Il filosofo socialista Gerry Cohen racconta che, alla domanda: «Professor Cohen, quanti membri di All Souls (il suo prestigioso college di Oxford) ci vogliono per cambiare una lampadina?», la sua risposta fu: «Cambiare?». E partiva da lì per spiegare perché, pur essendo socialista e progressista in materia di giustizia, era conservatore su molte altre cose e difendeva tradizioni e istituzioni accademiche alquanto elitarie.

Zerocalcare non è un filosofo di Oxford, ma il suo ultimo lavoro, Due spicci (su Netflix), è un manifesto conservatore di sinistra. E in questo sta la sua forza e la sua debolezza. La forza sta, ovviamente, anche negli aspetti formali. La cifra tipica di Zerocalcare è al suo massimo: digressioni che si rivelano necessarie (avrà letto Tristram Shandy Michele Rech?), metafore che diventano disegni, associazioni di idee che si concretizzano in figure, idealtipi che s’incarnano in personaggi vividi, citazioni evidenti e nascoste dell’immaginario di almeno tre generazioni. E, allo stesso tempo, un taglio più cinematografico, con varie ibridazioni e un uso sapientissimo e trascinante delle musiche (con i pezzi di Giancane e Coez, fra gli altri, a dare il tono emotivo).

Ma la vera forza di Due spicci è descrivere una generazione alle prese con una perdita e un fallimento. Sono i quarantenni mai diventati adulti, che invidiano la sicurezza esistenziale (vera o presunta) dei padri e ai padri si rivolgono ancora per prendere qualsiasi decisione non banale – per qualsiasi acquisto superiore a cinquanta euro, dice a un certo punto il personaggio di Zero. Quelli che eleggono uno degli amici a figura paterna, capace di «ridurre ai minimi termini, come le frazioni» ogni problema, tanto esistenziale quanto pratico – questo è Cinghiale, il deuteragonista e motore narrativo della storia. Quelli che, a ogni svolta di vita, tornano da mamma a farsi fare le cotolette.

Un personaggio sospeso

Il personaggio collettivo della serie – di cui lo Zero disegnato è solo l’emblema – è questo tipo umano: irresoluto per condizione esistenziale, sospeso fra una giovinezza non lasciata mai per davvero e rimpianta sempre e un’età adulta inseguita, bramata, cercata con tutte le forze, ma rimpianta prima ancora di (non) conquistarla mai. La giovinezza è l’epoca del collettivo, del gruppo capace di risolvere tutti i problemi, che lotta insieme contro il nemico: i Goonies, citati nella serie, i ragazzi di Stranger Things, riferimento ovvio.

L’età adulta è l’era della solitudine senza modelli, di naufraghi alla deriva ognuno sul suo pezzo di legno. L’età adulta è una fortezza con varie cerchie di mura – in due episodi la mente e la psiche di Zero sono uno spazio recintato da mura: un castello assediato, una serie di mura che delimitano lo spazio degli estranei, quello degli amici, quello dell’io più intimo, inaccessibile, protetto da una botola, oscuro, pieno di rovi (e rovelli) traumatici.

La forza di Due spicci è descrivere tutto questo con un grumo sentimentale di malinconia elegiaca universale e particolare. Universale: perché, in ogni epoca, gli esseri umani assistono sgomenti al passare del tempo, con le delusioni e l’esaurirsi inevitabile di cicli di vita e di relazioni. Particolare: perché per la generazione raffigurata nella serie – i non più splendidi quarantenni di oggi – c’è un di più di rimpianto, di smacco, di disfatta. E Due spicci tenta di descrivere le cause di questa condizione: la vita precaria senza stato sociale e posto fisso, l’inermità di fronte a fenomeni strutturali di criminalità organizzata e violenza tossica nelle relazioni.

La trappola reazionaria

Ma qui arriva la debolezza, intrinseca e nascosta, di tutto questo. Il conservatorismo di Zero è sottilmente reazionario. È una reazione traumatica alla perdita, senza alcuna capacità di articolare speranze, di suggerire progetti.

L’emblema è il personaggio di Zero: geloso della sua solitudine, messo in crisi dall’arrivo di un vecchio amore che chiede ospitalità, incapace di compiere passi decisivi nei confronti di amici e amori. Il massimo a cui si arriva è il coraggio di prendere atto: della fine di una relazione, della fine della sincerità e del sogno di una monogamia idealizzata (accade ad alcuni protagonisti). Tutti gli aspetti vitali, progettuali, innovativi, sono nascosti, celati, distorti da un’ironia che nega. La paternità di uno dei personaggi è «il fattaccio». La mascolinità non violenta che si contrappone all’amore tossico, dello stesso Zero, è timida, impacciata, sottotraccia. Le relazioni possibili sono solo piattamente e tradizionalmente monogamiche.

Si può dire: è una maniera di proteggere la speranza, di indicarla con tenerezza, di lasciarla vedere a chi la sa cogliere. Può darsi. Ma somiglia a una mancanza di coraggio espressivo ed ideologico: il messaggio è che, in fondo, tutto è perduto e tutto era meglio prima, e ricostruire quel che è perduto non si può, ma solo preservare pochi frammenti di un passato prezioso. E se è questo il problema, la mancanza di coraggio, di forza vitale, se siamo dei decadenti, alla fin fine, non è per le condizioni strutturali, per le questioni sociali. È perché abbiamo deciso di non lottare più. Il che, detto da una persona, per altri versi e in altri campi, molto militante come Michele Rech, lascia stupiti e disarmati.

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