Al clima mite della RIVIERA SANREMO germoglia la canzonetta italiana. Moralista, maschilista, nipotina del melodramma e delle censure fasciste, figlia illegittima dell’America, piagnona, idiota, quasi sempre incapace di arrivare al puro camp, stralunato involontario catalogo di stranezze ai bei tempi, più che altro via di mezzo democristiana.

Tarata sull’Auditel tv da Pippo Baudo e dei suoi eredi Carlo Conti e Amadeus. Il che rende semplice il gioco, come alla roulette (il festival si fece all’inizio al Casinò): giovani contro vecchi, urlatori contro melodici, cantautori contro neomelodici, creature dei talent contro vecchie glorie, trasgressivi contro bacchettoni eccetera eccetera. La “sanremizzazione” del mondo. Il festival come format dei format televisivi, contenitore di “comizi” – da evitare, secondo Giorgia Meloni – trampolino di canzoni della nostra vita.

La televisione

Un tempo si diceva ci fossero cantanti che venivano scongelati appositamente per il festival, per poi tornare nella ghiacciaia fino all’anno successivo: Fiordaliso e Umberto Tozzi, Al Bano, i Ricchi e Poveri, Edoardo Vianello, Pupo.

Non era esattamente così, c’erano le tournée l’Est Europa e le rimpatriate con gli italiani nel mondo. Da quando la tv è diventata un passatempo per anziani, il bisogno di talent a buon mercato rende il riciclaggio continuo e soprattutto cannibale. Nella tv del pomeriggio le vecchie glorie della PENSIONE ITALIA condividono lo spazio coi morti ammazzati della cronaca nera e i nuovi protagonisti del gossip. Narrazioni semplici, tramandate da wikipedia: gli esordi, le difficoltà, i primi successi, poi le mogli, i divorzi, le malattie. Hanno età imprecisate tra gli 80 e i 90. Hanno passato svariati revival e riabilitazioni, culturali e politiche. Politicamente tendono a scoprirsi molto più di un tempo, tanto cos’hanno da perdere? Fisicamente tiratissimi, non mollano. Qualche volta cantano, meglio se in playback. Le loro inevitabili stonature servono a garantire che non ci sono più i cantanti di una volta, e neppure le canzoni.

I talent

A tutto il resto da una ventina d’anni a questa parte ci pensa la FABBRICA DEI TALENT – Amici e X Factor, che hanno esternalizzato alla tv il processo di creazione dei divi. Rientrano nella categoria del gioco d’azzardo come le roulette del Casinò di Sanremo: un anno vince Mengoni, un altro i Maneskin e poi per edizioni ed edizioni tutti gli altri partecipanti rimangono a secco, sparendo dai radar già prima che il talent sia finito.

 Amici è figlio del Costanzo Show, coatto, melodrammatico, paraculo. X Factor è tipica spocchia milanese, i cummenda del rock’n’roll. Col tempo nessuno si accorge più di niente. Prima dell’oblio c’è la lotteria di Sanremo Giovani, poi resta solo la sagra di paese o la conversione al culto dell'indie, sperando in un tour nei club ARCI o nelle feste dell’Unità, perché, si sa, la sinistra accoglie tutti.

Trap City

Spostiamoci ora al centro della mappa. Inaccessibile alla gran parte degli over 25, isolata dal fossato dell’algoritmo dove scorre l’acqua verde nero di Spotify, sorge TRAP CITY con i suoi grattacieli Gucci Prada Versace, una Milano al cubo dove a essere verticale non c’è solo il bosco ma un universo di stream e view, classifiche da cui piovono dischi d’oro e platino, se esci dalla top 20 sei fuori, ti levano la Tesla e pure l’orologio d’oro. Qui vivono i dieci artisti più ascoltati dell’anno: Sfera Ebbasta e Shiva in testa, poi Tony Boy e Kid Yugi (con entrambi a gennaio le diaboliche case discografiche sono pronte a fare cassa con due nuovi album) e tutti gli altri giovani Paperoni che non hanno bisogno di Sanremo, gli bastano i social e l’autotune. Parlano a migliaia di ragazzini, sono l’incubo dei boomer che li accusano di non aver mai studiato musica, ma del loro futuro nulla ci è dato sapere: dureranno o si scioglieranno come neve al sole?

