«Di fronte al Ratto di Proserpina, decantavo il virtuosismo di Bernini, spiegavo come fosse riuscito con il marmo a trasferire i sentimenti. Una studentessa lo guardava con insolita attenzione. Si è girata e ha detto: “This is an harrassment”». Questa è una violenza. Consuelo Lollobrigida, storica dell’arte, insegna nella facoltà di Architettura della University of Arkansas a Roma e, da allora, ha «iniziato a vedere altre opere, a vederle meglio. Mi sono resa conto che era un sistema».

Il Ratto delle Sabine di Poussin, il Ratto di Europa e Tarquinio e Lucrezia di Tiziano, Il bacio di Klimt, Il rapimento di Rebecca di Délacroix, Susanna e i vecchioni di Rembrandt. L’arte occidentale è piena di raffigurazioni della violenza contro le donne, nascosta dietro al mito, all’allegoria, alla religione, all’erotismo. Per secoli ha contribuito a formare la cultura in cui viviamo, la cultura patriarcale.

Da questa consapevolezza nasce il docufilm Proserpina e le altre, scritto da Mariangela Barbanente con la collaborazione di Lollobrigida. «In realtà il linguaggio accenna già a una violenza», spiega a Domani la storica dell’arte, «ma finora non è stata capita. Per uno sguardo non allenato o perché non voleva essere capita».

Le spettatrici e gli spettatori vengono accompagnati dalla stessa Proserpina, animata, che si libera da Plutone, dio degli Inferi. Esce dall’incardinamento della storia, la attraversa e ritorna con più consapevolezza, invitando alla messa in discussione.

Contemplare un’opera espressione del grande talento di un’artista o riconoscere la rappresentazione di uno stupro? «Nei musei c’è un numero enorme di dipinti basati su storie mitologiche o bibliche che hanno come soggetto lo stupro – spiega nel docufilm la docente dell’accademia di Belle arti di Vienna, Elke Krasny – I corpi femminili vengono rappresentati in situazioni di violenza fisica e visiva», contribuendo a legittimare culturalmente la violenza «e a normalizzarla come forma visiva accettabile».

Riparare lo sguardo

L’invito è quello di indossare nuove lenti, senza moralismo, per guardare le opere che hanno contribuito a formare il pensiero e la cultura occidentale, che dietro alla bellezza e al genio artistico hanno nascosto la violenza. “Riparare lo sguardo” è infatti il titolo dell’evento organizzato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio in Senato.

«Se la bellezza è quella che ci hanno insegnato i greci, cioè un valore, deve essere un volano per raccontare nuovamente una storia. Deve essere veicolo educativo», dice Lollobrigida, che aggiunge: «Non è soltanto un’educazione allo sguardo sull’arte, ma allo sguardo sul mondo».

È dunque lecito guardare un’opera che rappresenta la violenza sessuale?, chiede Proserpina nel docufilm. Una risposta la fornisce l’arte di Ana Mendieta, che chiama in causa lo spettatore: «L’atto di guardare senza fare nulla quando è stato commesso un crimine violento è esso stesso un atto di violenza».

Linguaggio e corpo

Anche il linguaggio ha avuto un ruolo centrale nel normalizzare, a volte anche celebrare, la violenza. A partire dalle didascalie e dai titoli delle opere, svuotati del loro significato. «Cosa significa presentare un’immagine che chiamiamo stupro senza parlare davvero di cosa accade nell’immagine?», si è chiesta Macushla Robinson, curatrice della pubblicazione Every Rape in the Met Museum, un libro in cui ha raccolto le parole usate per nascondere la violenza. Una sorta, la definisce, di «poesia di cancellazione».

Esiste però una resistenza: «Qualcuno ha sollevato problemi, perché le opere attraggono i turisti, sono centrali dal punto di vista economico fino a diventare merchandising», ha raccontato la produttrice Gioia Avvantaggiato. Spille, magneti, specchi che rappresentano uno stupro. Bisogna, dunque, capovolgere lo sguardo e ripararlo. Lo ha fatto Artemisia Gentileschi e, poi, artiste del Novecento come Frida Kahlo e Marina Abramović, nel loro lavoro di denuncia anche della percezione del corpo femminile: quando la donna da oggetto diventa persona destabilizza.

Uno sguardo che non è superato, ma che può essere educato – ha poi concluso in Senato la storica Chiara Mercuri – partendo dalla consapevolezza «che la storia è stata scritta e rappresentata dagli uomini». Per questo, ha ricordato, «quando non esiste un’educazione alla sessualità e alla relazione – per comprendere che la vita comporta fatica, responsabilità, abbandono – il riflesso psicologico è sempre lo stesso: si torna ai miti di Pandora e di Eva, della donna che trascina l’uomo alla responsabilità, la donna come minaccia contro cui difendere l’illusione all’autarchia maschile».

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