Ah, sì, vengono gli zii del lago. Dicono che hanno tanto bisogno di parlare con papà, sai. Hanno tanti di quei problemi che non so come facciano, e tuo padre ha una gran pazienza con tutti.

Con tutti.

Silvia questa volta non protesta, non sbuffa, niente di niente. Non si rifiuta. Nessuno le potrà dire che è egoista e insensibile.

Sa che ha poco tempo e che deve salvarsi da sola.

E poi forse ha ragione la mamma, le cose succedono perché lei pensa di essere chissà chi, pensa di essere grande.

Forse ha sbagliato qualcosa: vuole stare lì in mezzo a loro, sul divano ad ascoltare, come Lancillotto.

Forse non è il suo posto. Se fosse piccola come Giulia, forse le cose non succederebbero. O più simpatica. O più brava, ancora più brava.

Se non fosse lei, forse le cose non succederebbero. Forse può farcela.

Doppia protezione

Si chiude in bagno per stare da sola, e poi vede i pannicelli, pensa e le viene un’idea: certo, nessuno disturba i malati, gli indisposti. A scuola bisogna fingere di essere indisposte per non fare ginnastica, le sue compagne lo dicono con aria afflitta, e funziona.

Si infila nelle mutande il blocco di cotone rigido e prepara la sua lagnosa recita, chiederà aiuto, sarà come sono i piccoli.

Lei è piccola, ma non lo sa più.

Nella sua stanza, sdraiata sul letto con la borsa dell’acqua calda di gomma verde appoggiata alla pancia e un libro di scuola in mano, Silvia si sente al sicuro.

Doppia protezione: l’indisposizione dichiarata, evidente, e i compiti da finire, proprio non può stare con gli altri a cena. Proprio non può. La madre è d’accordo, il padre non si oppone.

Sente il suono del citofono, l’ascensore che si ferma al piano, il cicaleccio dei saluti e lo schiocco dei baci di benvenuto. La vocetta di Giulia. Sente i commenti del padre sul vino regalato (non potevamo venire a mani vuote, non sia mai). Il suo nome, si fanno domande su di lei. Ascolta le scuse della madre, Silvia non sta bene, è indisposta. Sì, è in camera sua. Ci dispiace, povera cara.

Ecco, i rumori si fanno più distanti, sono tutti andati in sala per cenare.

È al sicuro.

C’è tepore nel suo letto di ragazzina, lei sorride piano, appoggia il libro e con le mani stende bene bene le coperte, tira le lenzuola fin sotto il mento perché sia tutto bello liscio, in ordine. Come un letto da principessa. Una principessa che sta al suo posto e che ha saputo addormentare il drago.

Non è vero che deve finire i compiti, può stare con una storia che ha trovato nella libreria di casa, parla di un’isola e di un bambino che cresce un po’ solo e un po’ selvaggio, gli adulti attorno a lui sono tribolati e distanti, lui si chiama Arturo. Vuole scoprire come sia quest’isola, e come abbia fatto Arturo ad averne una tutta per sé.

Lo zio del lago

Silvietta.

Ci mette un po’ per recepire il suono del suo nome e uscire dalla storia, dall’isola.

Lo zio del lago è in piedi sulla soglia di camera sua. Il muso a punta è increspato in una maschera di premura, ma una piega storce le labbra.

La pelle attorno al naso è già arrossata.

Sono venuto a trovarti, so che non stai bene. Sei qui tutta sola.

Nessuno li disturberà perché la zia ha tanto da dire a mamma e papà, Giulia sta già dormendo sul divano in sala.

Si guardano, i due, da una parte all’altra della stanza.

Si guardano diritto in faccia e recitano ognuno la propria parte.

Lei questa volta non ha paura perché ha fatto tutto giusto, è circondata da talismani.

C’è che sta male, e non si disturbano i malati.

C’è che sta facendo i compiti.

E c’è la sua stanza, e il letto, con le lenzuola tutte tese. La piccola ha vestito i panni del soldato e crede fino in fondo alla sua spada di legno.

Per questo non le può succedere nulla. Ne è sicura.

Il pannicello però non l’aveva salvata davanti alle diapositive.

Se lo ricorda in un lampo abbacinante.

Il topo-lupo si muove di scatto e si chiude la porta alle spalle.

Lui.

È più sicuro.


Pubblichiamo un estratto di L’odore del lupo (Ponte alle Grazie, 2026), romanzo d’esordio di Maria Pacifico

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