Dalle ciprie velenose del Settecento ai farmaci dimagranti del presente, il corpo resta un campo di adattamento e controllo. Perché aderire ai canoni estetici dominanti è, spesso, una strategia di sopravvivenza sociale. Oggi, come tre secoli fa
Nel 1732, Maria Gunning nasce in Irlanda, in una famiglia di nobili origini ma priva di mezzi. Poco più che ventenne, è considerata una delle donne più belle della Londra georgiana: celebrata dai giornali, desiderata dagli uomini e imitata dalle donne, è al centro di quella che si potrebbe considerare una delle prime forme di celebrità mondana. La sua bellezza viene descritta come talmente straordinaria da attirare folle ai balli pubblici e garantirle un posto a corte. Ma a 27 anni Maria muore.
Secondo le cronache del tempo, la causa sarebbe da attribuire all’uso quotidiano di ciprie sbiancanti a base di piombo, applicate per ottenere quella pelle bianchissima e uniforme che nel Settecento rappresentava un indicatore immediato di classe sociale e decoro. L’incarnato pallido comunicava l’assenza di lavoro manuale e, di conseguenza, l’appartenenza a una classe agiata. Ma le stesse sostanze che costruivano quell’immagine ideale finivano col produrre danni irreversibili, come ulcere, caduta dei capelli e paralisi.
Progetti incompiuti
L’uso del piombo nei cosmetici ha attraversato secoli di storia. La cerusa veneziana, ottenuta corrodendo lastre di piombo con aceto e ridotta in polvere finissima, era considerata un prodotto di altissima qualità, impiegato diffusamente anche da figure politiche di primo piano. Si dice che Elisabetta I d’Inghilterra ne avrebbe fatto uso per nascondere le cicatrici lasciate dal vaiolo, e nei suoi ritratti ufficiali il suo volto è estremamente levigato, quasi spettrale, come se volesse prendere le distanze dalla propria vulnerabilità e al tempo stesso evocare un’immagine di potere.
A uno sguardo superficiale, si potrebbe pensare che le donne dell’epoca facessero ricorso a veleni mortali solo per inseguire la bellezza. Ma ridurre la cosmetica a un puro gesto di vanità costituisce uno stereotipo che riduce e distorce la rappresentazione femminile. In società che offrivano alle donne uno spazio estremamente ridotto di autonomia, il corpo diventava una risorsa negoziabile, uno strumento per cercare accesso, sicurezza e rispetto.
Come ricorda la storica dell’arte Jill Burke, autrice del saggio How to Be a Renaissance Woman, i corpi delle donne sono stati presentati per secoli come progetti incompiuti, da migliorare costantemente, una “macchina di insoddisfazione” alimentata da manuali, medici e pratiche cosmetiche. Questo, finisce col produrre un circolo senza fine: più si interviene sulle nostre immagini, più c’è qualcosa da correggere. Così, il corpo ideale resta sempre un passo avanti, irraggiungibile per definizione.
Un modello che si riconfigura
Questa dinamica di fondo si riconfigura continuamente in base agli strumenti, alle tecnologie e ai modelli culturali disponibili. Nel corso del Novecento, per esempio, il pallore aristocratico viene soppiantato dalla pelle abbronzata, indice di tempo libero, salute e modernità. Coco Chanel, rientrata da una vacanza in Costa Azzurra, trasforma un segno fino ad allora associato ai lavori umili in una nuova icona di stile, e da quel momento l’abbronzatura inverte il suo codice di classe: chi può permettersi di esporsi al sole dichiara con la pelle il proprio privilegio. Muta l’ideale estetico ma non il principio: il corpo continua a essere il luogo in cui si misura l’obbedienza, così come la disobbedienza, ai codici culturali estetici dominanti.
Nel corso del secolo scorso, la bellezza smette di essere percepita come un dono naturale per diventare un progetto da costruire e mantenere ogni giorno. Come osserva lo storico Georges Vigarello, il corpo va migliorato e mantenuto attraverso un lavoro costante, dando spazio a un mercato che coinvolge una rosa sempre maggiore di prodotti e professionisti, estendendosi dalle élite a ogni classe sociale.
Anche la medicina, un tempo riservata alla riparazione del danno, è sempre più coinvolta nell’adattamento ai canoni: la chirurgia estetica, pur con una storia lunga e articolata, conosce nel secondo Novecento una diffusione crescente in assenza di indicazioni cliniche, diventando un mezzo per correggere i segni del tempo o per aderire ai paradigmi dominanti, spostando il confine tra cura e conformità in modo sempre più difficile da tracciare.
L’èra della semaglutide
Oggi quel confine è quasi scomparso. Ozempic e Wegovy, i nomi commerciali più noti dei farmaci a base di semaglutide, sembrano aver accelerato la normalizzazione della magrezza estrema come ideale estetico, testimoni le silhouette ridotte al minimo su red carpet e passerelle degli ultimi anni. La body positivity del decennio precedente appare, a ritroso, come una parentesi chiusa. Il dimagrimento a ogni costo torna culto, indicatore di disciplina e controllo, un trend che si consolida e si aggrava stagione dopo stagione.
Nel giro di pochi anni la semaglutide si è trasformata da farmaco metabolico approvato per diabete e obesità in oggetto di consumo estetico, spinta da contenuti virali sui social e da endorsement di celebrità. Tra il 2018 e il 2023 le prescrizioni negli Stati Uniti sono aumentate di circa quaranta volte. Accanto all’uso clinico, una quota crescente di trattamenti è rivolta a giovani adulti il cui obiettivo principale è modificare il proprio aspetto. Dati FDA e analisi di contenuti clinici e social documentano un uso off-label sempre più diffuso, spesso avviato senza supervisione medica: una parte significativa degli utilizzatori riferisce di essersi affidata a informazioni trovate su TikTok, Instagram e piattaforme simili, dove gli effetti avversi sono largamente sottorappresentati e i risultati vengono esaltati con immagini manipolate o deep fake.
L’impatto più rilevante dell’uso diffuso e fuori controllo di semaglutide è soprattutto culturale. Secondo il Centro studi di genere della Stanford University, questi farmaci sembrano aver rafforzato gli ideali estetici dominanti, rendendo ancora più difficile il riconoscimento e l’accettazione di corpi diversi.
Infine, la semaglutide viene oggi spesso inscritta nel registro della scelta personale, non diversamente da quanto accadeva con le pratiche cosmetiche del passato. Ma modificare il proprio corpo per aderire a un canone estetico non è mai stato un gesto neutro. Soprattutto se una fisicità fuori standard continua a essere letta come un fallimento individuale, come se il canone fosse raggiungibile e la distanza da esso dipendesse solo dalla volontà. Oggi come ieri, il corpo continua a essere un campo in cui si misurano distanze sociali, e in cui il prezzo dell’adesione al canone viene sistematicamente sottostimato o accettato come inevitabile.
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