«Una recente ricerca di uno storico italiano...». Lo storico in questione, non citato, si è riconosciuto nel libro co-curato dal ministro e spiega perché il suo lavoro è stato travisato
In fondo a questa pagina la replica di Giampaolo Azzoni, co-curatore del libro “Manifesto per l’Occidente”; e la risposta di Alessandro Vanoli
È uscito un libro sull’Occidente. Non è una particolare novità. Ne esce, credo, uno al mese. Ma questo mi obbliga ad alcune considerazioni, non solo perché parla di me senza citarmi e capendo poco di quanto ho scritto, ma anche perché porta avanti una serie di tesi che da storico trovo francamente opinabili.
Si intitola in modo piuttosto enfatico Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura ed è a firma e cura del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara assieme al filosofo del diritto Giampaolo Azzoni. Una miscellanea di interventi dedicati ad affermare la presunta primazia dell’Occidente riguardo a una serie di “valori universali”: democrazia, dignità umana, ma anche merito, pace, bene comune e via dicendo.
Ci sarebbe molto da dire sui singoli punti, ma qui mi limiterò all’assunto introduttivo: l’Occidente, dicono gli autori nell’introduzione, «significa essenzialmente “civiltà occidentale”». Un principio questo, aggiungono, «i cui elementi identitari non sono negoziabili». E io da buon illuminista sarei pure d’accordo su qualcosa, se poi non saltasse fuori (ma si era capito sin dalle prime due righe), che questo Occidente per gli autori è assoluto e soprattutto astorico: «Anche se di interesse per lo storico e la geopolitica - dicono - non è in questione qui definire quali siano le aree geografiche o le epoche per le quali sia ragionevole utilizzare la categoria di Occidente: se sia da considerarsi Occidente una certa parte del mondo o da che periodo si possa farne iniziare la storia».
Ora, gli storici hanno passato decenni a spiegare che le idee umane sono frutto di una storia, di una costruzione, sono dunque inventate (nel senso tecnico del termine), ma tutto questo per i nostri autori non importa, perché se si pensa che una cosa è eterna allora è eterna.
E considerando il tenore di simili argomentazioni mi ha ancora più stupito trovare i miei studi. O meglio, un piccolo accenno mimetizzato e (forse volutamente) non capito. «Non è neppure rilevante - continuano i nostri autori - anche se può avere un certo interesse storiografico, determinare quando si sia iniziato a utilizzare il termine “Occidente” nel senso di “civiltà occidentale”. Gli studiosi hanno opinioni diverse. Una recente ricerca di uno storico italiano fa risalire l’uso del termine a un trattato del 1524 in cui, a seguito delle scoperte geografiche, Spagna e Portogallo si spartirono territori che potevano essere colonizzati».
Ma guarda, mi son detto, sembro io… Solo senza citazione del nome e del libro. Che non è proprio una cosa molto corretta, né in ambito giornalistico, né tantomeno in un luogo che aspirerebbe ad essere scientifico. Quindi, proprio per questa mancanza, permettetemi un secondo di autoreferenzialità. Credo che gli autori facciano riferimento al mio L’Invenzione dell’Occidente, pubblicato nel 2025.
Un libro dove provavo appunto a indagare la storia di come da una direzione geografica si sia poco alla volta prodotta l’idea di uno spazio di senso. In realtà mi hanno letto frettolosamente, perché non c’è nessun trattato del 1524, ma una disputa di diritto internazionale tra Spagna e Portogallo (la confusione possono averla fatta col precedente trattato di Tordesillas). E soprattutto non individuo lì l’inizio dell’uso del termine, che comincia a prendere forma nelle mappe un po’ prima, ma dimostro essere quello un momento rilevante di una storia che arriva in realtà a maturazione molto dopo, con l’imperialismo britannico e francese.
E qui mi fa piacere che gli autori abbiano voluto mettermi in anonima buona compagnia: «Una altrettanto recente ricerca di uno storico della Queen Mary University of London vede nel filosofo positivista Auguste Comte colui che avrebbe maggiormente contribuito alla diffusione del termine e del relativo concetto…». Ci vuol poco a capire (e ci voleva ancor meno a citare) che si tratta di Georgios Varouxakis, autore di The West: the History of an Idea (2025). Un testo con cui peraltro mi trovo completamente d’accordo e che aiuta a completare il quadro. Per l’appunto il quadro della costruzione di un’idea, non di una parola: c’è una grossa differenza.
Ora. La questione può anche finire qua, perché non è una dialettica basata su criteri scientifici: da una parte ci sono un paio di tentativi di dimostrazione storica - forse modesti ma metodologicamente definiti – dall’altro un postulato che si considera assiomatico, evidente di per sé.
Aggiungo solo due considerazioni. In primo luogo, la storia al suo meglio (peraltro non solo la storiografia italiana ma quella di una comunità scientifica mondiale) negli ultimi decenni ha ormai ampiamente dimostrato come sia a dir poco ingenuo pensarsi al centro del mondo. Nel mio piccolo, proprio per reagire alle facili derive populiste, ho provato a studiare tutto questo, lavorando appunto sull’invenzione dell’Occidente e poi, in un libro ancora più recente, sulla nostra secolare relazione con i mondi orientali. Una relazione che, con buona pace di qualsiasi facile etnocentrismo, ha letteralmente plasmato la nostra storia.