L’unica certezza è che la nursery è affollatissima e i baby trappers nascono affamati di soldi e fama, e spesso vengono dalle BANLIEUE a poche centinaia di metri in linea d’aria dai grattacieli di Trap City.

Sono i maranza, spauracchio della destra securitaria, Babau dell’Italia razzista che ha trovato un nuovo non punibile modo di dire “negher”. Ma un maranza che va in classifica rimane maranza? Sì, soprattutto se di seconda generazione come Simba La Rue e Baby Gang, meglio ancora se ha qualche guaio con la legge anche se la peggior pena da scontare sarebbe quella di finire fuori dal Wrapped 2025 (la playlist dei brani più ascoltati da ogni singolo utente) di molti loro coetanei.

Il rap

Ma c’è stato un tempo in cui i rapper non se li filava nessuno e chi, come canta Gemitaiz in Old School, fa rap “da quando non c’era una lira, da quando non c’era una fica” oggi può finalmente estinguere il mutuo della villetta per la famiglia - o meglio, per tutta la crew - nel BLOKKO, quartiere residenziale di lusso a mezzo giro di Rolex da Trap City: Gué, Salmo, Neffa, Noyz Narcos, Fabri Fibra e Jake La Furia fanno da padrini alle nuove generazioni, ma non disdegnano di essere invitati come super ospiti a Sanremo – sarà il prossimo l’anno di Marracash? – o meglio ancora sul traghettone Costa Crociere ormeggiato al largo dell’Ariston, che fa tanto gangsta.

Certo un rapper, maranza o vecchio, deve misurare la sua credibilità e modellare la sua identità sulla strada, non valgono trucchi né scorciatoie, tantomeno la ricetta (poco) magica custodita nella FABBRICA DEI TALENT (v.)

L’indieshire

A proposito di indie, dove si sono rifugiati i tanti rancorosi che ancora si strappano le borsette di tela pensando a come oggi la musica sia finita col diventare “solo culi e autotune”?

Questo ha detto il moralizzatore Manuel Agnelli dopo aver rapinato Sky di qualche milione grazie a X Factor. Ora vive nelle colline più alte e nobili dell’INDIESHIRE, pieno di vecchi ruderi in pietra ristrutturati in stile grunge o post punk, come il minimalissimo open space di Giovanni Lindo Ferretti, un po’ CCCP e un po’ di CSI, niente di Ikea, al massimo qualche piccolo produttore italiano, sotto sotto un po’ meloniano. Poco più in là, sotto la quercia di Nick Drake c’è la capanna di Vasco Brondi per la meditazione yoga, la piscina in pietra dei Baustelle, le vigne di Brunori Sas e l’uliveto di Colapesce e Di Martino.

Ogni tanto prendono la loro stilosissima Panda 4x4 (modello vecchio, ovviamente) per andare in qualche osteria del GRANDUCATO DEI CANTAUTORI (v.), anche se vengono ancora guardati con diffidenza, oppure l’InterCity per Sanremo, sperando che dopo Lucio Corsi qualcuno ci ricaschi ancora nella truffa “Topo Gigio”.

E i loro figli, i giovani indie, cosa hanno fatto dopo avere abbandonato i genitori a cantarsela a suonarsela in campagna? Non sono scappati troppo lontani da casa, hanno affittato un cozy apartment (un monolocale a un prezzo esorbitante) nell’ARCIPELAGO INDIE.

C’è il SACRO ROMANO IMPERO, il regno di Calcutta, il primo ad aver tolto lo scettro ai cantautori e pensionato l’ideologia - “E non mi importa niente se tuo padre ascolta De Gregori" cantava in Limonata - sostituendola con uno struggle ironico e disincantato.

