Il vero interesse delle nazioni non è ritirarsi da organizzazioni e accordi climatici, come fatto dagli Usa. È piuttosto saper ascoltare i segnali che ci mandano l’ambiente e le specie con cui siamo in contatto
Venerdì 13 e sabato 14 febbraio 2026 a Moncalieri si svolgerà la nuova edizione di Moncalieri Legge, con due giornate dedicate alla lettura, alla parola e alla cultura condivisa. Novità di questa edizione, la rassegna Rivelazioni, diretta da Nicola Lagioia e ospitata dalle Fonderie Limone con protagonisti Vanessa Roghi, Vittorio Lingiardi, Paolo Nori, Paolo Pecere, Loredana Lipperini, Francesca Mannocchi e lo stesso Nicola Lagioia: sette incontri per riflettere su scuola e adolescenza, ecologia e conflitti, e sul ruolo della letteratura nel comprendere il presente. Paolo Pecere terrà l’incontro Il senso della Terra. Raccontare e comprendere i luoghi dall’ecologia alla letteratura.
L’immagine della Terra come un gigantesco animale, che include tutti gli altri animali, attraversa il pensiero filosofico dal Timeo di Platone in poi. Certo la Terra non si riproduce come gli animali, ma condivide diverse caratteristiche degli organismi, e sarebbe troppo affrettato liquidare quell’immagine come un’ingenua fantasia poetica.
James Lovelock la riprese nella sua ipotesi di Gaia, che non intendeva personificare la Terra, ma sottolineare che l’equilibrio della biosfera funziona come se si trattasse di un organismo. La vita sulla Terra è resa possibile da un sistema di autoregolazione, che dipende a sua volta dall’attività degli esseri che la popolano, «strettamente legati tra di loro e indivisibili», dando luogo a un’«evoluzione reciproca di organismi e ambiente».
Si tratta di processo lento e graduale, di cui però possiamo avere percezione osservando quello che avviene, come si trattasse di sintomi e comportamenti di un gigantesco essere vivente su cui ne vivono altri, tra cui gli umani, la cui salute dipende da quella dell’intero.
Anestesia collettiva
Questa visione aiuta a valutare la decisione dell’amministrazione Trump di ritirare gli Stati Uniti da circa settanta organizzazioni internazionali perché «operano in contrasto con gli interessi nazionali, la sicurezza, la prosperità economica e la sovranità degli Stati Uniti». Allo scopo di procedere senza vincoli con le attuali politiche economiche e industriali, occorreva interrompere i segnali provenienti dal pianeta, come quelli raccolti e elaborati dall’International Panel for Climate Change.
Si tratta di segnali raccolti da strumenti che amplificano i sensi umani, e permettono di leggere eventi macroscopici di cui già ci accorgiamo, tradurli in messaggi. Di fronte al battere e ribattere di dati e analisi sul clima, diventava sempre più complesso proseguire col negazionismo, per cui si prende la via della deprivazione sensoriale: un’“anestesia” collettiva.
Il bersaglio sono anche fondamentali agenzie nazionali americane. Per esempio, la Noaa (Amministrazione Nazionale Oceanica e Atmosferica), i cui Centri Nazionali per l’Informazione Ambientale (Ncei), dal 1980 al 2024, hanno formato un database sui disastri naturali avvenuti in territorio statunitense, che da maggio scorso è stato interrotto.
Tra il 2010 e il 2024, in base ai dati raccolti su eventi straordinari, connessi al cambiamento climatico, come alluvioni, incendi boschivi, ondate di calore e uragani, queste agenzie hanno stimato un danno economico di circa 1,5-2 trilioni di dollari, e circa diciassettemila morti. Cifre che non includono gli effetti collaterali come la perdita di produttività, i costi sanitari e i danni ecologici a lungo termine, e trascurano la distruzione di ecosistemi e le conseguenze letali su altri umani e sugli altri esseri viventi.
Questa censura sensoriale imposta dal governo impedirà di mostrare che quelle politiche non fanno effettivamente gli interessi “della nazione”. Le nazioni si sono definite nel mondo moderno come comunità di individui che nascevano in un determinato territorio. Ma è chiaro che, nelle condizioni sopra descritte, le comunità in quel territorio sono duramente danneggiate. Ecco perché l’attacco alle agenzie che studiano i fenomeni terresti è simile a quelli che riguardano altri settori, colpiti da tagli e divieti, come il giornalismo e le manifestazioni.
Ecologia politica
Diventano pertanto politiche alcune delle questioni fondamentali dell’ecologia e delle scienze cognitive: imparare a leggere i paesaggi che si trasformano per effetto dei fattori che modificano il clima; considerare la varietà delle menti animali e delle capacità di sentire e volere, che oggi sono attribuite a sempre più specie tra scienza e filosofia; riflettere sull’intelligenza delle piante e sui processi mediante cui queste interagiscono con l’ambiente, rendendo possibile la vita animale.
Ritrovare un senso della Terra, in questi modi, vuol dire al tempo stesso tornare a percepire i segnali che provengono dall’ambiente e riconoscere che intorno a noi esistono innumerevoli altri agenti e soggetti che pure sentono e concorrono a modificare l’ambiente.
L’isolamento anestetico verso cui muove la politica della più grande potenza industriale non è soltanto contrario alla vita delle “nazioni” – ed è un paradosso significativo che gli stessi partiti nazionalisti non lo mettano al centro delle proprie agende –, ma è anche un’eccezione aberrante nella traiettoria della specie umana. Il principale tema del pensiero e dell’arte umana, come risulta da immagini dipinte o incise in tutta la Terra per decine di migliaia di anni, sono stati gli altri animali.
Non si viveva senza osservarli e considerarli attentamente: erano predatori da imitare o prede da catturare, necessari a nutrirsi, a proteggersi dal freddo, a costruire utensili e abitazioni con ossa e pelli. L’abbondanza d’immagini di teriantropi – mezzi umani, mezzi animali selvatici – suggerisce che tra i primi miti e pensieri ci fosse, molto prima di Darwin, quello di un’origine comune di umani e altri animali. Le prime nazioni s’immaginavano forse come multispecie.
Con l’istituzione delle gerarchie sociali, gli dèi cominciarono a somigliare ai sovrani. I faraoni egiziani affermavano di domare le bestie selvatiche e gli eventi climatici. La scienza della natura, in età moderna, ha portato a correggere queste sfrenate ambizioni. Il ritorno a un’idea monarchica o oligarchica della società, oggi, è anche ritorno di questa visione antropomorfa del mondo.
Le osservazioni degli scorsi decenni hanno mostrato che si tratta di una visione autodistruttiva; che è necessario tornare a percepire la Terra, con i migliori strumenti di cui disponiamo, come fosse un animale gigantesco sulla cui pelle fondiamo i nostri domini.
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