Per risparmiare energie posso provare a riassumere i rimorsi in un unico giga-rimorso che li racchiude tutti e si applica anche ad altre fatiche quotidiane: non essermi impegnata di più per diventare molto ricca
Questo è il mio pezzo annuale sul caldo che fa. Non me ne vogliate, ma fa troppo caldo per scrivere altro, il mio cervello da una settimana a questa parte è come un iPhone dimenticato al sole, deve raffreddarsi prima di tornare a funzionare correttamente.
Purtroppo non riesco a pensare a nient’altro perché mentre provo a concentrarmi – sul mio lavoro, un film, tenere in vita mio figlio – ogni fibra del mio corpo sta soffrendo e in testa mi risuona un urlo di dolore prolungato, un lamento straziante e, perché no, diverse bestemmie.
Sono sempre in cerca di un colpevole, ma non so con chi prendermela. Milano e la sua carenza di alberi? Il riscaldamento globale che mi porta a scrivere questo pezzo annuale sul caldo che fa un mese prima di quello dell’anno scorso? Un più generico capitalismo? Inutile affannarsi (nonché controproducente, la rabbia fa sudare), so bene che posso risentirmi solo con me stessa e con le scelte di vita che mi ritrovo a rimpiangere esclusivamente tra giugno e settembre. Quest’anno sono solo in anticipo sui rimorsi.
Il mio giga-rimorso
Per risparmiare energie posso provare a riassumere i rimorsi in un unico giga-rimorso che li racchiude tutti e si applica anche ad altre fatiche quotidiane: non essermi impegnata di più per diventare molto ricca. Non benestante, non poco ricca, ma molto ricca, abbastanza ricca da non dover lavorare, abbastanza ricca per avere case al fresco dove passare l’estate e al caldo per l’inverno. Dovevo cercare di diventare abbastanza ricca da poter decidere in uno slancio estemporaneo di prendere un aereo per qualche località amena, dove magari è caldo, ma a me non me ne frega perché ho la piscina.
L’aereo non sarebbe uno di quelli in cui voli rattrappito con le ginocchia in bocca e i piedi di una signora sconosciuta sul tuo bracciolo, ma un mio aereo personale non soggetto alla crisi del carburante e direttamente responsabile di parecchio inquinamento superfluo e conseguente innalzamento delle temperature. Volerei serena sopra le mie responsabilità, che dall’alto, sul mio jet diretto in Thailandia, non sarebbero altro che dei puntini lontani. Chissà se si arriva in Thailandia con un jet dall’Italia, sono troppo povera per saperlo.
Disfacimento totale
Il disfacimento nella vita vera invece è ormai irreversibile. Mio figlio ha imparato a dire “acqua” nel giro di due giorni, e questo si chiama spirito di sopravvivenza. Mentre gli ripulisco le pieghe sudate tra i rotoli di grasso che lo ricoprono e lo guardo abbeverarsi come un naufrago su un’isola deserta (contestualmente tossisce come un vecchio fumatore perché evidentemente l’inverno padano non finisce mai) vengo colpita, tanto per cambiare, da un atroce senso di colpa.
Che egoismo crescerlo qui, in questa fossa cementizia con l’aria irrespirabile che non ha nessuna speranza di migliorare. Mi fossi impegnata di più per essere molto ricca a quest’ora eravamo in Trentino, magari prima di “acqua” imparava a dire “bratwurst” ed eravamo tutti più contenti. Magari stavamo al mare e invece dell’acqua chiedeva due spaghi alle vongole, ma a quel punto il catarro che ribolle ancora nelle sue vie respiratorie sarebbe stato un ricordo, un puntino lontano a malapena visibile dal nostro elicottero.
Tuttavia, per qualche motivo insondabile che chiameremo amore incondizionato, più fa caldo più lui sembra bisognoso di contatto fisico. Si struscia, mi abbraccia, mi dorme addosso. La sua piccola testa rovente e bagnata mi alza drammaticamente la temperatura corporea e forse qui il suo istinto di sopravvivenza viene meno o perde le coordinate perché invece sua madre non è mai stata così vicina ad abbandonarlo. Non sono io a parlare, ma il mio corpo inadatto alle alte temperature. Un corpo che può tranquillamente rosolarsi al sole per ore se in prossimità di un qualsiasi specchio d’acqua, ma che in città dà il peggio di sé, trasfigurandosi, mutando in qualcosa di mostruoso e cronenberghiano.
Il mio malessere è misurabile, basta contare di quanti buchi devo allargare i cinturini dei miei sandali mentre i piedi mi si gonfiano a dismisura, fino a diventare i guanti di Mickey Mouse, ma di un colore violaceo che mi fa sinceramente preoccupare per la mia salute. A guardarli, mentre sdraiata tento invano di scaricarli sventolando le gambe in aria, penso che dopotutto “bratwurst” potrebbe comunque essere tra le prime parole del mio bambino. Quelle cose che strabordano dalle stringhe sofferenti di un sandaletto messo a dura prova, assomigliano più a una salsiccia che a due piedi.
Alla fine mi rassegno, seguo l’ombra e l’aria condizionata dei negozi come il topo di città che in fondo sono, e mi basta passare accanto a quattro operai che stendono il bitume al sole per sentirmi la cogliona viziata che sono. Mentre ripristino le priorità della mia vita e decido che no, non lo abbandono quello lì, a Milano arriva un monsone tropicale. Lo vedi? mi dico. Se non puoi andare in Thailandia, a volte è la Thailandia a venire da te.
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