Scrittrice, pittrice e illustratrice, è stata un’artista completa. In ogni sua opera ha celebrato la complessità e ha rivendicato l’importanza – anche femminista – di appropriarsi della propria immagine, liberarsi dalle definizioni e perseguire il proprio processo di individuazione. Senza mai illudersi di poter concludere quel cammino
Esistono confini nominabili. L’ora in cui la notte si fa giorno, il crepuscolo. La riva del mare. E poi ci sono soglie senza nome: spazi di esistenza contaminati. Tratti sfumati che si sottraggono a una definizione. In ogni autoritratto di Tove Jansson si ripete questo prodigio: l’espressione compita è anche gioconda. Gli azzurri in cui si staglia la sua figura sono tenui e insieme vitali. L’ordine complessivo viene sovvertito da un’attitudine escapista e anarchica.
Nello sforzo vitalistico di appropriarsi della propria immagine, l’artista riesce a coglierne la polifonia. Un dinamismo che si rispecchia nel dato biografico: l’artista finlandese di lingua svedese è stata illustratrice, scrittrice, pittrice. Autrice nota a livello internazionale per i suoi amati Mumin, muovendosi tra i confini delle sue diverse ispirazioni ha saputo essere libera sia dall’oppressione di un ruolo, sia dalla morsa di un titolo affibbiatole dagli altri.
Grimaldello liberatorio
L’autoritratto è il grimaldello di questa liberazione. Come osservato dalla giornalista Laura Pezzino – autrice della biografia Lavorare e amare. Amare e lavorare edita da Electa – la rappresentazione di sé per le donne è «un dispositivo per riprendere possesso del proprio corpo dopo secoli di vampirizzazione da parte degli artisti maschi».
Questa riappropriazione, nel lavoro di Jansson, non ha un’ambizione definitoria: l’artista pretende da sé stessa la stessa tolleranza liberale che chiede e concede agli altri. Nel rivendicare i diritti sulla propria rappresentazione, riconosce autonomia alla sua stessa immagine. Come nella valle dei Mumin, la pittura di Jansson è una festa ancestrale e sospesa. Una sospensione sacra delle regole.
A 25 anni dalla morte – che l’ha raggiunta d’estate a Helsinki, all’età di 86 anni – l’eredità di Jansson è un lascito femminista. Sia nei suoi dipinti, sia nei libri per adulti e bambini, la parabola indicata da “Tove” (come preferiva firmare, senza cognome, prima della morte del padre scultore, Viktor) è autoconoscitiva: è un’ode al processo di individuazione.
Una forma di soggettivazione che è anche una pratica femminista. Questa direzione viene perseguita anche nella sua esistenza quotidiana. C’è assoluta coerenza tra l’artista e la sua vita, e parafrasando il suo ex libris – Labora et amare, a cui si ispira il titolo di Pezzino – anche tra il suo lavoro e la sua emotività. «Il lavoro è come l’amore: un modo per aiutare le persone a stare insieme», scrive in una delle tante lettere, come riportato nella biografia.
Ribaltamento
Uno degli autoritratti più recenti risale agli anni Settanta. Su uno sfondo ceruleo si espande un grande volto. La faccia dell’artista invade completamente la tela. Il tratto, rispetto alle opere giovanili, si è fatto ancora più indefinito. Chi guarda l’opera non può fuggire dallo sguardo spiritato del soggetto ritratto. L’impressione è di essere visti a propria volta. Se negli autoritratti degli anni Trenta lo sguardo della donna è rivolto verso un orizzonte lontano, nella maturità l’io pittorico si rivolge direttamente allo spettatore.
La dinamica di riconoscimento reciproco è del resto un topos dell’intera produzione di Jansson. Nello scambio empatico, in quella corrispondenza tra amare e lavorare, si trova il senso della sua opera.
Anche quando va incontro a un ribaltamento. Nell’Onesta bugiarda – romanzo pubblicato per la prima volta nel 1982 – un’iniziale prima persona singolare prende il posto della terza utilizzata nell’incipit. La differenza tra due protagoniste troppo nette – troppo definite – porta a una distruzione. Le domande incastonate nell’opera, e in parte inevase, sono numerose: qual è il confine tra menzogna e gentilezza? Come restare veri quando ci si rapporta all’altro? «Quante verità diverse esistono, e cosa le giustifica?».
L’ambiguità è un elemento costitutivo delle identità. Jansson non si arrende mai a soluzioni consolatorie: ogni sua creazione celebra la complessità.
Nel silenzio sospeso di un villaggio, le tracce nella neve sono effimere. Presto vengono nascoste da nuovi fiocchi, disorientando chi sia alla ricerca di un percorso. Nell’Onesta bugiarda il lettore, come i protagonisti, temono di perdersi. Non importa: «Il confine è desiderio: quando entrambi si sono innamorati ma non hanno ancora detto nulla. Il confine è essere in cammino. E il cammino conta di più».
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