Perché alcuni dei maggiori produttori di cibo al mondo sono anche tra i paesi più denutriti? Perché sprechiamo ogni giorno l’equivalente di 1000 chilocalorie a persona? Sarebbe possibile, e giusto, diventare tutti vegani? A questi ed altri interrogativi cerca di rispondere Vaclav Smil nel suo ultimo libro Come sfamare il mondo (Einaudi). Con l’autorevolezza dello scienziato, la sapienza dello storico e la chiarezza del grande divulgatore, Vaclav Smil ci guida in un viaggio nel mondo dell’alimentazione. E ci spiega attraverso numeri, esempi, aneddoti, che dar da mangiare a una popolazione in crescita senza danneggiare il pianeta non è un’utopia, ma un obiettivo raggiungibile.

Senza sbalorditive e stravolgente innovazioni tecnologiche che rivoluzioneranno il sistema alimentare, ma attraverso cambiamenti graduali. Nel dibattito sul futuro del pianeta, spesso si alternano due posizioni opposte: il catastrofismo e il tecno-ottimismo. Smil, invece, si definisce semplicemente uno scienziato che analizza i dati, «perché dovrebbero bastare a far notizia».

Le disuguaglianze

Cosa dicono allora i dati sul futuro del sistema alimentare? «Che stiamo producendo troppo, pagando troppo poco e sprecando troppo. Che in tutti i paesi in cui l’apporto medio giornaliero pro capite supera le 3.000 kcal dovremmo coltivare meno, restituire alcuni campi a prati e foreste. Che dovremmo ridurre la nostra scelta smisurata: i supermercati occidentali standard offrono ora 30mila articoli diversi, è una follia. Che dovremmo orientarci verso un’alimentazione più efficiente: privilegiare cibi più in basso nella catena alimentare e a minor consumo energetico, come i cereali integrali al posto degli alimenti altamente trasformati (in Italia questo vuol dire iniziare a consumare molta meno farina 00); sardine invece di tonno; pollo invece di manzo; mele invece di mango, e non pensare che le fragole debbano essere disponibili 365 giorni all’anno».

Viviamo in un’epoca di abbondanza che nasconde profonde disuguaglianze, questo è il cuore del problema secondo Smil. «Nell’Occidente benestante, ma anche in Cina, non ci preoccupiamo di come sfamare il mondo perché disponiamo di eccedenze alimentari scandalose. In effetti, produciamo cibo a sufficienza per sfamare comodamente tutti ovunque: il problema non è la quantità disponibile ma l’accesso diseguale.

Da un lato abbiamo l’Ue, il Nord America, la Cina e gran parte dell’America Latina, dove le persone, in media, sprecano il 25-35 per cento del cibo; dall’altro lato l’Asia meridionale e l’Africa subsahariana, dove vive circa il 90 per centodelle persone denutrite del mondo».

Produciamo cibo a sufficienza per sfamare l’intera umanità, eppure centinaia di milioni di persone soffrono la fame. «La governance e la violenza sono le cause, non la produzione alimentare in sé. Come si può produrre cibo a sufficienza dove la carenza è maggiore – nell’Africa subsahariana – quando così tanti paesi in quella regione non solo sono gestiti in modo estremamente inadeguato, con enormi disuguaglianze economiche e alti livelli di corruzione, ma sono anche afflitti da violenza e da guerre civili e transfrontaliere.

Anche nell’Asia meridionale, l’altra regione con tassi di denutrizione piuttosto elevati, il problema è la governance (Afghanistan, Myanmar, Corea del Nord) e le persistenti disuguaglianze economiche (India, Pakistan, Bangladesh)».

Smil ricorda, inoltre, che ogni giorno vengono prodotte in media 3.000 calorie di cibo a persona, ma 1.000 calorie pro capite vengono sprecate. Dove si perde? «A ogni livello, dalla raccolta nei campi alla vendita all’ingrosso, dalla lavorazione industriale allo stoccaggio commerciale, dal trasporto alla vendita al dettaglio, dalle case ai ristoranti. La combinazione di queste perdite, relativamente piccole se considerate singolarmente, porta a uno spreco eccessivo: potrebbe essere in realtà superiore al 30 per cento. Nei paesi ricchi la ragione principale è il costo: ora in Occidente il cibo è più economico che in qualsiasi altro momento della storia. Nel 1950 una famiglia italiana media spendeva il 50 per cento del proprio reddito disponibile in cibo e la quota di spreco era molto bassa: ora è del 15 per cento, inevitabilmente accompagnata da più sprechi! Questa è stata la tendenza globale: il cibo, la forma di energia più importante, è ora gravemente sottovalutato e nessuna società moderna è disposta a invertire questa tendenza. Tutti vogliono cibo a basso costo per avere più soldi da spendere in montagne di cianfrusaglie importate dalla Cina, per volare verso spiagge remote e comprare auto scintillanti».

