Giovedì i leader daranno un’ulteriore spinta alla deregolamentazione che piace alle grandi imprese (e a Trump). La Commissione Ue dovrebbe fare da guardiana dei trattati ma è troppo presa dal prestare orecchio a Business Europe. Von der Leyen piega il processo decisionale alla «urgenza» del business
Lo stravolgimento dell’Unione europea è in pieno corso. Non c’è neppure bisogno che l’amministrazione Trump foraggi la galassia di estrema destra europea per mandarla allo scontro della regolamentazione europea, o che i Maga-tifosi attacchino le istituzioni Ue: la classe dirigente lì seduta pensa già da sola a farlo dall’interno. Senza modificare neppure un trattato – ma ignorandone più di uno – Ursula von der Leyen sta piegando l’architettura politica e istituzionale della nostra Unione all’agenda dei grandi interessi privati.
Una volta tutto questo, anzi molto meno di questo, si sarebbe manifestato all’opinione pubblica sotto forma di scandalo, come è successo con la Commissione Barroso. Le «porte girevoli» – i passaggi ambigui tra pubblico e privato – erano ritenuti eccezioni. Oggi invece c’è chi prova a infilarle nell’architettura europea come fossero la norma.
Nessuna presidenza è stata in questo più spudorata di quella di von der Leyen, e la storia va al di là della sua biografia pregressa: sia da ministra della Difesa tedesca, che nel primo mandato in Commissione, la presidente era già stata al centro di inchieste per la permeabilità tra ruolo pubblico e affari privati (in un caso lo scandalo consulenze, nell’altro i contratti con Pfizer, in entrambi i messaggi cancellati dai telefonini). Ma più la saldatura tra Popolari e destre estreme si concretizza, e più la presidenza Trump aggiunge a tutto ciò la pressione esterna, più Ursula von der Leyen eleva a potenza la massima meloniana: «Il business non va disturbato». Von der Leyen va pure oltre: si fa disturbare volentieri.
Business prima di tutto
Cominciamo dal finale: la foto di gruppo che von der Leyen stessa ha pubblicato pochi giorni fa, il 5 febbraio, dopo la sua «cena informale» con Business Europe, l’organizzazione che rappresenta le imprese europee e che fa attività lobbistica per loro a Bruxelles. Il «ritiro informale» dei leader europei previsto per il 12 febbraio, con la presenza di Mario Draghi ed Enrico Letta, darà una ulteriore spinta ai piani per la deregolamentazione europea e si occuperà di «competitività» (parola ormai usata e abusata come passepartout per aprire qualsiasi dossier), dunque la presidente istruisce i lavori con le imprese. E lo rivendica.
Eddy Wax, cronista brussellese che frequenta le istituzioni quotidianamente, ha commentato la foto pubblicata da von der Leyen sui social con una nota sarcastica: «Ecco il vero Collegio dei commissari: Business Europe». Il sarcasmo coglie una nota veritiera: durante il mandato von der Leyen bis non ci sono soltanto i rapporti stretti, ma pure l’istituzionalizzazione del ruolo della lobby delle imprese come suggeritrice dell’agenda politico-istituzionale.
È von der Leyen stessa a dircelo: basterebbe ascoltarla. Basterebbe ripercorrere i suoi interventi, come quello allo European Industry Summit dell’anno scorso, a febbraio 2025, quando la presidente, oltre a promettere «più semplificazione», sollecitava le corporation a farle ulteriori richieste: «Se venite con suggerimenti buoni e fattibili, vi saremo grati, li vogliamo, e come vedete, nei primi omnibus abbiamo già incluso molto di quel che ci avevate scritto».
La presidente di Commissione europea dichiara sfacciatamente quel che già i fatti suggeriscono: a inizio 2025, quando von der Leyen alza il sipario sul Competitiveness Compass, la bussola per la competitività che ci orienterà «per i prossimi 5 anni», quello scintillante marchingegno per la competizione globale che in realtà contiene i pacchetti di deregolamentazione (gli “omnibus”), già si vede la perfetta sintonia con quanto elaborato da Business Europe in documenti come “Ridurre il fardello di regole per restituire mordente competitivo all’Ue” (le regole come burden, fardello: una versione europea del meloniano «non disturbare chi produce»).
