L’attore e campione di poetry slam da anni impegnato in un percorso di decostruzione del maschile, lancia un nuovo progetto, in collaborazione con Domani. Uno spazio virtuale per fare una cosa semplice, ma rivoluzionaria: parlare delle emozioni. Non è rivolto solo agli uomini, ma gli uomini saranno il tema. Le domande saranno raccolte in forma anonima sui nostri canali social
«Noi uomini confondiamo ancora le emozioni. Abbiamo paura? La spostiamo sulla rabbia. Abbiamo tristezza? La spostiamo sulla rabbia. Abbiamo rabbia? La spostiamo sull'ansia. Ma, nello stesso tempo, credo che siamo pronti a prenderci la responsabilità del nostro desiderio di cambiamento».
Lorenzo Maragoni è a attore e campione di slam poetry, da anni ha iniziato un percorso di decostruzione del maschile e, insieme a Domani, ha deciso di lanciare un nuovo progetto: La posta del Bro.
Uno spazio in cui si prova a fare una cosa semplice e radicale nello stesso tempo: parlare. Di gelosia, rabbia, solitudine, amicizia, famiglia, consenso, fallimento. In una cultura che ha insegnato agli uomini a non sentire, o a trasformare ogni emozione in rabbia o potere, uno spazio di confronto non giudicante per spostare il discorso dalla violenza come emergenza, alla violenza come prodotto culturale.
Quello che ti ha portato al progetto La posta del Bro, è un percorso lungo. Quando hai iniziato a mettere in discussione il classico refrain: «Non tutti gli uomini sono così?»
Per me questo “click” è arrivato nel novembre 2023. Avevo già 39 anni ed ero convinto di essere un uomo al di sopra di ogni sospetto, incapace di fare del male. Qualche giorno dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, sua sorella Elena ha fatto quel discorso che è stato anche un invito agli uomini a guardarsi, a mettersi in discussione. E lì mi son detto: e se non fossi uno dei buoni? Ho cominciato a guardarmi, a ripercorrere la mia storia sentimentale, scoprendo che dei comportamenti problematici c'erano stati da sempre: gelosia, tentativi di controllo, manipolazione. È come se ogni uomo fosse sempre portato a dire: «Vabbè, ma le cose cattive, le cose violente sono altre, non sono certo quelle che faccio io». Come se ci fosse un punto cieco quando si parla di noi. Da lì è nato un percorso di cambiamento. Ho iniziato a riconoscere il sessismo, la maschilità patriarcale, anche negli altri, a partire dal linguaggio. Però è un casino, perché sto cercando un modo di parlare senza fare un attacco frontale. Per dire cose come: «Ehi, bro, ho notato che quando siamo io, te e la tua compagna, lei non riesce a parlare perché tu la interrompi sempre. Ci hai fatto caso?».
Sei in teatro con Tipico maschio italiano: che tipo di elaborazione è confluita sulla scena?
È uno spettacolo che parte dalla fine di una storia d'amore ed è semi autobiografico. La persona con cui stavo mi ha detto: «Voglio che questa storia finisca perché tu hai questi comportamenti che non sono ok». La mia prima reazione è stata: «No, ma che dici? Ma io, ma ti pare, ma figurati». Poi ho iniziato a capire che aveva ragione e ho intrapreso un percorso in terapia e pensato che potesse essere anche un’occasione per fare un discorso pubblico. Non parlando dei “tipici maschi italiani”, mettendo una distanza tra me e loro, ma ponendo al centro del discorso me stesso: una persona che non credeva di esserlo, ma che ha scoperto di essere, per alcuni aspetti, un “tipico maschio italiano”. Quindi è uno spettacolo che parla dell’elaborazione della fine di un amore, della presa di consapevolezza di avere comportamenti patriarcali e del desiderio di cambiamento. Perché penso che ci sia davvero questo desiderio in noi uomini, che abbiamo capito la truffa del patriarcato, anche se ci dà privilegi e potere.
Il teatro come strumento per decostruire il maschile attraverso un colloquio collettivo?
Ovviamente è una linea sottile, sospesa su un mare di merda. Perché rischi di finire nella retorica di chi si mette in cattedra: «Voi uomini sbagliate a fare così, ora Maragoni vi dice come dovete fare». Ma, dall’altra parte, se si abbassa il livello si rischia di svilire temi molto seri. Quindi non faccio nessuna call to action esplicita. Ma cerco di mostrare solo un percorso di decostruzione, imperfetto, imparziale, totalmente in essere.
