Hanno dormito abbracciati, si sono svegliati solo per la fame a un orario sbagliato sia per il pranzo che per la cena. È iniziata più o meno così: loro due separati dalla porta di un bagno ad ascoltarsi respirare, pisciare. Solo che adesso non c’è più nessuna porta a dividerli, a nasconderli. Scoperti, si lasciano guardare
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
È un pomeriggio azzurro e loro mangiano mandarini. Pietro sa sbucciarli facendo una spirale, un pezzo unico che fa ciondolare su e giù come una molla. Hanno dormito abbracciati, si sono svegliati solo per la fame a un orario sbagliato sia per il pranzo (troppo tardi) che per la cena (troppo presto). Hanno finto di ignorare la loro nudità, il fatto di aver passato le ultime ore pelle a pelle; si sono vestiti, quindi hanno fatto un pasto senza nome, una merenda, un aperitivo.
«Una merenda sinoira», ha detto Pietro, esagerando l’accento piemontese sulla o e la i, arrotando un po’ la erre, trattenendo la a nel palato. In frigo uova e burro, le hanno strapazzate in padella, poi hanno tostato il pane, lui l’ha cosparso di burro, ha messo le uova sopra, una pioggia di pepe. Non hanno mai, mai dimenticato di bere. Non si sono più toccati se non per sbaglio, per casualità: ogni volta Irene ha sentito la pelle bruciare.
Ora, sul letto, lei in tuta, lui con dei boxer larghi a quadri blu e una maglietta oversize che Irene ha rubato da un cassettone (ha cercato quella più grande di tutte, di sicuro non è di Cami, chissà chi l’ha lasciata lì) mangiano mandarini facendo le spirali con la buccia. Come colto da un’illuminazione improvvisa, lui le chiede, «Ma di chi è questa casa?» Irene butta giù lo spicchio che stava tenendo incastrato tra la guancia e i denti, «Camilla».
Poi aggiunge «Veniva in classe con noi», e subito si pente di quel plurale, perché non vuole che ci sia Ottavia tra loro, non ora. Pietro sembra non farci caso, «Mi sa che non la conosco», le dice. «Scusa». Lei ridacchia, «E di che ti scusi. Mica eravamo tutti famosi come te al liceo». Lui stacca uno spicchio di mandarino e se lo mangia, «Ma che famoso», dice. «Ero solo uno che non aveva voglia di stare in classe».
Quando notano che Camilla ha un proiettore appoggiato sulla libreria si entusiasmano; perdono quasi mezz’ora a trovare un film su Netflix che piaccia a entrambi e alla fine ne scelgono uno (Million Dollar Baby) che non piace davvero a nessuno dei due. E infatti lo spezzettano con commenti, aneddoti di poco conto – durante le vacanze Pietro è andato a sciare due giorni con degli amici, Irene la sera del 25 ha mangiato i salatini piccoli e burrosi della pasticceria Sabauda, Conosci questa comica americana che fa spaccare dal ridere? Aspetta no, non mi ricordo il nome. Lei? No, un’altra.
Un po’ parlano un po’ non dicono niente, cercano di dimostrarsi attenti alla trama. A turno si addormentano; prima lui, e Irene se ne accorge perché quando gli chiede se possono scegliere un altro film non riceve risposta. E poi lei, che sente la testa ciondolare e scivolare sulla spalla di lui.
Quando si sveglia, lui la sta osservando, lei gli chiede «Che c’è?» e lui fa «Posso?» Ma certo che può, e Irene socchiude le labbra per lasciare che la sua lingua le entri nella bocca, e impastarsi di saliva è liberatorio, è un sollievo così grande che quasi si vergogna per quanto si sente subito eccitata mentre sale su di lui a cavalcioni, il fascio di luce del proiettore che le buca le palpebre mentre si lascia sfilare la maglietta e attraverso il tessuto delle mutande e dei pantaloni sente l’erezione di lui premerle tra le cosce.
Seduta così, su di lui, mentre Pietro le bacia un seno, prende tra i denti il suo capezzolo destro, lei dice solo «Aspetta», si allunga verso il pc, stacca il cavo hdmi del proiettore e il film si interrompe.
Rimane solo il rettangolo blu sul muro, la scritta NO SIGNAL, la luce azzurrina elettrica che riverbera sulla loro pelle ora che sono entrambi nudi e si sfilano le mutande e continuano a baciarsi senza staccarsi le mani da dosso, tenendosi per i fianchi accarezzandosi la schiena le natiche sfiorandosi i peli pubici con le dita, e le loro bocche diventano secche e muoiono di sete e allora ridono e si passano la borraccia con l’acqua ed è ridicolo ma come fanno a smettere, come fanno ad arrendersi alla sete quando sono lì così, col fiato corto e caldo, quel poco di saliva che hanno da scambiarsi e usarla per leccarsi?
Non lo fanno quindi, non si arrendono alla sete, la integrano nel loro scambio di umidità, bevono acqua e cambiano posizione e angoli e traiettorie per baciarsi, «Posso prendere un preservativo?» le chiede lui, «Sì sì», le viene da ridere tanto è sì, e però le scappa anche la pipì, le scappa da morire e non può far finta che non sia così quindi glielo dice, «Io però devo fare la pipì scusami scusami aspettami» e lui ride di quanto è buffo e pieno di bisogni fisiologici quel momento, bere pisciare idratarsi, e le dice «Tranquilla, io riempio la borraccia e vado a cercare la mia giacca».
«Perché, te ne vai?» chiede Irene spaventata, terrorizzata di aver rotto il momento, di averlo perso per sempre, in piedi vicino al letto, paralizzata. «Ma no, ma che me ne vado! È che ho i preservativi nella giacca», e sorride, Pietro che le sorride, e ha le guance rosse, accaldate, ed è bello.
Si alza anche lui e vanno in cucina insieme, sempre le loro mani a toccarsi, a tenere vivo il contatto, lei entra in bagno e lascia la porta un po’ aperta per sentirlo armeggiare prima con il rubinetto (il rumore dell’acqua che cade nella borraccia di alluminio, la borraccia appoggiata sulla superficie del tavolo) poi con la zip della giacca, la pellicola intorno alla confezione di preservativi, poi il cartoncino, il suono dello strappo lungo i bordi della plastica che divide ciascun preservativo dall’altro, quello della scatola lanciata sul tavolo.
Seduta sulla tazza, nuda, gli dice ad alta voce, per farsi sentire, «Quindi ci speravi così tanto che ti sei fermato a comprare dei preservativi lungo la strada?»
E lui ora è lì, apre la porta semi accostata, completamente nudo di fronte a lei che è completamente nuda davanti a lui, le dice «Dài, dimmi che tu invece non ci speravi per niente», e lei gli fa una smorfia, come una linguaccia, e rilassa la vescica e sente la pipì contro la ceramica del gabinetto tintinnare.
Eccoli di nuovo: è iniziata più o meno così, un ragazzo e una ragazza separati dalla porta di un bagno ad ascoltarsi respirare, pisciare. Solo che adesso non c’è più nessuna porta a dividerli, nessuna porta a separarli, a nasconderli. Scoperti, si lasciano guardare.
Da Giorni futuri di Gabriella Dal Lago (Giulio Einaudi editore)
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