Agricoltura biologica e veganesimo

Dopo aver analizzato come l’agricoltura abbia permesso nei secoli di sfamare un numero crescente di persone e l’espansione della civiltà moderna, Smil affronta oggi una questione cruciale: è davvero possibile una conversione totale al biologico?

«Solo se una quota molto ampia dell’attuale popolazione urbana fosse disposta a tornare nei villaggi per raccogliere, fermentare e applicare i grandi volumi di rifiuti organici necessari a mantenere rese elevate. Basti pensare a questo calcolo: un tonnellata di fertilizzante sintetico a base di urea contiene 460 kg di azoto; un tonnellata di letame fresco di maiale contiene 20 kg di azoto; per ottenere un buon raccolto di grano europeo occorrono almeno 150 kg di azoto per ettaro: si tratta di soli 330 kg di urea, ma di ben 7,5 tonnellate di letame fresco di maiale e, a causa delle perdite dovute alla fermentazione, si arriverebbe a circa 15 tonnellate! Volete essere ecologici? Volete davvero raccogliere quella massa di letame necessaria per un solo ettaro di terreno coltivabile, fermentarla e portarla nei campi? Volete unirvi ai milioni di persone che sarebbero necessarie per sostenere il modello di produzione alimentare che prevaleva fino al XIX secolo e che richiede oltre l’80 per centodella popolazione impiegata nell’agricoltura? Volete davvero sostituire i combustibili fossili con il vostro lavoro e quello degli animali o avete inventato trattori, mietitrebbiatrici e fertilizzanti interamente a energia solare?». 

L’altra questione molto discussa è quella del veganesimo: sarebbe giusto diventare tutti vegani? «Forse sì, per tutti gli adulti in buona salute, ma sarebbe sia innaturale sia sbagliato. Milioni di anni di evoluzione ci hanno resi mammiferi onnivori: la nostra bocca, i nostri denti e il nostro intestino sono quelli di mammiferi che mangiano sia cibi vegetali che animali (così come quelli dei nostri parenti selvatici più vicini, gli scimpanzé). E, ovviamente, i neonati e i bambini in crescita hanno bisogno di un adeguato apporto proteico che deriva da latticini, pesce e carne».

Oltre il limite

Quel che è certo è che stiamo spingendo il nostro attuale sistema agricolo oltre i limiti del pianeta, in una corsa che non può durare. «Nulla di ciò che facciamo come civiltà globale di oltre otto miliardi di persone — circa la metà delle quali abbastanza benestanti — è privo di un costo in termini di risorse del pianeta: dal fare colazione al prendere un Frecciarossa, all’acquistare un cellulare fabbricato in Cina o dei mirtilli confezionati in una vaschetta di plastica in polietilene tereftalato arrivata in aereo dal Perù. Questo sistema, basato su consumi eccessivi e spesso irrazionali, non è sostenibile nel lungo periodo: è, inevitabilmente, temporaneo».

Alcune innovazioni potrebbero aiutarci a ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale. «L’agricoltura di precisione, per esempio, consente di ridurre input costosi come fertilizzanti, prodotti agrochimici e acqua), gravando meno sull’ambiente. La carne coltivata, invece, ha poco senso: l’Occidente trarrebbe beneficio dal consumare meno carne — 25-30 kg pro capite all’anno sono più che sufficienti — e in porzioni più contenute, come nelle tradizioni indiana o cinese, piuttosto che in bistecche che riempiono il piatto».

Vaclav Smil, quindi, rivolge un appello chiaro ai governi di tutto il mondo: «Ridurre gli sprechi e garantire che le popolazioni dei paesi più poveri abbiano un accesso adeguato al cibo».

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