Nel 1967, nel clima in cui maturò la drammatica rivolta cecoslovacca, fu convocato a Praga il Congresso degli scrittori. In quell’occasione Milan Kundera intervenne con una relazione che aveva per titolo La letteratura e le piccole nazioni.

Il suo intervento, insieme al saggio, Un occidente prigioniero, apparso in Francia nel 1983, è stato tradotto e pubblicato adesso da Adelphi. In occasione del conferimento del premio Gerusalemme, nel 1985, Kundera pronunciò un discorso dal titolo Il romanzo e l’Europa. Esordì dicendo che non era casuale che il premio israeliano più importante fosse destinato alla letteratura internazionale. Ciò indicava che gli ebrei, nonostante le sofferenze subite in Europa, dell’Europa avevano colto il respiro sovranazionale.

In Israele Kundera riconosceva l’anima di quelle piccole patrie che avevano popolato l’Europa centrale. Lo spirito di questa pluralità era pienamente rappresentato da quel «paradiso dell’immaginario degli individui che è il romanzo», il territorio, scrive Kundera, in cui nessuno possiede la verità, né Anna né Karenin, ma in cui tutti hanno diritto a essere capiti, Karenin non meno di Anna.

Territorio assediato

Proprio questo territorio, in cui è possibile il confronto, è oggi assediato. Il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, che legava nel 1956 il destino del suo paese al destino dell’Europa, non si riconoscerebbe oggi nella “democrazia illiberale” di Orbán, che ha fatto rimuovere la statua di Imre Nagy, il protagonista della rivolta di Budapest.

Starebbe dalla parte di chi si pone a difesa dell’Ucraina, dello stato di diritto e dell’autodeterminazione, contro la barbara aggressione russa, consapevole di difendere in tal modo i principi stessi della coscienza europea.

Nel suo discorso di apertura del Congresso praghese degli scrittori, del 1967, riprendendo un tema che era stato dibattuto nel XIX secolo, Kundera si chiedeva se per i cechi fosse fondamentale coltivare la propria lingua, dal momento che accogliere la cultura tedesca, ampiamente diffusa nel loro paese, li avrebbe collocati entro una tradizione più prestigiosa.

Scriveva che la difesa dell’identità ceca, se non voleva ridursi alla mera rivendicazione di una minoranza linguistica, non poteva essere slegata dall’esigenza di interagire in modo originale con la cultura europea. Si trattava dunque di scegliere se ridurre il ceco a un dialetto, e la cultura del paese a folklore, o sentirsi a pieno titolo nazione europea.

Crisi di consapevolezza

Nel corso del Novecento i processi di integrazione si sono intensificati e diviene problematico dare giustificazione della propria specificità in un mondo che tende all’omologazione. Riflettendo sul fatto che l’eredità della cultura classica e della tradizione cristiana appariva affievolita, anche in molti intellettuali, Kundera osservava una diffusa crisi di consapevolezza storica.

Quando si vive solo in un «presente decontestualizzato», proseguiva, si rischia anche di «trasformare la patria in un deserto privo di storia, di memoria, di echi e di ogni bellezza». Chi è a questo punto il vandalo? Si chiedeva. Non certo il contadino che in preda alla rabbia dà fuoco alla casa del suo padrone.

L’atteggiamento del vandalo si identifica, a suo avviso, nella «superba ristrettezza di vedute che basta a sé stessa», come accade quando prevale la censura ideologica e un comitato di burocrati può decretare l’inutilità di una chiesa o di un castello, decidendo di eliminarli. Molti odierni seguaci della Cancel culture sembrano gli eredi più o meno consapevoli di questi censori e processano la storia in nome di declinazioni postmoderne delle ideologie.

Nel 1983 Kundera torna su alcuni temi già presenti nel suo intervento al Congresso degli scrittori e pubblica, sulla rivista francese Le Débat, il breve saggio “Un occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale”. Lo scritto ha inizio con il ricordo dell’invasione russa dell’Ungheria. Nel settembre del 1956, durante l’assedio di Budapest, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese trasmise un messaggio le cui parole conclusive: «Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa», esprimevano il sentire di chi identificava l’aggressione all’Ungheria con un’aggressione all’Europa.

