Sottocultura nomadica, capace di ridefinire le geografie delle musica pop, con l’irruzione sulla scena globale di territori una volta lontani dai consumi giovanili, quella delle musica elettronica degli anni Novanta, è stata una epopea che ha fatto dell’attraversamento il suo segno riconoscibile. Quello simboleggiato dal viaggio, naturalmente, con le “tribe” che solcavano i continenti, come se fossero una moderna interpretazione dei “Magic Bus” che negli anni Sessanta e Settanta connettevano Amsterdam e la allora festosa Kabul.

Ma anche quello della “transizione” interiore, della “modificazione degli stati di coscienza”, della trance che ha fatto dei dj, ancora prima che delle superstar, dei veri sciamani, dei “maestri di cerimonie” di appuntamenti rituali che trovarono nei rave party il loro potente catalizzatore. Nei rave, ma non solo.

Sulle rotte del rave, che torna in libreria più di 20 anni dopo la sua prima pubblicazione (2002), è un lungo reportage che traccia itinerari segnati dal beat elettronico che hanno unito, magicamemte e in modo irripetibile, le spiagge di Goa, dove andavano in scena i “Full Monn Parties”, le feste dove si celebrava la bellezza della luna piena che si alzava sull’Oceano, con le calette di Ibiza, dove invece era il sole che si inabissava nelle acque del mediterraneo a essere festeggiato nei “sunset bar”, su tutti quello più famoso, il Café del mar di Jose Padilla. Per poi perdersi sulle orme degli adoratori techno del Re Artù  in uno sperduto altopiano del Galles e ritrovarsi su un camion dalla meccanica instabile diretti a est, nella ex Jugoslavia in piena guerra civile. per organizzare, come fecero gli inglesi della techno tribù Desert Storm, il capodanno della vita in un città bosniaca sotto assedio da parte dei cecchini.

Con una discoteca che sorge dal nulla in poche ore e così velocemente come è stata costruita, si dissolve il giorno successivo, pronta a ricomparire la notte dopo a molti chilometri di distanza. come recitava la frase di Timothy Leary, il grande teorico della psichedelia, “Accenditi Sintonizzati, Abbandonati”.

Intrattenimento e consapevolezza

Scena, quella rave, che ha mescolato con disinvoltura intrattenimento e consapevolezza sociale, mettendo insieme il nuovo edonismo che nasceva alle Baleari con quello che rimaneva del movimento degli squatters, gli occupanti di case nella Londra degli anni Settanta, il punk con gli scampoli del new romantics, gli hippies bonghisti di Ibiza e tutta la disco americana colonna sonora dei movimenti per il superamento delle differenze di genere.

Il rave rivendica un nuovo spazio di socialità che non sia quello consueto, le macchine elettroniche che segnano quella che viene definite “Bedroom Generation”,la generazione della stanza da letto, fanno il resto, trasformando ogni stanzetta adolescenziale, in ogni angolo del pianeta, in un artigianale, ma efficace studio di registrazione. È una piccola, ma significativa rivoluzione culturale che travolge l’idea stessa del fare e del consumare musica.

Emerge una realtà di giovani produttori che ci raccontano, con i loro lavori, cosa succede nei sotterranei di Budapest e ai confini di una megalopoli brasiliana, nel cuore di Mosca o nella giungla della Thailandia. È una frenesia che contagia, grazie alla quale tutto sembra possibile. Occupare un grande spazio industriale abbandonato per trasformarlo nella più scintillante discoteca possibile e entrare nel mercato della musica. È il momento di reclamare il proprio diritto a vivere sino in fondo le strade, come recita il nome del movimento inglese “Reclaim the Street”, che invade le vie di Londra per farle diventare un club all’aria aperta dove consumare il proprio diritto alla festa.

