L’11 agosto 1973, cinquant’anni fa esatti, in un locale al pianterreno di un condominio del Bronx nasceva l’hip-hop. Il dj Kool Herc – Kool come le sigarette, Herc come Ercole ma di nome faceva Clive – 17 anni, fratello di Cindy Campbell che aveva organizzato una festa per il ritorno a scuola, acceso l’impianto (suo padre faceva di mestiere il tecnico del suono) svela ai ballerini il frutto di lunghe prove in cameretta: suona due copie dello stesso disco su due giradischi sincronizzati, in modo da allungare per molti minuti la parte ritmica di alcune canzoni, che lui chiama “break”. Taglia e cuce James Brown, Eddie Kendricks, Aretha Franklin. Tiene particolarmente a una versione del vecchio Apache della Incredibile Bongo Band, una irresistibile stupidaggine appena inventata da un produttore di Los Angeles.

La musica che si ascolta in quel periodo è funk, fa molto cinema blaxploitation, trasmette un’atmosfera da gangster, usa il suono afro delle congas, profondi ostinati di basso. Sono gli anni in cui il comune di New York è sull’orlo del fallimento, la città un misto affascinante di immondizia e luci, crimine e grattacieli, la raccontano Shaft, Il braccio violento della legge, e perché no Gola Profonda appena uscito. «New York, New York, la grande città dei sogni – rapperà Mellie Mel in The Message, 1982 – dove non tutto è sempre come sembra/ Se vieni da fuori facile che ti fregano».

Kool Herc fiuta l’aria e evita accuratamente di suonare la discomusic di Philadelphia, in grande ascesa allora: più sofisticata, con sezioni di archi, cassa in quattro ben scandita e coretti sexy. Questo lo mette una spanna di gradimento sopra gli altri dj. Sui break gli improvvisati ballerini – molti dei quali appartengono alla gang dei Black Spades che controlla il quartiere – si sfidano alla maniera di West Side Story, trasformano i gesti di combattimento nelle coreografie e spaccate che hanno visto fare a James Brown in televisione mentre cantava Got to get your feet, una delle sue hit recenti. La loro si chiamerà breakdance, appunto.

Le quattro discipline

Dal party di Kool Herc nel sottoscala di casa sua alle feste nei parchi del quartiere. Rubando la corrente, secondo una leggenda diffusa ai tempi nostri dell’hip-hop delle posse e dei centri sociali. Di sicuro, senza l’appoggio delle gang feste al Bronx non se ne potevano fare: misto di autoorganizzazione e illegalità, eredità delle Black Panther e ombra delle grandi organizzazioni criminali. Era stato soprattutto Afrika Bambaata, una delle prime star internazionali negli anni Ottanta e leader della Zulu Nation, a diffondere la leggenda. Qualcuno sostiene che l’avesse riadattata, perché le date coincidessero meglio col suo ruolo di fondatore e “pacificatore” del quartiere.

Bambataa è stato il primo a sottolineare come lui, Kool Herc e Grand Master Flash fossero tutti di origini giamaicana, e quindi l’hip-hop dovesse qualcosa alla cultura del reggae e del toasting. È stato il primo a contare le “quattro discipline” dell’hip-hop: Kool Herc inventa il djing e Grand Master Flash lo perfeziona, il suo amico Coke La Rock da il via all’Mcing, cioè il rap vero e proprio. Della breakdance e del suo legame simbolico con i combattimenti tra gang abbiamo detto. Viene del Bronx Phase II, uno dei primi graffitisti di New York, ma lo stesso Kool Herc faceva parte dei Vandals, tra i primi a lasciare le proprie tag in città.

La storia è fiabesca. I B-boy di tutto il mondo se la raccontavano così, rendendo omaggio ai fondatori, agli innovatori e pure ai martiri. In parte è una storia inventata. Kool Herc non era l’unico dj di quegli anni, feste come la sua se ne facevano in tutta la periferia. Il rap, la parola ritmica, ha una genesi che si perde nel profondo della cultura afroamericana, affiora nell’arte dei predicatori e dei guaritori, nelle filastrocche dei bambini, passa per il jive talking, i disk jockey alla radio, i poeti della Black Renaissance, Gil Scott Heron.

