Mercoledì 27 ottobre il Senato ha definitivamente affossato il ddl Zan con voto segreto. E subito dopo alcuni senatori hanno esultato e gioito sulle ceneri di quello che era un disegno di legge di minima civiltà che riconosceva i crimini di matrice omolesbobitransfobica, abilista e misogina come crimini di odio sistematico.

Alcuni dei nostri senatori, carica altissima del nostro stato, i migliori e più saggi di noi, hanno urlato di felicità nell’aver ammazzato una legge che si proponeva di tutelare i cittadini di questo stato al pari di tutti gli altri.

Una legge che la comunità Lgbt+ aspettava da circa 24 anni e più volte raccomandata anche a livello comunitario, per esempio recentemente nella dichiarazione dell’Unione Europea come Lgbt+ freedom zone. Luogo di libertà, una libertà che piuttosto chiamerei tutela poichè il ddl Zan non era a mio avviso una legge di respiro avanguardistico, ma una legge di minima civiltà. Quella che protegge persone come me dall’essere picchiate, invise, discriminate e finanche uccise.

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Un dibattito ideologizzato

Tuttavia secondo me la vita e la morte del ddl Zan è molto simbolica della situazione delle persone Lgbt+ in Italia. Il ddl Zan nasce come una proposta di disegno di legge molto semplice, di riconoscimento di tutele basiche e con un tempismo tardivo rispetto gli altri paesi europei. Siamo infatti uno di soli cinque paesi a non avere una legge che riconosca l’omolesbobitransfobia come crimine di odio insieme a Cipro, Ungheria, Turchia e Ucraina.

Fin dall’incipit del dibattito pubblico questa proposta di legge è stata ideologizzata da chi vi era avverso. Il dibattito è stato volutamente indirizzato sul tema dell’identità di genere, che per la prima volta avrebbe trovato una sua definizione all’interno della legge italiana, e sui bambini. In questo modo si è subito cambiato il volto di una legge di tutela minima nel racconto epico di chissà quale rivendicazione futuristica, disumanizzando le persone Lgbt+ agli occhi dell’opinione pubblica.

Il tema della scuola e dei bambini, soprattutto, è diventato un punto nevralgico. Il disegno di legge proponeva semplicemente l’istituzione di una giornata contro l’omolesbobitransfobia. Modi, parole e strumenti per dire ai bambini semplicemente di non odiare le avrebbero trovate le sedi competenti. Del resto nelle nostre scuole parliamo di olocausto, bombe atomiche, genocidi, violenza di genere e razzismo. Tutti argomenti non privi di complessità e che hanno una comune base: non odiare.

Allo stesso modo la definizione circa l’identità di genere è in realtà già in qualche modo presente nei nostri testi e il ddl Zan ne avrebbe esteso il senso alle persone non conformi al binarismo di genere.

La mancanza di rappresentazione

Il dibattito televisivo, poi, mi ha colpito negativamente come poche cose. A discutere negli spazi mediali tradizionali ci sono stati quasi esclusivamente uomini eterosessuali e cisgender, ovvero che si identificano nella performatività di genere attribuita loro dalla società.

Lo stesso Alessandro Zan è stato invitato pochissimo a dare voce a una proposta di legge che porta il suo cognome. La comunità Lgbt+ non è stata praticamente mai invitata, nonostante abbia diverse persone che si occupano di politica, di attivismo o professionisti stimati come opinion leader. Una delle poche persone a cui più volte è stata data voce è stata Platinette, il cui segno politico è noto da tempo e che contribuiva, nella mia opinione, a una certa strumentale rappresentazione della comunità Lgbt+.

Del resto il tema della rappresentazione Lgbt+ (e non solo) è un tema reale. Nei luoghi di potere, istituzionali, mediali le persone Lgbt+ sono assenti e non per loro volere, come dimostra (anche) la loro popolarità sui social media o negli ambienti di comunità legati all’attivismo.

Nel parlare di una legge che toccava da vicino le persone Lgbt+, alla pubblica opinione non è mai interessato ascoltare il pensiero di chi subisce le discriminazioni. Non si è mai voluto dare un volto umano alle persone che sistematicamente subiscono discriminazione e violenza, né argomentare in modo non personalistico il dibattito portato avanti sull’onda emotiva della percezione privilegiata di un piccolo gruppo di persone che sosteneva a più riprese che no, in Italia non abbiamo un problema di discriminazione in base a orientamento sessuale e identità di genere.

Tuttavia Ilga Europe, un’associazione ombrello europea che riunisce in seno tutte le associazioni Lgbt+, rivela il contrario nell’ultimo report Rainbow Europe: l’Italia è al trentacinquesimo posto (su 49) per i diritti LGBT+.

Voto nascosto e odio palese

Il percorso de-umanizzante di questa modesta legge ha toccato l’apice nell’infinita richiesta di pareri tecnici, molti dei quali da parte di esponenti Pro Vita, religiosi, apertamente fascisti e di persone dalla dubbia competenza tecnica, per ritardare all’inverosimile il dibattito in Senato dopo l’approvazione della Camera.

A cui si è aggiunta la dichiarazione ufficiale, per la prima volta dai Patti lateranensi, del Vaticano, uno stato estero che esponeva formalmente la propria opposizione in materia della nostra legge laica nazionale. Fino ad arrivare al voto segreto di stamattina, voto in cui si è potuto nascondere tutto l’odio omolesbotransfobico che, onestamente, non è mai stato così palese e umiliante.

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