Dieci, centu citaleni

vannu muti in prucessioni.

Nun c’è santu di prigari,

immu tutti a travagliari.

Davanti all’ingresso della surfara, una buca che attraversava la collina, una gola muta che urlava senza voce, cantavano i minatori. Il loro era un inno alla rassegnazione che le preghiere non avrebbero mai potuto rischiarare.

Prima di scomparire nelle discenderie, che si diramavano come anfratti, indirizzavano un’occhiata e un saluto al direttore, a mo’ di raccomandazione affinché si prendesse cura dei familiari nel caso in cui non fossero più riemersi. In tale sciagurata ipotesi, spettava infatti al capo il triste compito di comunicare alla famiglia la disgrazia.

Bam! Il cuore faceva da eco: bam, bam, bam.

Quando bisognava scavare, si accendeva la miccia e si sperava. Se andava bene, lo zolfo si staccava dalle pareti. Polvere e fetore nelle narici.

«San Giuseppe, ti ringrazio» così si ripeteva Giovanni, ogni volta, e iniziava a picconare.

Quando andava male, le potenti esplosioni ingeneravano crolli. Il futuro dello sfortunato di turno si frantumava per terra.

Chi era specializzato nell’accendere le micce insegnava il mestiere ai compagni. Non erano i coraggiosi a voler imparare, ma i più bisognosi. Quella roulette russa fruttava, a malapena, il pranzo, ma i picciuli servivano a tutti. I soldi erano sopravvivenza, e non bastavano mai.

Lì sotto si poteva anche fare a cazzotti per due monete in più.

«Tocca a mmia.»
«Puri ieri toccava a te?»
Gli attrezzi per terra, i contendenti uno sopra l’altro. Insozzati di nero e di giallo. Ogni pugno uno sfregio alla povertà. La posta in gioco non era alta, ma era tutto.

I più anziani intervenivano sempre.

«Si continuati accussì, perdiamo tutti il lavoro! Si è sempre fatto a turno.»

Non ci si poteva permettere di perdere il posto per una lite, anzi dovevano pure ringraziare per quell’occupazione. L’unico modo per mettere d’accordo tutti era organizzarsi a rotazione.

«Alzatevi e strincitivi a manu.»

Le strette di mano non si verificavano quasi mai, avrebbe significato mostrare a tutti una debolezza. Non bisognava dimostrarsi proni all’accordo: un masculu, un capo famiglia, non può essere fragile, deve tumulare ogni sorta di debolezza.

«La fame è ladia, picciotti.»

La fame era brutta come la morte, ma bisognava trovare il modo di fregarla.

«Ma che fai, piangi?»
«Ma chi chiangiu. Caldo sento.»
Il pianto era sempre stato democratico: si posava sull’uno o l’altro, senza distinzione. Trasparente arrivava e trasparente tornava da dove era venuto. Ma no, non erano lacrime, erano gocce di sudore... Gli uomini sudavano in miniera e non piangevano mai.

I bambini 

C’erano anche loro in quel formicaio, costretti a sacrificare gioia e giochi all’aperto, bambini e adolescenti che per le sofferenze dimostravano meno dei loro anni. Chiamati carusi per via della tenera età, venivano utilizzati per portare dall’interno all’esterno della miniera i carichi di minerali. Li trasportavano a spalla dalla profondità delle gallerie al piazzale esterno. La strada di ritorno, attraverso scalette di legno ripide, si percorreva in fretta, quindi la schiena stava sempre curva. La fatica si ripercuoteva negativamente sul fisico e una respirazione lamentosa accompagnava i loro sforzi per quei pesi sempre al limite. All’interno delle gallerie venivano sfruttati perché le loro piccole mani tiravano fuori ciò che gli adulti non riuscivano a estrarre.

La statura minuta consentiva loro di muoversi agilmente nei cunicoli, dove alle volte finivano per perdersi, rimanendo incastrati. Capitava, anche, venissero murati lì dentro dopo uno sfortunato decesso, così da nascondere la vista ai compagni di reparto. Questi piccoli lavoratori svolgevano una tormentata funzione all’interno del nucleo familiare: alcune volte si ritrovavano in quell’inferno perché il padre era morto troppo presto ed erano rimasti l’unica forza lavoro in famiglia, altre venivano addirittura ceduti dai genitori come soccorso morto, cioè in cambio di un prestito a sostegno dell’indigenza che poi, a causa dei tassi usurari applicati, i parenti non riuscivano quasi mai a estinguere.

Dalla casa dove abitavano, in famiglie solitamente numerose ed economicamente dissestate, scomparivano dallo sguardo dei genitori per essere trasferiti in miniera. I danni e le deformazioni scheletriche riportati in fase di sviluppo segnavano permanentemente il loro corpo e, quasi sempre, causavano l’esenzione dal servizio di leva militare. La visita medica, in tale occasione, rilevava difetti non compatibili con la concessione dell’idoneità. Così molti di loro scamparono alla tragedia della guerra, pur vivendo un inferno forse peggiore.


La Zolfatara (Piemme 2026) è un romanzo di Irene Di Liberto

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