Lingua franca

Eppure, festeggiare l’anniversario di una festa da ragazzini è così affascinante nella sua semplicità proprio per l’enormità di quel che ne è seguito nei 50 anni successivi: l’hip-hop da almeno due o tre decenni è la lingua franca del pop planetario, cantato in ogni lingua e stile, nella forma della trap con o senza auto-tune. Né bisogna dimenticare che dopo l’estate 1973 del party di Kool Herc passano almeno sei-sette anni perché la discografia si accorga davvero del fenomeno.

Soltanto per la piccola Sugarhill Records di Sylvia Robinson escono nel 1979 il primo singolo rap Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, e nel 1982 The Message di Grand Master Flash. Un’altra etichetta indipendente, la Tommy Boy Records, pubblica lo stesso anno Planet Rock di Afrika Bambaata, con la base rubata ai Kraftwerk, la batteria elettronica Roland 808 e la voce mutata dal vocoder.

Il palazzone

E questa è soltanto la preistoria. Cinquant’anni dopo l’hashtag è #HH50, gli inserti del New York Times pubblicano ricordi e testimonianze, c’è un museo dell’hip-hop, e i manifesti di un concertone celebrativo allo stadio degli Yankee che per caso non è troppo distante dal condominio del Bronx dove tutto è cominciato. Lassù ci si arriva in autobus attraversando la zona ovest del quartiere, un bel po’ sopra Harlem, a un’oretta buona dal centro di Manhattan.

Costruito sulla riva del fiume, all’ombra di un intreccio di ponti e tangenziali che collegano il New Jersey, il palazzone rivela poco di quel che doveva essere l’atmosfera dell’epoca quando le strade erano ancora in costruzione, molti  residenti avevano preferito andarsene, le gang controllavano il quartiere in un intreccio di autogestione sociale e piccola economia criminale. Oggi ci sono prati, playground e stradine, su un impalcatura i muratori stanno ripulendo l’ingresso.

Una decina d’anni fa, quando sua mamma viveva ancora qui, Kool Herc mise in piedi un comitato per scongiurare la vendita del palazzo e l’aumento degli affitti. Basta un colpo d’occhio per scoprire il grande graffito colorato sulla porta del locale condominiale, la “rec room” dove si fece la festa di Kool Herc. Non c’è molto altro. Il rumore delle macchine sulla tangenziale arriva da lontano.

Una lotta eterna

Sembra un’impresa impossibile riuscire a tirare una linea dritta tra una serata di 50 anni fa in questo condomino del Bronx e il grumo di estetica, politica, spettacolo che l’hip-hop si è tirato dietro da allora. Ha fatto esplodere contraddizioni di ogni tipo, dalla questione dell’autorialità nell’era digitale all’autorappresentazione dell’identità afroamericana. E le “quattro discipline”? Alla figura del dj si è sostituita quella del produttore, il pc ha preso il posto di piatti e campionatori, ma l’estetica del taglia e cuci in fondo è rimasta al suo posto. Si misura in epoche il tempo passato tra le rime di The Message, tutte in battere senza pause, e i testi cubofuturisti di un qualsiasi trapper di oggi con la voce resa marziana dall’autotune.

«Se sto su un grattacielo sono in paradiso – rappava ancora Mellie Mel – giù nel ghetto vivo all’inferno/ posso giocare a palla o fare il cantante/ i neri come me non sanno leggere bene». Della breakdance resta la forma spettacolare del ballo negli show e nei video. L’eterna lotta tra quelli che taggano la metropolitana o graffitano la Galleria Vittorio Emanuele di Milano e quelli che il giorno dopo ripuliscono tutto non finisce mai, come giocare a guardie e ladri.

Irriducibile

AP

L’hip-hop oggi è un forza economica che fa muovere lo streaming, persino i marchi dell’alta moda, è un fucina di personaggi e storie che contano sull’affetto di almeno due-tre generazioni (e di conseguenza pure dell’odio dei vecchi verso gli ultimi arrivati).

Fenomeno (anche) sconveniente, irriducibile, coatto, rumoroso, profondamente impolitico come tutti i grandi fenomeni della cultura popolare. Afroamericano, come il blues o il jazz. Eppure impossibile da tenere ai margini: globale e dialettale. Stile maschio, Travis Scott al Circo Massimo, gladiatori. All’entrata del condominio del Bronx, a suo tempo il sindaco della città ha autorizzato ad appendere il cartello verde “Hip-hop Boulevard” sotto quello che prima segnava la “Sedgwick Avenue” al numero 1520. E noi ci facciamo la foto. Hip-hop don’t stop.

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