Nel 2025 sono tornati pure I Cani di Niccolò Contessa, la voce dei Millenials, e Roma (sia nord che sud) si piglia tutta la playlist indie, da Franco 126 a Giorgio Poi passando per Fulminacci e Tutti Fenomeni, cerca un passaggio in autostop per l’Ariston, senza troppo crederci, con l’aria di chi è stato tirato per la giacca, anche se in fondo spera possa essere la svolta: «Destinazione (Tommaso) Paradiso» c’è scritto in qualche meme social, e la citazione di Gianluca Grignani, vero padre putativo della scena non è casuale, perché – come dice un altro meme – «Sanremo dà, Sanremo toglie».

Contro il patriarcato

A dieci minuti di pedalò, sempre nell’arcipelago indie ci sono le girlz di FUCK THE PATRIARCATO, consapevolezza pop col mito di Ornella Vanoni – anche se è diventata icona femminista solo in tarda età – e dell’empowerment, non in stile hip hop come la baddie Anna, ma neppure a colpi di pole dance come Elodie.

Qui basta una chitarra, accordata sulle note di Joan Baez e Patti Smith, per scrivere un manifesto come quello di Giulia Mei: «Della mia fica farò un bandiera» canta nel pezzo presentato a X Factor poco prima di essere eliminata, giusta metafora delle battaglie per i diritti versus talent show, e in generale versus la società italiana tutta.

Insieme a Giulia Mei, in attesa di espatriare verso lande più ospitali, ci sono Joan Thiele, Altea, Anna Castiglia, Emma Nolde, Any Other, Ginevra, La Niña e tante altre cantantesse – come piaceva definirsi Carmen Consoli, madrina onoraria della scena – che per ora trovano rifugio in qualche programma Rai (Bollani, Massini, Barbarossa) e nei sopravvissuti magazine femminili.

Indie alternativo

La nave già pronta a partire è invece nell’isola INDIE EXPORT, attraccata al molo “Paolo Conte”: è un vecchio veliero ristrutturato da esperti produttori e discografici, interni in radical (chic) e un equipaggio burbero ma genuino - il topos da iconografia hipster - meglio con barba (Iosonouncane) o baffetto (Andrea Laszlo De Simone). In Italia si chiamano fuori dai giochi: non vanno in tv, fanno poche interviste, manco la radio, e se gli parli di Sanremo ti buttano a mare senza salvagente. L’obiettivo sono i tour nei club europei (che comunque saranno pieni di expat da Puglia e Piemonte) come quello fatto recentemente dalla nostra Björk, Daniela Pes, o una colonna sonora in un film francese, una recensione del Guardian e un servizio su Les Inrocks.

All’estero sono pazzi del profumo dell’INDIE EXPORT, quel mix di retrò intimista alla Tenco, sperimentazione Folk Studio ed epica “etno - tribal sound” che è un po’ il “pittoresco” di questi anni dove anche l’algoritmo invecchiando è diventato nostalgico.

Il Lol consapevole

Chi invece rimane lì, isolato della sua isola bolla, è il popolo del LOL CONSAPEVOLE: i detriti culturali della società di massa arrivano qui, vengono rimasticati e rielaborati con spirito goliardico - tipo festa di laurea nelle città di pianura tra spritz e bestemmie - fino ad assumere una nuova identità, più o meno accelerata, più o meno hyperpop. Seguendo le orme di POP X, nell’isola si muovono cantanti performer e travesti, star di oscuri podcast, influencer dei social vietati ai maggiori: il colto e quasi indie Faccianuovola, la nerd star Aurora Borealo, Panetti e il fenomeno Tony Pitoni che in uno dei suoi pezzi più noti, Striscia, gioca a fare l’Elio e le Storie Tese della Gen X, un po’ urban rnb, tirando in ballo cocaina e programmi Mediaset.

L’isola del LOL CONSAPEVOLE se non fosse indie, e abbandonasse un po’ di moralismo, se pur sboccato e porno, arriverebbe nelle terre dei Vanzina e dei Checco Zalone, ma lo snobismo nerd li tiene fermi della Terra dei Cachi, sognando il Bella Mà di Diaco più che il Sanremo di Conti.

