Venerdì 12 giugno al Piccolo Teatro Grassi per la rassegna «Milano per Gaber 2026» il racconto dell’autore che inventò la città in bianco e nero, fatta di bar, lambrette, osterie e amori di periferia resa popolare dal signor G
C'è un verso che in Italia conoscono tutti, anche chi giura di non saperlo: «Il suo nome era Cerutti Gino, ma lo chiamavan drago». Quello che quasi nessuno sa è che a scriverlo non fu Giorgio Gaber, ma un uomo nato a Milano nel 1926 e morto nel 1998, il cui nome — è questo il punto — era Umberto Simonetta.
Venerdì 12, al Piccolo Teatro Grassi, per «Milano per Gaber 2026», provo a restituirgli quel nome. Perché Simonetta è il grande rimosso della canzone e forse della cultura milanese. Scrittore di romanzi e di copioni, per la radio, la rivista, la televisione e perfino il cinema, fu sottovalutato dalla critica alta esattamente perché troppo popolare, troppo bravo a far ridere: una colpa, da noi, dove il successo largo viene guardato con diffidenza.
Eppure, quando nel 1972 Gaber si presenta in tv accanto a Mina, davanti al pubblico più vasto possibile, mentre in teatro sta ormai lavorando esclusivamente con Sandro Luporini, sceglie di cantare le sue hit: quattro canzoni e un monologo su sei portano la firma di Simonetta. Anche dopo l'invenzione del Teatro Canzone, sa di dovere a quei testi una parte di sé.
Il sodalizio nasce nel 1960, quando Gaber è ancora un Corsaro in coppia con Jannacci. Il primo testo di Simonetta per loro è una ninnananna paradossale, «Dormi piccino», dove il babbo che il bimbo aspetta sta «penetrando in un'officina a scopo di furto e di rapina». C'è già tutto: i balordi, la periferia, la tenerezza dentro il delitto minimo. Pochi mesi dopo arriva «Una fetta di limone», la contro-serenata di un ragazzotto a una ricca «tardona» che lui respinge per chiederle, alla fine, solo una fetta di limone nel tè: settenari martellanti, rime e assonanze, una gag teatrale travestita da canzone.
Poi, lo stesso anno, «La ballata del Cerutti», costruita sulla falsariga delle ballate angloamericane — Tom Dooley, Davy Crockett — ma piegata a un ladro di Lambrette del Giambellino. Il ritornello ridotto a tre parole, «era un mago», smonta il mito mentre finge di costruirlo: è qui che riconosci la mano del commediografo, non del paroliere qualunque. Da lì una piccola geografia in canzone. «Trani a gogò», dove il trani è l'osteria di mescita dal nome del vino pugliese, e si passa la sera «scolando barbera» tra la vecchia zitella e il pregiudicato uscito da poco. «Porta Romana», che pare l'ennesima ballata meneghina e invece, avverte la stessa casa discografica, lo è solo in apparenza: l'ambientazione «serve da pretesto per cantare una storia universalmente valida», il primo amore mai dimenticato, perché «in ogni città e per ciascuno di noi c'è stata, c'è o ci sarà una Porta Romana».
E poi «Il Riccardo», il bullo di quartiere, e «Barbera e champagne». Fu Vincenzo Micocci, uno dei discografici che hanno fatto la nostra musica, a mettere a fuoco la posta in gioco firmando le note di copertina di «Trani a gogò». C'è chi, in sala d'incisione, chiamò quelle canzoni «una sorta di dolce vita dei poveri» e Gaber «il Fellini della canzone».
Micocci correggeva il tiro — più Zavattini, semmai, o il Marotta dei libri su Milano — ma il punto resta: è una Milano minore, quella che i grattacieli del miracolo economico lasciano in ombra, e tuttavia, scriveva, «viva e non meno valida di una certa Roma», quella di Pasolini. Meno corrotta, meno clamorosa, e per Micocci non era un difetto.
Ecco la spina dorsale della serata. Quella Milano in bianco e nero, fatta di bar, lambrette, osterie e amori di periferia, l'ha inventata per Gaber un signore che veniva dalla radio — dove negli anni Cinquanta, da solo o con Zucconi, firmava una rivista di successo dopo l'altra, quasi sempre in prima serata sul Nazionale — dalle riviste con Bramieri e dai romanzi feroci sulla città, «Lo sbarbato», «Il giovane normale». E che vent'anni dopo, sempre lui, avrebbe contribuito a far nascere Fracchia e Fantozzi con Villaggio.
Un autore plurale, prolifico, spesso in coppia o nell'ombra: il prototipo di chi lavora benissimo e appare poco. Non a caso il titolo che ho scelto ruba il refrain del Cerutti per rovesciarlo: «Ma il suo nome era Umberto Simonetta».
Salirò sul palco da cronista, alternando racconto, ascolti d'archivio e filmati, perché certe cose si capiscono solo ascoltandole e rivedendole. Non è un'operazione nostalgica: è un atto di giustizia verso un autore che ha dato voce a una città e a un'epoca senza quasi mai pretendere la ribalta. Per una sera, sotto quel refrain che tutti attribuiscono a Gaber, vorrei si sentisse anche l'altro nome, quello di chi quelle parole le aveva scritte.
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