Pensi che gli uomini sappiano sentire, riconoscere, accettare le loro emozioni?Purtroppo no, confondiamo le emozioni. Abbiamo paura? La spostiamo sulla rabbia. Abbiamo tristezza? La spostiamo sulla rabbia. Abbiamo rabbia? La spostiamo sull'ansia. Penso agli uomini che diventano violenti per la fine di un amore. Perché quella rabbia, da dove arriva? Sono convinto che, nel corso della nostra vita, per un motivo o per l’altro, ognuno si è allontanato dal sentire, allontanato dal riconoscere, allontanato dal gestire e allontanato dall'accettare. Credo anche che la violenza si possa sviluppare molto presto, anche da bambini. Ma che sia possibile un percorso di decostruzione che riporti a quel bambino libero, accogliente, in contatto con le sue emozioni, che non ha bisogno di esercitare potere e violenza.
E in questo tuo viaggio che cosa hai imparato sul consenso?
Tantissime cose. La prima è che ho imparato a chiederlo verbalmente, a partire dalla sfera sessuale. E che non è vero che non è sexy farlo. Ma è diventato anche un mio approccio alla vita. Succede anche con gli amici, nelle cose più banali. Se l’altro mi risponde “no” anche a un invito al cinema, è “no”, punto. Non sta dicendo “no” perché sotto, sotto, sta cercando di volersi farsi convincere a dire “sì”.
Nella tua riflessione per il 25 novembre che hai pubblicato su Domani affermi che «la violenza degli uomini non è un fatto privato». Come è cambiata la tua percezione su come gli uomini tendono a raccontare o nascondere violenze?
Penso che la situazione stia migliorando, sento tantissimi uomini parlare di questi temi. Anche se poi si sono creati dei bias tremendi, tipo quello del maschio performativo, ovvero di chi fa finta di aderire ai valori femministi letteralmente per rimorchiare di più, o per coprire i propri comportamenti. Ci sono tanti uomini che conosco, su cui avrei messo la mano sul fuoco che si trattasse delle persone più decostruite del mondo prima di scoprire dalle loro partner aspetti tremendi dei loro comportamenti. Perché è facile fare proclami in pubblico. Ma poi quando litighi con la tua compagna, il tuo compagno, come sei? Quando vieni rifiutato come sei? Si tratta solo di un tentativo del maschile patriarcale di cambiare pelle per rendersi più accettabile, un po’ come ha fatto il fascismo. Un'altra cosa che noto è che sta emergendo di più la violenza di genere, perché ci sono più strumenti per poterla riconoscere. In questo momento, credo che più illuminiamo le zone buie, più noi uomini saremo costretti a renderci conto della nostra omertà, della nostra complicità, perché gli spazi dove nasconderci saranno sempre meno.
Educazione sessuo-affettiva nelle scuole, perché?
Assolutamente sì e dovrebbe già iniziare dalla scuola dell’infanzia. Per capire il proprio corpo, innanzitutto, imparare a capire cosa ti va e cosa non ti va, cosa va e cosa non va a chi ti sta accanto, un po’ come accade col cibo. E per insegnare il prima possibile ai maschi cos’è il consenso. A imparare a riconoscere e ad accettare le proprie emozioni. Perché secondo me l'educazione affettiva vuol dire proprio imparare ad ascoltare quell'ansia, la paura della separazione e dell'abbandono, la mancanza di fiducia. Credo che se si uscisse dalle scuole già con un bagaglio del genere, potremmo eliminare un’alta percentuale di violenza.
E allora torniamo alla posta del Bro: perché lanciare questo spazio di condivisione in questo momento e quali gli obiettivi?
Perché in questo momento sento di poter essere utile agli altri uomini. Non sono un esperto, non sono uno psicologo, non sono un sessuologo, sono semplicemente uno che è stato dall’altra parte. Uno che, per lungo tempo, quelle domande non se l’è fatte. Quindi credo di poter capire senza giudicare. Perché ora? Perché credo che noi uomini siamo pronti a uscire allo scoperto, a parlare delle nostre emozioni, a prenderci la responsabilità del nostro desiderio di cambiamento. Ma la posta del Bro non è uno spazio riservato agli uomini, è uno spazio in cui gli uomini sono il tema.
Le domande saranno raccolte in maniera anonima?
Sì, come nella più classica posta del cuore, in modo che ogni persona si possa sentire libera di poter chiedere quello che vuole. Non un luogo in cui piangersi addosso, ma per dirsi: ho voglia di cambiare, parliamone. Anche in maniera un po’ leggera. Perché comunque io nella vita faccio poesia, comicità, e il mio tono di voce resta sempre lo stesso. È un modo per non prendersi troppo sul serio, ma sapendo che ci stiamo prendendo molto sul serio. Perché attraverso la leggerezza e la sensazione di starlo facendo insieme, il cambiamento si può fare meglio, e si può fare prima.
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