Questa frase, scrive Kundera, non avrebbe avuto diritto di cittadinanza a Mosca ma poteva avere un significato proprio a Budapest o a Varsavia. Se l’Europa indica una dimensione culturale e spirituale, piuttosto che geografica, l’Ungheria, come la Cecoslovacchia o la Polonia, rientra infatti nell’occidente, mentre l’area della cristianità ortodossa è stata tradizionalmente considerata oriente.

L’illusione

L’ideologia panslavista costituì, per questi popoli, una minacciosa illusione, in quanto legittimò la tendenza della Russia ortodossa a estendere la sua egemonia religiosa e politica verso ovest. Lo aveva ben compreso lo scrittore ceco Karel Havlicek, che commentava: «Ai russi piace definire slavo tutto ciò che è russo, in modo da poter definire russo tutto ciò che è slavo».

Il panslavismo alimentava progetti imperialistici, ma anche sentimenti di rivalsa nei confronti dell’Europa che, in forme diverse, sono sempre stati presenti nella cultura russa. Isaiah Berlin scriveva nel 1947 che in Russia si coglieva «una combinazione di inadeguatezza intellettuale e di superiorità emotiva».

L’occidente era percepito come efficiente, ma anche «freddo, meschino, calcolatore e prigioniero della sua corazza», incapace delle emozioni generose che caratterizzavano i russi.

La letteratura russa da Puskin a Dostoevskij, a Solgenitsin, ha sempre guardato con sospetto all’occidente, pur non nascondendo una attrazione per l’Europa. Dopo la II guerra mondiale i confini del mondo sovietico si sono spostati verso ovest e i paesi dell’Europa centrale sono divenuti “paesi dell’est”.

Il dramma dell’Europa

Kundera individuava proprio qui il dramma dell’Europa, come dimostravano la “maestosa rivolta ungherese” del 1956, la primavera di Praga del 1968, le rivolte polacche dal 1959 agli anni Ottanta. L’Europa centrale, nella sua multiformità, aveva in sé il massimo di diversità in uno spazio minimo, laddove la Russia, scrive Kundera, si muoveva in direzione opposta, in quanto nei suoi immensi spazi tollerava il minimo di diversità.

Il comunismo poteva essere visto come la negazione della spiritualità russa, ma anche come la piena realizzazione del centralismo dispotico degli Zar e del Pcus. In Russia è sempre stata viva la disputa tra slavofili e occidentalisti e il comunismo non può essere di certo considerato un esempio di occidentalizzazione, dal momento che il capitalismo e il modo di vivere dell’ovest sono stati identificati con il nemico di classe a cui contrapporsi.

Milosz scriveva, in La mente prigioniera, che nei paesi socialisti era d’obbligo «mostrare la maggior avversione possibile nei confronti dell’occidente» e storcere sarcasticamente la bocca dinnanzi a ogni accenno a un intellettuale occidentale. In modalità ben più aggressive e brutali, questa identificazione del nemico con l’occidente si ritrova oggi nei toni aspri che punteggiano le dichiarazioni di Putin, di Medvedev, di Lavrov.

Durante la Guerra fredda il mondo occidentale si era limitato a prendere atto che l’Europa centrale si identificava con i paesi-satellite dell’Urss. Ecco perché l’appello del direttore dell’agenzia di stampa ungherese non poteva essere pienamente inteso nella sua intensità drammatica.

L’Europa non si era resa conto della scomparsa di quei paesi dal proprio orizzonte spirituale perché non sentiva più, scrive Kundera, la propria unità come unità culturale.

Questa dimensione culturale era invece fortemente sentita a Praga, come a Budapest o a Varsavia. Le rivolte che dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta si svilupparono nell’Europa centrale non furono sostenute dalla stampa o dalla tv, ma dal confronto che si svolgeva nei circoli, nei cinema, nei teatri. La repressione sovietica durante la Primavera di Praga si esercitò infatti sulla cultura.

Se l’occidente si fonda sull’ego che pensa e dubita, la civiltà del totalitarismo russo, scrive Kundera, ne era la «radicale negazione». L’Europa centrale, concludeva Kundera, si collocava a est riguardo al suo sistema politico, ma incarnava l’occidente sul piano della cultura. Lo smarrimento della propria identità impediva però all’occidente di vedere nell’Europa centrale ciò che andava al di là del suo destino politico.

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