Alla compressione degli spazi di dissenso e di vitalità democratica corrisponde il riadattamento dell’Ue alle «urgenze» (così le chiama von der Leyen) dei grandi interessi privati. Il report Shrinking Civic Space in the European Union analizza le dinamiche con cui la società civile è presa di mira su scala europea
Non solo nell’Italia di Giorgia Meloni – che imita Viktor Orbán – ma pure in Francia, Germania e più in generale in Europa, lo spazio civico si riduce. Spesso utilizzando una cornice emergenziale – l’Ungheria è in stato di emergenza dal 2016 e nell’Italia di Meloni il diritto di dissentire è preso di mira per decreto – le nostre libertà e i nostri diritti sono colpiti uno dopo l’altro: la libertà di informazione è sempre più sotto pressione, i tentativi di erodere il diritto di sciopero riguardano svariati paesi europei, l’attacco a migranti, diritti lgbt e attivismo climatico attraversa tutta Europa. E mentre lo spazio di agibilità per la società civile si riduce, aumenta l’influenza dei grandi interessi privati, ai quali Bruxelles dà più ascolto che mai. Lo rivendica pure: lo si è visto anche la scorsa settimana, quando Ursula von der Leyen ha incontrato la lobby delle corporation per elargire promesse alla vigilia di un vertice europeo cruciale. Più campanelli di allarme sono una sveglia collettiva. L’affanno delle nostre democrazie – quella sensazione che stiamo andando in carenza di ossigeno democratico – è una questione che riguarda tutti gli europei.
Nel rapporto Shrinking Civic Space in the European Union da me realizzato, pubblicato dallo European Network of Political Foundations (ENoP) e dall’ufficio di Bruxelles della fondazione Rosa Luxemburg, che lo mettono a disposizione gratuitamente (si scarica online), gli attacchi alla società civile vengono affrontati ad ampio raggio e in ottica paneuropea.
Le quaranta pagine cominciano con una fotografia del deterioramento dello spazio civico: il primo capitolo, sulla repressione dello spazio civico, ripercorre le derive nei vari stati membri, gli attacchi ad attivisti e società civile, quelli contro i diritti dei lavoratori e la loro rappresentanza, gli attacchi alla libertà dei media. Nel secondo capitolo si ricostruiscono le dinamiche politiche così come le strategie narrativo-discorsive utilizzate per prendere a colpi la base democratica della nostra Europa: si comincia con la normalizzazione dell’estrema destra a livello Ue, poi si analizza in che modo la società civile è stata “demonizzata”; infine si individua la tendenza imboccata dall’attuale classe dirigente europea (l’agenda corporation-first, la cornice emergenziale e la militarizzazione).
Il terzo capitolo analizza in che modo la deriva ricostruita nelle pagine precedenti si affianchi a un vero e proprio riassetto politico-istituzionale dell’Unione europea. Per noi europeisti affezionati all’idea di un’Unione dei diritti, aperta, plurale e democratica, è un brutto colpo dover constatare come la governance democratica dell’Ue, invece di venire rafforzata, venga presa di mira dall’interno. Il riequilibrio – o meglio, lo squilibrio – a favore dei grandi interessi privati e a discapito della società civile si riflette nel playbook escludente (pure in Europarlamento le destre vanno all’attacco delle ong), nel modo in cui viene concepito il nuovo bilancio settennale dell’Ue (il MFF 2028-2034) e nella spinta alla deregolamentazione (sulla quale le destre di ogni conio, dai Popolari ad AfD, da Merz a Orbán, Meloni o Le Pen, viaggiano all’unisono).
Una lettura davvero europea del presente mostra che alla compressione degli spazi di dissenso e di vitalità democratica corrisponde anche il crescente riadattamento della governance dell’Ue alle «urgenze» (così le definisce Ursula von der Leyen) delle corporation e dei grandi interessi privati: la spinta per la deregolamentazione, che erode sotto l’etichetta «omnibus» tutele sociali, ambientali. digitali conquistate con anni di lotta dalla società civile, rappresenta in modo esatto questa tendenza, anche per il modo in cui viene realizzata. Von der Leyen ha infatti trasformato un metodo di emergenza in metodo sistematico per fare – o in questo caso disfare – leggi, scansando così tutte le tutele democratiche che la nostra Unione garantiva durante il processo legislativo: la trasparenza di quest’ultimo e la consultazione della società civile. Non è un fatto da poco: oltre ai giuristi che parlano di «svolta costituzionale» (come Alberto Alemanno) o le organizzazioni che monitorano l’influenza lobbistica (come il Corporate Europe Observatory) e ci allertano sulla crescente ingerenza delle corporation e l’esclusione della società civile, la stessa ombudsman Ue ha attestato a novembre che la Commissione «non ha saputo giustificare questa urgenza e in ogni caso i princìpi di un buon processo legislativo – la accountability, le consultazioni, la trasparenza – non possono essere compromessi».
Come reagire a tutto ciò? La domanda ispira il capitolo conclusivo, e in realtà tutto il rapporto, che vuol essere anzitutto uno strumento per la presa di coscienza collettiva necessaria a far fronte all’assalto autoritario. Mettere insieme i pezzi del puzzle dà il quadro di insieme, scioccante forse; ma presupposto per una mobilitazione democratica. Quello illiberale è a tutti gli effetti un copione transnazionale, che viaggia a tutta velocità dall’Ungheria di Orbán alla Maga-Washington. Alla società civile manca invece una cassetta degli attrezzi condivisa, oltre che un canovaccio comune per rivitalizzare la nostra democrazia. Sta a noi europei unire volontà, forze, intelligenze, competenze; uscire da isolamenti settoriali e solitudini nazionali.
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