Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l’ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo del rapporto tra musica e cibo, a poche settimane da quando tutta l’Italia (tutta l’Italia) si fermerà per Sanremo. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.


Oramai sappiamo che il cibo è un fenomeno culturale che ci dice molto su chi siamo e come cambiamo nel corso degli anni. Ma lo stesso possiamo dire del festival di Sanremo, da sempre lo specchio dei vari periodi sociali e culturali che il nostro paese ha attraversato. E se provassimo allora a incrociare i due elementi, a vedere cioè come il cibo è stato rappresentato nel corso dei decenni nelle canzoni del Festival?

L’innocenza sulle note tue

Una delle prime canzoni di Sanremo ad avere un alimento come protagonista, fin dal titolo, è Patatina, di Wilma De Angelis, del 1961. Nella canzone la patata è utilizzata come sinonimo di dolcezza e innocenza, per descrivere il candore dell’infanzia: «Un tiepido raggio di sole, frugando nel verde dell’orto trovò, una cosina piccina così. Patata, patatì, patatina come te. Bambina piccolina, patatina». Ma è il cibo (e la natura in generale) a fare da protagonista: «Sei nata sotto un cavolo, tra ciuffi di prezzemolo… Capelli di colore biondo grano». Qui siamo davvero alla pura innocenza e all’identificazione totale tra cibo e natura incontaminata.

Ma basta un attimo e questa innocenza diventa cliché. In molte canzoni successive, infatti, il cibo diventa l’elemento perfetto per descrivere in maniera stereotipata l’Italia e gli italiani.

Il Quartetto Cetra canta nel Sanremo 1964 una canzone il cui titolo dice già tutto: Sole, pizza e amore. Nel testo i quattro cantanti si rivolgono a un amico tedesco e lo invitano a lasciare la birreria di Düsseldorf e Kaiserstrasse per venire in Italia, dove appunto troverà tutti e tre gli elementi del titolo. E lo stesso suggeriscono ad altri amici di Londra, Parigi e persino New York: «Caro Joe, cosa c’è di nuovo a Broadway negli show? Come mai, (Yes, yes, carissimo Joe), sempre dentro un grattacielo te ne stai?… Lascia tutto, per favore, prendi un jet e in poche ore arrivare qui potrai. Troverai tanto sole, tanta pizza e tanto amore».

Nel 1969 è invece una bevanda a contenere addirittura l’elisir d’amore in Cosa hai messo nel caffè cantata da Riccardo Del Turco: «Ma cosa hai messo nel caffè che ho bevuto su da te? C’è qualche cosa di diverso adesso in me. Se c’è un veleno morirò, ma sarà dolce accanto a te, perché l’amore che non c’era adesso c’è».

Amore e stereotipi

Negli anni Ottanta questa associazione tra cibo e stereotipo di amore e cuore all’italiana vive il suo massimo splendore. Nel 1982 Al Bano e Romina Power trovano in un bicchiere di vino con un panino addirittura la Felicità in senso assoluto.

Molto celebri anche i casi degli «spaghetti sempre al dente» dell’Italiano di Toto Cutugno del 1983 e dell’elogio del ragù di Marisa Laurito in Il babà è una cosa seria, del Sanremo 1989: «Vorrei andarmene in Perù, in Giappone, in India, in Cina, ma poi volo ‘int ‘a cucina, a me quello che mi consola, è l’addore d’a pummarola, Perché quel che mi tira su, songo ‘e zite con il ragù». Insomma, il cibo è consolatorio, risolve i problemi e soprattutto è lo specchio di una certa Italia che doveva apparire felice, tranquilla e senza grilli per la testa.

Poi piano piano qualcosa comincia a cambiare. Nel 1996 La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese satireggia proprio lo stereotipo del cibo come quintessenza dell’italianità. Gli spaghetti («Se famo du’ spaghi») diventano il simbolo del qualunquismo italico, e addirittura la pizza serve per la sua assonanza con qualcosa di molto più inquietante, il ricatto mafioso a commercianti e ristoratori: «Una pizza in compagnia, una pizza da solo, in totale molto pizzo, ma l’Italia non ci sta».

Ma già nel 1980 gli Skiantos avevano presentato alle selezioni Fagioli, un brano ironico in cui il cibo diventava un elemento inquietante e addirittura creava una dipendenza che portava alla rovina il protagonista della canzone: «I fagioli non riesco a digerire, i fagioli mi fanno soffrire. I fagioli son la mia rovina, i fagioli li mangiavo in cantina, i fagioli son la mia disperazione ... Fagioli, fagioli, fagioli, fagioli...». Ma era ancora troppo presto, d’altra parte gli Skiantos erano sempre in anticipo sui tempi, e così la canzone fu scartata all’ultima selezione. Il cibo in quegli anni doveva essere solo lo specchio dell’Italia tradizionale e da cartolina di Cutugno o Al Bano & Romina. Ma Fagioli fu promossa comunque come “Il piatto forte del XXX Festival di S. Remo” sulla copertina del suo 45 giri.

Modernizzazioni

L’anno dopo, nel 1981, la nuova rappresentazione del cibo arrivò invece sul palco: il Caffè nero bollente di Fiorella Mannoia diventò il simbolo della solitudine di una casalinga depressa: «E ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente, in questo nido scaldato già dal sole paziente, ma tu che smetti alle tre, poi torni a casa da me, tu che non senti più niente mi avveleni la mente!»

Fiorella Mannoia in realtà stava anticipando un trend: dopo la politica di Elio e le Storie Tese e il surrealismo degli Skiantos, negli ultimi anni al festival di Sanremo il cibo (o la sua mancanza) è diventato il simbolo di una delle emozioni più tristi dell’essere umano, la solitudine. Come nella canzone presentata a Sanremo 2004 da Danny Losito, Single: «E mi manca la lasagna che mi cucinavi tu, te ne sei andata in Spagna». E ancora Luca Barbarossa nel 2018, che in Passame er sale ricorda di quando la sua ex era a tavola con lui e ci si passava il cibo a vicenda, con qualche preoccupazione per la salute: «Passame er sale, er sale fa male, Passame er tempo, er tempo nun c’è ... Passame er vino, lo mischio cor sangue». O nella canzone di Ultimo al festival del 2019, I tuoi particolari, in cui un uomo cucina e apparecchia la tavola anche per la fidanzata che in realtà se n’è andata da tempo. Ben altre emozioni rispetto al panino della felicità di Al Bano & Romina o alla pizza italica promessa all’amico di Düsseldorf dal Quartetto Cetra. Ma i tempi evidentemente non erano più quelli.

E arriviamo all’anno scorso, il Sanremo 2025, quando il cibo è diventato l’ultimo piacere materiale in cui affogare la nostra dipendenza da un mondo virtuale e vuoto, fatto di algoritmi e sterili reazioni social. Come cantano i Coma_Cose in Cuoricini, infatti: «Un divano e due telefoni è la tomba dell’amore, ce l’ha detto anche il dottore. Porta un chilo di gelato e poi nel dubbio porta un fiore, e almeno un kiss». Ma il bacio è probabilmente solo quello con cui reagiamo al post di una persona che ci piace. E anche il gelato, chissà, potrebbe essere solo virtuale. E quest’anno? I testi delle canzoni li conosceremo solo in diretta tv. Occhio e orecchio allora a quello che si canta sul palco, perché il cibo nelle canzoni di Sanremo dice sempre qualcosa di vero su chi siamo e come cambiamo.


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