientate in questo modo, mettendo a sistema pratiche collettive, che consentono alla comunità di emanciparsi da automatismi tecnologici e opinioni virali. Sarò ingenuo, ma sono convinto che questo è un vero e proprio antidoto democratico: maggiore cultura e più libri significano più idee e più dialogo. Sono ancora questi i fondamenti della cultura illuministica e liberale su cui si basa l’Europa ed è da qui che occorre saper ripartire anche oggi.
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