Se licei e istituti tecnici perseguirono, fin dall’istituzione del Regno, fini prettamente educativi, scuole e istituti professionali furono pensati soprattutto come un mezzo di disciplinamento. Un’eredità che prosegue ancora oggi
Blocco degli scrutini, negli Istituti Tecnici. Infuocate discussioni sulle nuove Indicazioni Nazionali, nei Licei. È una strana estate per il mondo della secondaria di secondo grado, che, invece di andare al mare, sobbolle. Con un’eccezione: quella degli Istituti professionali, dove, invece, tutto tace.
Eppure gli argomenti, anche su quel fronte, non mancherebbero. Diversamente da Licei e Istituti tecnici, considerando quella in corso, gli Istituti professionali hanno conosciuto tre riforme in quindici anni: quella del 2017, che ne ha rimodulato i quadri orari; e quella del 2023-2024, che propone una sperimentazione quadriennale da collegare agli ITS (Istituti Tecnici Superiori), e che pertanto è conosciuta come modello del “4+2”. Non è un numero di poco conto. Significa una legge ogni cinque anni.
A ogni ciclo la sua riforma, viene da dire; e non è un bene, perché tale rapidissima successione di attuazioni legislative impedisce una riflessione critica sulle loro conseguenze; e capita così che tutti questi cambiamenti si divorino gli uni con gli altri, un po’ come faceva Crono con i figli suoi.
Ma ad emergere è anche un altro fattore. È quello dell’incertezza: incertezza su cosa sia l’istruzione professionale; su quali siano i suoi fini; su quale direzione, in fondo, debba intraprendere.
Non si creda che questi dubbi appartengano solo agli ultimi decenni. Se mai qualcosa ha accomunato i dicasteri di questo paese, sono proprio le insicurezze sull’istruzione professionale. Che non sorse subito. La tripartizione dell’istruzione secondaria non era propria della Legge Casati. E anche quando, dagli anni Settanta dell’Ottocento, emersero le prime scuole professionali, finanziamenti e status furono ben lontani da quelli attribuiti a istituti tecnici e licei.
Ma non era solo l’aspetto amministrativo a costituire la maggiore differenza. A marcare un netto confine contribuiva infatti anche un altro aspetto, ben più importante: lo scopo sociale. Se licei e istituti tecnici perseguirono, fin dall’istituzione del Regno, fini prettamente educativi, scuole e istituti professionali furono pensati soprattutto come un mezzo di disciplinamento.
Lo erano stati nell’Ottocento, quando Chiesa e filantropi erano usi fondarle per “togliere dalla strada” orfani e poveri. E lo furono nei decenni successivi, quando comuni, province e insegnanti le magnificarono come un efficace strumento di contenimento sociale. Contenimento di chi?, potremmo chiederci. Contenimento di tutti quegli studenti delle classi medio-basse che, tra fine Ottocento e primo Novecento, cercavano l’istruzione per migliorare la propria posizione sociale. Adesso li chiameremmo “capaci e meritevoli”. Ma, nella società conservatrice dell’Italia liberale, altro – e ben più oscuro – era il nome con cui erano conosciuti – quello di “spostati”.
Questo, per quanto riguarda il percorso storico. Ma adesso, quanto l’istruzione professionale continua a essere legata a concetti di contenimento sociale? Quanto invece è riuscita a emanciparsi da questo secolare fardello? Ad ascoltare governo e ministri, l’età liberale sembra un orizzonte lontano.
Le scuole professionali, ha sostenuto ad esempio pochi mesi fa il Ministro dell’Istruzione e del Merito, “valorizzano la creatività, l’invenzione e la capacità di costruirsi un futuro a partire dai talenti”.
Ma le statistiche? Cosa dicono, invece, le statistiche? Diamo dunque, sia pur velocemente, uno sguardo al report Almadiploma 2025. Da quale classe sociale proviene la maggioranza relativa dei diplomati delle tre secondarie? Da quella dei liberi professionisti e dei dirigenti, per i diplomati dei licei; dalla classe media impiegatizia, per i diplomati dagli istituti tecnici; da quella degli operai, per i diplomati degli istituti professionali.
Ma il report Almadiploma parla solo di chi ce l’ha fatta. E gli altri? Chi sono gli altri? Dove vanno a finire gli altri? Cambiamo dunque fonte, e rivolgiamoci al rapporto Istat sulla povertà educativa del 2025. Quali sono i tassi di abbandono per tipo di scuola? E qui lo stacco, se possibile, si amplia: a lasciare gli studi sono il 3,9 per cento degli iscritti ai licei, il 10,8 per cento degli iscritti agli Istituti tecnici, il 17,8 per cento degli iscritti agli Istituti professionali.
Adesso possiamo tornare alle domande di partenza. Che cos’è l’istruzione professionale? Che scopo ha? È una scuola che persegue un fine educativo o che reca ancora con sé il marchio secolare della ghettizzazione sociale? A queste domande non possiamo dare una risposta precisa.
Forse queste ultime dovrebbero provenire da chi quei corridoi li conosce e li vive: dalle studentesse e dagli studenti degli istituti professionali, innanzitutto; e anche dai loro insegnanti, che dovrebbero cominciare ad esigere un proprio spazio di parola, perché non sia sempre qualcun altro a parlare al posto loro.
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