Le discoteche rimangono sulla sfondo, sono altri adesso i altri i luoghi della danza si torna a viaggiare, l’elettronica è il linguaggio privilegiato delle nuove ondate di adolescenti che mixano, traggono fonte di ispirazione dalle grande scene globali che hanno segnato la storia della dance music. La Chicago e Detroit degli anni Ottanta, i depositi abbandonati dove il dj Frankie Knuckles rilegge i classici della tradizione soul afro americana fuori dal clamore scintillante della “Febbre del sabato sera”, mentre l’archeologia industriale della città della robotica spera in un futuro interamente basato sulla relazione tra uomo e tecnologia, rapporto che passa proprio per il ballo.

La scena oggi 

Flussi sonori che hanno influenzato (e continuano a influenzare) la musica contemporanea, occupando adesso non più le ex fabbriche svuotate delle loro catene di montaggio, ma i festival internazionali, da quelli che si aprono per la prima volta alla techno ai mega raduni pop.

Trovare Jeff Mills, il “maestro” della Techno Detroit all’interno di una prestigiosa rassegna come Ravenna Festival del Maestro Muti, significa aver “storicizzato” la dimensione del rave, averlo fatto uscire dal confine della subcultura giovanile per metterlo a confronto con i grandi nomi della classica e della contemporanea. Il rave dimostra così le sue immense possibilità come territorio di sperimentazione e di ricerca, non risponde più alla logica del gruppo di adolescenti che portano con sé un sound system, invadono un campo per un giorno e una notte, trasformandolo nel club dei loro sogni.

Il senso profondo del rave sta proprio nell’immaginare un mondo nuovo. Come quello che che nasce ogni fine estate a Londra, per le vie di Notting Hill Gate, con il Carnival, adesso il più grande street festival d’Eurpoa, quando tantissimi sound system invadono le strade di quest’area di Londra, tradizionalmente abitato dalla comunità giamaicana e fanno di ogni angolo un club, con i dj che rievocano le atmosfere delle vie di Kingston, dove si balla con i ritmi sinuosi del dub, del reggae, della house. Uscire fuori, socializzare, incontrare l’altro da sé, danzare sino a far viaggiare la mente, esprimendosi però con il linguaggio del corpo.

Sulle rotte del rave è questo, un manuale d’uso che tantissimi hanno messo nello zaino per addentrarsi nella foresta brasiliana o esplorare i quartieri est di Londra, alla ricerca di quello che Afrika Bambaataa, uno dei padri dell’hip hop old school aveva definito il «ritmo perfetto».

Un percorso costellato di personalità che hanno immaginato linguaggi inediti, destinati spesso a definire correnti musicali che sono fortemente immerse nel presente. Come Gilles Peterson, il dj che ha “inventato” l’acid jazz portando nei club i capolavori della storia del jazz, facendoli amare ai giovanissimi ancora in balia delle esperienze lisergiche della cosiddetta “seconda estate dell’amore”, che da Ibiza a Londra, ha portato il rave a diventare raduno giovanile impossibile da contenere. Al punto che l’Inghilterra è stata la prima nazione del pianeta a inserire nel 1994 a definizione di techno (“Ripetive beats”) nel famoso Criminal Justice and Public Order Act, una legge che non è certo servita a arginare un movimento che, invece, è diventato istituzione.

Che il decreto anti rave emesso dal governo italiano possa avere lo stesso effetto e fare del rave anche in Italia un fenomeno commerciale? Come è già avvenuto nel resto d’Europa, dove la parola viene usata adesso per le grandi feste techno in luoghi enormi con alti biglietti di ingresso.

E non a caso si chiama Rave the Planet l’organizzazione non profit tedesca che ha curato la campagna per far iscrivere la “Cultura techno di Berlino” nella lista tedesca del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco.


Sulle rotte del rave (riedito quest’anno da Wudz Edizioni) verrà presentato nell’ambito di Conversazioni sul futuro a Lecce venerdì 16 ottobre alle 20 alle Officine Culturali Ergot. A dialogare con l’autore Pierfrancesco Pacoda sarà Giorgia Salicandro. 

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