Colpire l’Unione dall’interno
Un anno è passato e possiamo già vedere quanto l’Unione europea finisca svilita e stravolta da questo impeto di deregolamentazione. La parolina «omnibus», fatta apposta per sembrare neutra e tecnica, contenitore asettico come un «milleproroghe», proprio come quest’ultimo è in realtà un contenitore assai politico dove si annidano i colpi bassi all’integrazione europea.
Da qui – dagli ormai svariati pacchetti di autoproclamata «semplificazione» – passa l’attacco ai recenti progressi socioambientali europei: alla direttiva per la responsabilità socioambientale d’impresa, a quelle regole digitali alle quali J.D. Vance (il pupillo di Peter Thiel) dichiarò guerra dal palco di Monaco un anno fa, alle tutele più svariate, da quelle per l’ambiente a quelle per la nostra privacy, fino all’AI Act che non ha fatto in tempo a essere effettivo prima di finire preso a picconate.
In questo von der Leyen non è sola: scrive i dialoghi di un copione già accordato da altri. Se fosse stato un qualche premier ultraconservatore polacco, e non il cancelliere tedesco, a dire durante la festa dell’Europa, il 9 maggio, con la presidente della Commissione europea al suo fianco, che bisogna eliminare alcune direttive – e ovviamente l’ex BlackRock Friedrich Merz voleva cancellare anzitutto la responsabilità socioambientale d’impresa – probabilmente i commentatori avrebbero urlato alla Polexit. Invece Merz ha potuto attaccare le regole europee nel silenzio quasi generale. Ed è su questo attacco alle regole che si fonda la sua sintonia con Giorgia Meloni, oltre che con Emmanuel Macron e Donald Tusk (per il quale bisogna fare «la rivoluzione della deregolamentazione»). Senza più alcun freno o garbo istituzionale, la presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, proiettata su un Maga-futuro e magari un terzo mandato, ha promesso ai governi (e indirettamente anche agli Usa) che l’aula avrebbe messo il turbo alla deregulation: e ciò è avvenuto, con la saldatura tra destre, nessun estremo escluso.
Il «senso di urgenza»
«Condividiamo con Business Europe lo stesso senso di urgenza», dice von der Leyen a commento di quella foto di gruppo prima del Consiglio di questa settimana. E bisogna leggere bene dentro quella parola: «Urgenza». È proprio spacciando la deregolamentazione come «urgenza» che la presidente di Commissione europea ha spinto i pacchetti omnibus scavallando i normali obblighi sia di trasparenza che di coinvolgimento della società civile.
Sappiamo per certo – perché lo ha statuito anche la ombusdman Ue – che in realtà la Commissione non ha in alcun modo giustificato questa «urgenza»: proprio la ombudsman Teresa Anjinho, a fine novembre, ha stigmatizzato «il malgoverno» (la «maladministration») nel modo in cui la Commissione ha preparato queste proposte, a cominciare dall’uso ampio e non giustificato dell’«urgenza», e poi per la mancanza di processi inclusivi e trasparenti. In questa storia come in altre, von der Leyen è tanto presa a prestare orecchio ai grandi interessi privati, quanto sorda a lavoratori e società civile; e dato che con questa attitudine sta di fatto ridisegnando gli equilibri e le pratiche istituzionali, è bene farvi attenzione.
Di tutto questo si parla troppo poco, ed è con grande fatica che la società civile prova a farsi sentire: un Consiglio orientato a destra, un Europarlamento che vira verso quella estrema, una Commissione con una presidente accentratrice e al traino delle corporation fanno muro. Eppure nei muri bisogna far breccia: è così che questa Unione è diventata grande.
© Riproduzione riservata


