Alberto, sapendo che il suo fratellino era facilmente impressionabile, gli confidò che conosceva la sorpresa contenuta nel suo uovo di Pasqua.

«Dentro c’è l’unghia d’un assassino», gli disse, con quella cattiveria del primogenito che non ha mai imparato a condividere col secondogenito l’amore dei genitori. «Quanto ci scommetti?».

Mattia, il secondogenito, sbatté un paio di volte le palpebre dallo stupore, sforzandosi di non mostrare segni evidenti di spavento.

«Come fai a dirlo?», rispose. «Nessuno può conoscere le sorprese delle uova».

«Ti dico che l’ho visto coi miei occhi», ribatté Alberto. «Le uova prima di metterci i regali e impacchettarli, stanno aperte nei retrobottega dei cioccolatai. Due metà perfette, che poi vengono unite».

«E te hai sbirciato nel retrobottega?».

«Sissignore», si accanì Alberto, prima di sparire in camera sua. «Tu nell’uovo c’avrai l’unghia d’un assassino. Sporca e ricurva, di quelle che prendono vita di notte e vengono a squarciarti la gola».

Mattia provò a minimizzare le parole di Alberto. Quante gliene aveva già dette di cose paurose? Non passava giorno che non provasse a terrorizzarlo. Certo, l’idea dell’unghia d’un assassino era particolarmente disgustosa. Solo a pensarci Mattia rabbrividiva, accostando quell’unghia fantomatica a qualcosa di delittuoso, di peccaminoso, ingigantendola fino a mandarla fuori scala, attribuendole forme astruse ma incontestabilmente adunche di falci o becchi o corna o rostri.

Suggestioni 

L’immaginazione di Mattia era nota a tutta la famiglia, e più volte anche i suoi genitori l’avevano canzonato o redarguito per quei suoi voli di fantasia. Quei rimbrotti gli trasmettevano un senso d’impotenza, perché la mente non era qualcosa di controllabile, un comportamento che avrebbe potuto evitare o una parola che avrebbe potuto non pronunciare. Non era colpa di Mattia se la sera, soprattutto d’inverno, allungando le gambe sotto le coperte alla ricerca del fondo del letto, avvertiva la vertigine di chi stia scendendo in un crepaccio abissale; se la vecchia caldaia, con le sue lucine e i suoi sbuffi, gli appariva come un orco che scrutava dentro la casa; se nello sgabuzzino le scope gli sembravano scambiarsi di posto in continuazione, come se servissero a un sabba di streghe.

Non era colpa sua se scambiava i panni stesi ad asciugare sul filo del terrazzo per un convegno di fantasmi, se vedeva prendere vita allo spaventapasseri nell’orto del nonno, se confondeva per un’antica tomba egizia il gabbiotto della casa al mare, se temeva che sotto i giacchetti sistemati diligentemente sull’appendiabiti nel corridoio della scuola stessero acquattati grandi ragni velenosi…

Tutte queste suggestioni Mattia non poteva controllarle, così come non poteva controllare i sentimenti che provava all’imbrunire, quando il mondo noto cedeva il passo a un altro mondo, ben più inquietante. Ogni giorno, a quell’ora, Mattia provava un dolore esatto, puntuto, in mezzo allo sterno, come se un grosso spillo gli trafiggesse il cuore. Al cospetto del buio, qualunque forma di buio, si sentiva crollare. La penombra che si allungava gradualmente sotto i portici al tramonto culminava poi, qualche ora dopo, nell’oscurità più impenetrabile della camera quando si chiudevano le persiane.

La sorpresa 

Fu proprio dal tormento di quel nero, che la losca sorpresa dell’uovo gli si palesò di nuovo. Prima ci fu il pensiero bizzarro della tenebra assoluta che doveva esserci nel chiuso di un uovo, le due parti di cioccolato sigillate alla perfezione che impedivano la luce. E laggiù, nell’offuscamento totale, conficcato in quel mistero impenetrabile, il gancio maledetto, l’arpione funesto, l’uncino diabolico. L’unghia dell’assassino.

Mattia proseguì a pensarci finché non arrivò il pranzo di Pasqua, con tutta la famiglia riunita attorno a un centrotavola fatto con un cestino di vimini ricolmo di narcisi, peonie e ranuncoli. Ogni tanto Alberto gli affibbiava uno sguardo più intenso, quasi di sfida, come a sottolineare che, portata dopo portata, si stava avvicinando il momento delle uova di cioccolata, il momento della verità, e che entrambi sapevano, condividevano un segreto. Mattia però era stranamente tranquillo, si mostrava sorridente, per nulla impaurito.

Già la sera prima, una riflessione inedita l’aveva accompagnato nel dormiveglia, facendogli provare la netta sensazione di una crescita. Era vero che la sua immaginazione correva a briglie sciolte, ma perché mai avrebbe dovuto fermarla? Lui era lui proprio perché, a differenza degli altri, era capace di simili fantasticherie. Che a un certo punto s’impaurisse era una conseguenza scontata di gran lunga preferibile all’eventualità di smettere di essere sé stesso. Che cosa sarebbe rimasto di lui senza tutti quegli scombussolamenti, il rimbombo dei tuoni, la cera delle candele, i cigolii dei cancelli, il vento lungo i viali alberati? Giunse quindi il carrello con le uova.

Tutti ne afferrarono uno e cominciarono a scartare gli involucri. In un tramestio di carte d’alluminio, le uova nude infine vennero deposte sui loro piedistalli di plastica trasparente. Alberto fissava Mattia, non si sarebbe perso il suo spavento per nulla al mondo. Torturarlo era il suo passatempo preferito e gli pareva anche un risarcimento dovuto, visto che con la nascita del fratellino aveva perso il suo regno d’amore esclusivo.

Mattia intanto avevo messo le mani sul suo uovo. Per romperlo esistevano due tecniche: la prima, più irruenta, prevedeva la rottura del cioccolato in un punto circoscritto, spesso posto sulla sommità dell’ovale; la seconda, più delicata, consisteva nella separazione delle due metà seguendo la striscia di congiuntura.

Mattia prese un bel respiro, per un ultimo momento gli baluginò in testa la visione terribile dell’unghia d’assassino, la temibile unghia che avrebbe trasformato quel ritrovo festoso in un incubo. Probabilmente qualcuno avrebbe urlato, qualcun altro perso i sensi, soprattutto cugine ipersensibili e zie petulanti: non si scherzava con l’unghia d’un assassino.

L’unghia di per sé era un affare alquanto schifoso, un enigmatico ammasso di cheratina (la stessa proteina fibrosa resistente e impermeabile dei capelli, altro rebus fisiologico), se poi apparteneva a un assassino era di sicuro venuta a contatto con uno o più omicidi, poteva essersi fatta strumento di morte…

Mattia ruppe gli indugi, il cioccolato si crepò abbastanza facilmente e dalla spelonca scarsamente illuminata spuntò la sorpresa.

La guardò esterrefatto, prima di alzare gli occhi sulla tavolata e concedersi un sorrisetto. «Quest’uovo non è mio, è di Alberto».

Dentro c’era un portachiavi.


Luca Ricci torna al romanzo con una narrazione dove ogni frase è al tempo stesso uno schiaffo e una carezza, la storia autentica di una vita inventata. Gioco di prestigio, La nave di Teseo, 2026 sarà in libreria il 17 aprile.

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