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In quindici anni MasterChef ha cambiato molto il modo in cui viene percepita la cucina in Italia, specialmente l'alta cucina, ma da qualche anno anche la cucina come concetto astratto, come forma di produzione non solo gastronomica ma propriamente culturale. Lo si vede dai concorrenti, che come sempre fino al giorno prima sono spettatori del programma e quindi, di anno in anno, espressione dell'effetto che il programma sta avendo.

Nato (in Italia) nel 2011 come il primo talent show a creare un gioco intorno all'alta cucina per spiegarne i concetti e il senso a un pubblico sofisticato (non quello di Rai e Mediaset, ma quello di Sky), nella prima edizione aveva un piede nella tradizione e uno nel cambiamento: da una parte cavalcava lo stereotipo classico del cuoco iracondo e della cucina gestita come una caserma, con regole ferree, strigliate, disciplina, pulizia estrema e nessun compatimento; dall'altra nuotava controcorrente rispetto all'idea preconcetta che quella casalinga sia la massima espressione della cucina italiana. Il concetto più dirompente e rivoluzionario nell'Italia del 2011.

Quella prima stagione mostrava a tutti per la prima volta cosa sanno fare i cuochi stellati, che lavoro ci sia dietro ai loro piatti, che ragionamenti sul cinema e che competenza sul gusto hanno, e quanto le persone che sanno cucinare in casa fatichino a tenere i ritmi di un cuoco di alto livello. Per tutti i primi anni, il conflitto principale del programma è stato quello: come delle persone comuni, in certi casi mamme, nonne e zie (cioè il pantheon nazionalpopolare della cucina), potevano confrontarsi con Cracco, Barbieri e Bastianich? Senza nessuna concessione, nemmeno millimetrica, alla cucina amatoriale: ogni concorrente che provasse a imporre idee casalinghe veniva eliminato con disprezzo. «Non c'è posto per te nella cucina di MasterChef».

La ferocia

Furono gli anni in cui il programma fece parlare di sé, ed esattamente per questo: per la ferocia con cui combatteva la supremazia della cucina amatoriale. Era la rarissima trasmissione televisiva di successo (per quanto si parli sempre di successo su Sky, una frazione del pubblico delle reti generaliste) a promuovere le élite.

I concorrenti erano bastonati, la cultura popolare sottoposta a quella alta. Addirittura anche la tradizione, cioè le preparazioni più note, i piatti tipici e le specificità locali dalle lavorazioni intoccabili che vanno recitate come dogmi, venivano sottratte al reame della cucina bassa e diventavano, nelle prove esterne, esercizi tecnici buoni per brigate allenatissime.

Era ovviamente spettacolo televisivo, gli chef dei personaggi e la formula un format impostato all'estero (principalmente grazie a Gordon Ramsay), che aveva proprio nel rischio del cazziatone uno dei punti fondamentali. Tuttavia, in un paese come l'Italia, in cui ognuno è un critico culinario, in cui chiunque afferma che il posto migliore in cui mangiare è casa propria, e in cui le innovazioni dell'alta cucina sono sempre accolte come stupidaggini, era particolarmente audace.

I primi concorrenti erano dei veri ignoranti rispetto a quelli delle ultime edizioni, anche delle regole di base. C'era chi non capiva il concetto di impiattamento e chi frullava le cose per terra non avendo spazio in postazione. Chiunque di quelli oggi sarebbe eliminato già ai live cooking. Alla stessa maniera, se il primo vincitore di MasterChef non padroneggiava nessun concetto di cucina vero e alla fine del programma sembrava ripetere a memoria quel che aveva sentito dire, già il sesto, Valerio Braschi, era un promettente studente che davvero poteva entrare nel mondo dell'alta cucina (e che ci è entrato).

Cambio di passo

Conquistato quel mondo, cioè formato per davvero un cuoco stellato del futuro, la trasmissione ha cambiato impostazione, e da lì in poi i vincitori sono tutti diventati consulenti, influencer del cibo o cuochi televisivi. È stato l'arrivo di Antonino Cannavacciuolo prima, nella quinta edizione, e quello di Giorgio Locatelli poi, nell'ottava, a causare il grande cambio di impostazione. I concorrenti cominciavano a essere persone che conoscono i nomi dei cuochi stellati, sanno replicare certe tecniche e hanno studiato sui libri degli chef.

Per quanto anche ora, nella fase iniziale delle selezioni, non manchino mai i folli ei fenomeni da baraccone, parte irrinunciabile dello spettacolo, quelli che hanno reali possibilità di entrare nel programma sono tutta un'altra cosa. Somigliano a studenti del primo anno di un'alta scuola di cucina, più che a persone della strada.

Nel momento in cui i concorrenti hanno iniziato a essere persone che si sono avvicinate alla cucina proprio guardando MasterChef, da bambini, la trasmissione ha smesso di insegnare cosa sia la cucina stellata e ha iniziato a veicolare la cucina come una maniera per cambiare la propria vita, non solo effettivamente — aprendo un ristorante o cambiando lavoro — ma anche risolvendo i propri problemi. È il tipo di ambizione della tv tradizionale, quella generalista, che racconta i sentimenti e prova a risolverli lì, in trasmissione, solo fatto attraverso la cucina.

Quanto conta la persona

Le discussioni sui piatti non sono più solo tecniche ma di un livello superiore. Gli chef si azzardano a fare valutazioni sulle persone a partire da come lavorare, cosa preparano, ei concorrenti arrivano facendo gli stessi ragionamenti degli chef: preparano piatti a partire dalla loro memoria (l'ossessione della cucina contemporanea) o rielaborano qualcosa di tradizionale con preparazioni da alta cucina. 

Gli chef quindi non fanno più delle tirate sul fatto che i ristoranti stellati non possono funzionare come quelli normali — lo avere un concetto acquisito — e fanno delle tirate, semmai, sul valore che la lavorazione di un ingrediente ha per il cuoco e per il cliente.

Provano a introdurre un concetto più avanzato: la cucina come forma d'espressione personale, a partire dal concetto più vecchio del mondo, “cucinare per chi si ama”, per arrivare a cucinare come forma d'arte, cioè fare una cosa che ne suggerisce un'altra e negozia il suo senso con chi la fruisce.


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