A maggio von der Leyen ha annunciato l’iniziativa: oltre 500 milioni di euro per invertire il flusso in uscita di talenti dall’Ue. Ma le barriere sono tante e, pur sapendo cosa fare, manca la determinazione per farlo su scala ampia. L’Italia, con l’1,3 per cento del Pil investito in ricerca e decine di migliaia di giovani talenti in uscita ogni anno, non può aspettare che l’Europa si muova
Lo scorso maggio, Ursula von der Leyen ha annunciato l’iniziativa “Choose Europe”: oltre 500 milioni di euro per invertire il flusso in uscita di talenti dall’Unione. Due strumenti: le “Azioni Marie Curie” per assumere dottori di ricerca con contratti a lungo termine, e “supergrants” dell’European research council, borse per 7 anni, e fino a 4,5 milioni, per scienziati che si trasferiscono in Europa.
Iniziativa necessaria, certo. Ma se un brillante ricercatore da Los Angeles, Bangalore o Seoul ci chiedesse «perché dovrei scegliere l’Europa?», ci troveremmo in imbarazzo nel rispondere.
Quattro barriere
Un recente studio della Commissione europea su 16 stati membri identifica quattro barriere che allontanano i talenti. Precarietà persistente: i ricercatori europei sopravvivono con contratti temporanei consecutivi.
Perché preferire un biennale europeo a un contratto a tempo indeterminato (tenure-track) in Australia? Questa precarietà genera avversione al rischio: progetti “sicuri” invece di ricerca ambiziosa e trasformativa, ma dall’esito incerto. Valutazione obsoleta: ossessionati dalle bibliometrie, trascuriamo insegnamento, imprenditorialità, impatto sociale. Chi viene dall’industria o dalla pubblica amministrazione è penalizzato.
Risorse insufficienti: i 500 milioni di “Choose Europe” sono poco più che simbolici. Stipendi competitivi e infrastrutture adeguate richiedono finanziamenti strutturali, non iniezioni una tantum.
Frammentazione: anche strumenti validi di policy, come la Carta europea dei ricercatori, vengono applicati in modo disomogeneo. I percorsi di carriera cambiano tra paesi, persino tra istituzioni. La Cina ha introdotto visti che permettono a giovani ricercatori di trasferirsi senza aver già un lavoro: contano solo età, istruzione, esperienza. L’Europa non offre ancora nulla di simile.
Buone pratiche
Eppure, buone pratiche esistono, anche in Europa. In Spagna, nuove leggi espandono le tenure-track riducendo i contratti precari. In Germania, la principale agenzia di finanziamento alla ricerca (DFG) richiede curriculum narrativi invece che metriche. Nei Paesi Bassi, il programma “Recognition & Rewards” valorizza, oltre la ricerca, insegnamento e impatto sociale.
E l’Italia? Siamo messi peggio: l’Ue investe in media il 2,2 per cento del Pil in ricerca; l’Italia l’1,3 per cento – percentuale ferma da 10 anni – la Germania 3,1 per cento, la Francia 2,2 per cento, anche la Spagna ci supera con l’1,5 per cento. Nel 2024, 156.000 cittadini italiani hanno lasciato il paese – record degli ultimi 25 anni – e se ne vanno soprattutto neolaureati, ricercatori, dottori di ricerca.
Il paradosso è feroce. La nazionalità italiana è la seconda più rappresentata tra i vincitori dello Starting Grant 2025 dell’ERC, il prestigioso finanziamento per giovani ricercatori (circa 1,6 milioni a progetto): prima è la Germania con 87 vincitori, l’Italia, con 55, distacca Francia, Gran Bretagna e Spagna (con poco più di 30 ciascuna). Ma il nostro paese ha un record unico e non invidiabile: quasi la metà – 25 su 55 – di queste persone così brillanti svolge la ricerca in istituzioni estere (e non ci sono vincitori di altri paesi che vengono in Italia). Non succede per nessun altro paese. Produciamo eccellenza, poi la regaliamo.
Cosa serve
Cosa serve allora per rendere “Choose Europe” credibile? Quattro priorità, non proclami.
Prevedibilità delle carriere: espandere le tenure-track, ridurre i contratti precari, garantire progressioni trasparenti e basate sul merito. Chi fa ricerca deve poter immaginare un futuro in Europa.
Valutazione ridefinita: insieme alla ricerca, valorizzare innovazione didattica, trasferimento di conoscenza, impatto sociale, non solo pubblicazioni. Premiare percorsi non lineari, non la conformità a un modello unico.
Eliminare gli ostacoli: semplificare visti, armonizzare qualifiche, rendere trasferibile la previdenza sociale tra paesi, permettere la portabilità dei finanziamenti alla ricerca. Muoversi in Europa deve diventare facile.
Supporto concreto: Servizi per l'infanzia, programmi per coppie, assistenza per l'integrazione culturale e linguistica. I ricercatori e le ricercatrici non arrivano da sole.
Sappiamo cosa fare. Manca la determinazione per farlo su scala ampia. Come dice il proverbio: «se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai insieme». La forza dell’Europa sta nell’andare insieme. Solo così lo Spazio europeo della ricerca – oggi ancora un’astrazione – diventerà realtà, rendendo le carriere attrattive perché stabili, riconosciute, inclusive. Allora non dovremo più chiederci «perché scegliere l’Europa?». La risposta sarà ovvia.
Fino ad allora, l’Italia, con l’1,3 per cento del Pil investito in ricerca e decine di migliaia di giovani talenti in uscita ogni anno, non può aspettare che l’Europa si muova. Deve agire ora. O continueremo a celebrare «le nostre eccellenze». Dall’estero.
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