Ma il problema temo sia ben più generale. E non si tratta solo dell’idea di Occidente, ma del rapporto con il metodo scientifico. Per una serie di motivi, anch’essi molto ben indagati e studiati, nel discorso pubblico il metodo e la prova storica desunta da indizi verificabili hanno ormai una discreta irrilevanza. La lettura del presente, dei suoi conflitti, avviene sempre di più attraverso sentimenti e pulsioni personali, indipendentemente dalla verificabilità dei fatti. E questo non è un bene: non lo è per la scienza, non lo è per la storia, non lo è neppure per la politica. Qualsiasi cosa un giorno diventerà l’Occidente (o meglio: qualsiasi cosa diventerà l’uso che di questa parola faremo) sarà colpa anche di tali derive se avrà perso progressivamente ogni contatto possibile con la realtà storica.
Diritto di replica
Caro Direttore,
Alessandro Vanoli su Domani del 22 giugno ci accusa che nel nostro Manifesto per l’Occidente avremmo frainteso il suo pensiero relativamente alla sua tesi del 1524 come l’anno in cui l’Occidente vedrebbe la sua genesi e ciò in relazione alla questione della espansione coloniale di Spagna e Portogallo.
La reazione di Vanoli ci ha stupito, perché noi potremmo avere letto in modo frettoloso il suo libro, ma almeno le prime righe ci sono bene presenti. Come chiunque può facilmente verificare, in esse Vanoli testualmente scrive:
«Quando comincia l’Occidente? È la domanda giusta per una storia come questa: non dove ma quando. E la risposta è: un giorno di metà aprile dell’anno del Signore 1524».
E poi Vanoli prosegue: «Certo, potremo discutere se questo sia davvero l’inizio (…); e potremo ragionare a lungo riguardo alle radici più antiche e più profonde che un giorno di tanti secoli fa portarono a immaginare quello spazio come qualcosa di specifico e politicamente connotato, a far nascere cioè l’idea di Occidente. Ma siccome una storia deve pur cominciare da qualche parte, allora varrà la pena tenere come punto di riferimento quell’anno 1524».
Nella ricostruzione di Vanoli risale infatti all’11 aprile 1524 l’incontro tra le delegazioni di Spagna e Portogallo per dividere, in Occidente e Oriente, le loro rispettive sfere d’influenza, e ciò a seguito del trattato di Vitoria che, come sempre Vanoli ci ricorda, «venne firmato un paio di mesi prima, il 19 febbraio 1524».
Ora viene il dubbio che la lettura frettolosa non sia la nostra, ma quella di Vanoli del suo stesso libro. Vanoli si dimentica infatti che ha fornito una risposta, giusta o sbagliata che sia, ma inequivoca, alla domanda su quando inizi l’Occidente (secondo lui nel 1524), così come si dimentica del trattato sottoscritto da Spagna e Portogallo in quell’anno (scrive infatti nel suo articolo che «non c'è nessun trattato del 1524»).
Ma se può avere dimenticato ciò che lui stesso aveva chiaramente scritto, certamente, possiamo dire che, da parte di Vanoli, il nostro “Manifesto per l’Occidente” è stato “(forse volutamente) non capito”.
Giampaolo Azzoni (co-curatore del “Manifesto per l’Occidente: i valori universali della nostra cultura”, Milano, Guerini, 2026).
Risponde Alessandro Vanoli
Innanzi tutto sono felice di veder confermato che ero proprio io l’autore e di non aver dunque compiuto un imbarazzante errore di interpretazione. Provo anche a controbattere alla sua ipotesi che io fraintenda il mio stesso libro.
La storia ha le sue regole del gioco: tra queste c’è anche la pratica di entrare nella materia attraverso un caso concreto, un documento, un'anomalia. Non si tratta di mero artificio retorico ma del mezzo che permette di meglio cogliere un meccanismo in corso. Quell’aprile dell’anno 1524 mostra appunto un momento chiave (non il momento chiave, che non c’è) dell’invenzione dell’Occidente. E naturalmente assieme ad esso, mi permetteva di portare il lettore da subito all’interno della storia. A riprova del fatto che sia una questione di incipit, sta il capitolo IV del mio libro, intitolato proprio “L’invenzione dell’Occidente” e dedicato a tutto ciò che accade, sul piano giuridico, culturale e cartografico, dopo il Trattato di Tordesillas del 1494 e che a rigore separa materialmente il mondo in uno spazio “occidentale” e in uno “orientale”.
Questo capitolo parla anche dei fatti del 1524 ma, appunto, come parte di un fenomeno più complesso. Tanto è vero che il trattato di Vitoria, da voi giustamente citato, non ha particolare importanza nella mia ricostruzione, ma ben di più ne ha il processo che avviene nei mesi seguenti, col tentativo, primo della storia (almeno a quanto ne so) di usare le mappe come prova. E peraltro tale processo, come ricordo a p. 116, non si conclude con un altro trattato, bensì con un nulla di fatto.
Tutto questo è pedante, ma ci tenevo a dimostrarle di essermi letto con attenzione. Soprattutto mi sembrava che tutto questo avesse molto a che fare con quanto dicevo nelle ultime righe e che, in realtà, era l’unica cosa davvero importante che volevo sottolineare. Cioè che mi pare triste e pericoloso aver perso per strada il metodo della storia. Perché così diventa più facile credere a un Occidente astorico, fondato su basi ideologiche e molto poco dimostrabile; e perche’, più in generale finisce che siamo tutti un po’ più disarmati di fronte alle facili affermazioni e alle argomentazioni carenti di prove e dimostrazioni.
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