Ultimo, Vasco e Ligabue

Lo scoglio di ULTIMO appare come un miraggio al largo della costa, circondato soltanto dalle sirene e dai pescecani, praticamente sconosciuto alle carte nautiche dei critici musicali per bene. Sulla sommità dell’isolotto svolazzano i biglietti venduti per i concerti, milioni di milioni: il cantautore romano appartiene a una curiosa nicchia di massa, piena di insospettabili discepoli, che trae la sua forza dall’essere considerata roba da sartine e cameriere come un tempo i feuilleton, come ai tempi fu Renato Zero, e più vicino a noi Fabrizio Moro. Più di una volta Ultimo è sbarcato col suo veliero sulla Riviera Sanremo senza riuscire a trasformare in autorevolezza il suo fandom, fino a giurare di non tornarci mai più.

Diverso lo status di suo zio VASCO ROSSI – titolare di un intero Vulcano non troppo distante – il quale a differenza di Ultimo salì sul palco di Sanremo strafatto quasi come Lou Reed, un tossico di piazza a Bologna, e da lì ascese per sempre al cielo.

I riti di Vasco Rossi si contano in STADI pieni – uno, due, tre, quattro San Siro, oppure Olimpico, Dall’Ara, comunale come in tutto il calcio minuto per minuto. E infine spiazzi enormi e solitari dell’Emilia paranoica, riempiti di gente che è più Vasco Rossi dell’originale, bikers, camperisti, amanti dell’aria aperta, vite spericolate.

Qualcuno la scambia per un miraggio, talvolta appare tra i flutti anche l’isola LIGABUE. Solo apparentemente segno dei capricci della fama, in realtà prodotto dei tempi lunghissimi di quest'ultima, una volta che hai scavallato la moda. Gli stivali da cowboy, l’incedere finto Springsteen e una versione acustica di Una vita da mediano ci appaiono come una madeleine familiare, persino nostalgica: immagine di un mondo scomparso in cui il mediano fu Romano Prodi. Per ottimismo spropositato, l’appuntamento con il prossimo concerto allo stadio è fissato con un anno di anticipo, come un’ecografia all’ospedale pubblico.

Tik Tok e stadi

Tornando sulla terraferma potreste approdare sulla SPIAGGIA TIK TOK, una baia stretta spazzata dalle onde. Ci vivono i cantanti che godono una nuova vita grazie all’uso delle loro canzoni tornate di moda sui social, repechage impossibili tipo Sal Da Vinci o gli Alphaville. Se dalla spiaggia in lontananza osservate un’alta recinzione metallica non avvicinatevi, dicono che le guardie che la sorvegliano siano particolarmente cattive. Nessuno sa esattamente cosa ci sia dentro l’AREA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, forse i testi e le musiche delle canzoni dei prossimi trent’anni, e giustamente si vorrebbe evitare lo spoiler, quasi certamente la conseguente delusione.

Per qualcuno è il numero di visualizzazioni, una volta erano i dischi venduti, per qualcun altro i biglietti delle tournée. Dai tempi di “alee-oo” di Claudio Baglioni, naif ma efficace, tutto è cambiato ma non gli stadi né i palazzi che sono sempre gli stessi tristi e cavernosi, appena aiutati dai prodigi tecnici dell’amplificazione. Gli STADI SOLD OUT celebrano i prodigi dell’e-commerce e del marketing applicato più che le virtù delle canzoni e degli artisti, ora che comprare un biglietto assomiglia quasi a un videogioco (e da lì ci si può ancora tuffare nella new economy del secondary ticketing).

Gli artisti si consolano sapendo che dalle tournee arriva denaro cash, mica le solite promesse di briciole e pagherò dai magnati della Rete. I telefonini riprendono tutto e rimandano in rete, materiale che avrebbe bisogno di tre o quattro vite per essere rivisto davvero. Degli stadi sold out restano infine gli highlights - come per la Champions: Elodie mezza nuda in pelliccia come a Pigalle negli anni 60, Jovanotti che salta come un grillo parlante, Cremonini che a ogni canzone si domanda se il pubblico ci cascherà anche alla prossima, piena sindrome dell’impostore, la malattia endemica della canzonetta.

Il cantautorato

Nel GRANDUCATO DEI CANTAUTORI si vive per lo più di rendita, anniversari, trentennali, quarantennali, qualche polemica revisionista, un’intervistona di Cazzullo o Veltroni sul Corriere. Al limite se tutto va male vendi una canzone per la pubblicità incomprensibilmente motivazionale di inquinatori del mondo, e hai svoltato. Anche i cantautori hanno fatto gli stadi, anzi li hanno proprio inventati ai tempi della tournee Banana Republic di Dalla-De Gregori che convinsero gli autoriduttori a deporre la molotov cantando “Come fanno i marinai” e “Un gelato al limon”. Il fatto che siano arrivati prima di tutti, e rappresentino ancora il paese migliore che abbiamo avuto (o almeno, abbiamo sognato di avere) perdona a loro parecchie cose, specie in fatto di musica. Li amano ancora tutti - a sinistra e a destra - nonostante ai loro tempi abbiamo dovuto farsi largo tra le destra e la sinistra con ballate sempre inadatte allo scopo tipo l'avvelenata di Guccini e Rimmel di De Gregori.

I cantanti di destra combattono la loro resistenza contro il comunismo woke di Elodie barrricati nel CASTELLO ROCK IN ATREJU, una antica struttura medioevale ristrutturata coi soldi nostri. Sono in pochi, si contano sulle dita di una mano, la sindrome dell’assedio è comprensibile. Povia, Pupo e Marcella Bella, sentono l’importanza della loro missione.

La cosa che più di tutte perdona ogni del tutto ovvia scemenza canzonettara è l’Altro Mondo. Manchi, mancherai tantissimo, anche se non faceva una canzone buona dal 1982. Impara agli angeli a suonare la chitarra, il pianoforte, l’ukulele. Pino, Ornella, Faber (come lo chiama in confidenza pure Andrea Scanzi). I CAMPI ELISI sono bagnati delle parole e delle lacrime che si spendono copiose sui social. I santi e i martiri della canzone italiana segnano chiaramente il limite che riflette la nostra inadeguatezza di figli, la solitudine di eternamente orfani, gettati come siamo nella valle della volgarità e dell’autotune.

Musica partenopea

Se la storia fosse stata più clemente con noi avremmo avuto ancora il festival del GOLFO DI NAPOLI, non quello di Sanremo. La capitale del sud, unica nostra vera metropoli, sarebbe stata la culla della nostra canzone, e non il triste lungomare dei pensionati. Invece Napoli resta soltanto specchio rovesciato dell’Italia, un mondo a parte, una mappa dentro la mappa, coi suoi santi, i suoi guaglioni, i suoi matrimoni, i suoi trapper. Carosone e James Senese. Te piace o presepe? Geolier, che corona il sogno di suonare con 50 cent come Pino Daniele fece con Al Di Meola, Wayne Shorter e altri vecchi arnesi della fusion. Contro ogni perbenismo estetico, Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio, melodici e neomelodici.

Classica, jazz ed elettronica

Ad di là del lungo e pittoresco CANALE DI RADIO3, che divide la costa dall’interno, scavato negli anni ‘50, basso e limaccioso coi suoi rari ponti di barche, si stende il BOSCO DELLA MUSICA CLASSICA, pieno di maestosi alberi secolari. Subito accanto, la MONTAGNETTA DEL JAZZ, costruita coi resti di bombardamenti di guerra, oggi spelacchiata ma suggestiva. Il canale navigabile approda a uno slargo, il LAGO DEL DRONE, dove i musicisti elettronici campeggiano nelle loro tende e la sera si riuniscono davanti al fuoco. Caterina Barbieri, Lorenzo Senni, Valentina Magaletti sono così bene inseriti nel giro internazionale che non ce li meritiamo. 


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