Dalle soglie d'età flessibili al nodo privacy, la proposta della Commissione europea trasforma la lotta contro i colossi tecnologici nell'ennesimo adempimento burocratico e scarica le responsabilità sulle famiglie. In Italia scatta la solita propaganda politica
«Oggi i nostri bambini interagiscono con alcune delle tecnologie più sofisticate mai create e non sono state create pensando al loro benessere». Le parole pronunciate da Ursula von der Leyen nel presentare l'EU Kids Act mettono il dito nella piaga. I social network non sono cortili di ricreazione digitale ma macchine progettate per catturare l'attenzione dei più giovani e trasformarla in profitti, anche a costo di causare ansia, depressione e dipendenza. E la presidente della Commissione Ue ha anche promesso per l’autunno una proposta più ampia: «Ci sono design delle piattaforme che creano dipendenza. Danneggiano tutti, che si tratti di minorenni o di adulti. Ed è per questo che abbiamo bisogno anche di un quadro normativo più ampio: il Digital Fairness Act». La diagnosi è corretta e condivisibile. È la terapia proposta, tuttavia, a sollevare perplessità.
Il passo indietro
L'impianto della legge europea si basa su un principio in apparenza chiaro: vietare i social sotto i 13 anni, introdurre "mini-account" controllati dai genitori con un limite di un'ora al giorno tra i 13 e i 15 anni e concedere l'accesso autonomo solo dai 15 anni in su. A una prima lettura potrebbe sembrare una svolta drastica. In realtà è un evidente passo indietro rispetto alle richieste del Parlamento europeo che nel 2025 aveva chiesto a gran voce un limite unico a 16 anni. E a poche ore dalla presentazione del Kids Act, con un voto a Strasburgo, il Parlamento è tornato a invocare «una strategia europea integrata» estesa a legislatori, scuole e famiglie, chiedendo trasparenza sugli algoritmi, verifica dell'età rispettosa della privacy e uno stop alla pubblicità mirata.
Il vero limite del Kids Act è che rischia di scaricare l'intera responsabilità sulle spalle di chi sta a casa. «Il meccanismo che affida ai genitori l'autorizzazione presuppone un livello di attenzione e competenza digitale che molte famiglie non sono nella condizione di garantire», denuncia per esempio l’associazione dei genitori Moige. Il rischio concreto è che la firma di papà o mamma si riduca all'ennesima casella da spuntare senza reale consapevolezza, abbandonando le famiglie al proprio destino.
Anche le organizzazioni per la tutela dei minori predicano prudenza. Save the Children accoglie con favore l'impegno europeo, ma ricorda che «le restrizioni basate sull'età devono essere proporzionate e riguardare funzionalità e caratteristiche rischiose per i minori», rimanendo «supportate da sistemi di verifica dell'età affidabili e rispettosi della privacy». E Telefono Azzurro mette in guardia: «Nei casi di grooming, sextortion, autolesionismo o rischio suicidario deve essere assicurato un passaggio tempestivo».
La protesta di Big Tech
Negli Stati Uniti la questione ha superato la fase dei proclami ed è arrivata a storiche sentenze. Emblematico è il caso Meta: dopo la condanna in Nuovo Messico da 567 milioni di dollari, il colosso di Menlo Park è stato costretto a patteggiare una cifra record da 17,1 miliardi di dollari con decine di Stati americani per aver deliberatamente progettato Instagram e Facebook con l'obiettivo di creare assuefazione nei giovanissimi. Nonostante i fatti, in Europa le aziende tecnologiche protestano. «La proposta genera nuovi e gravi rischi in materia di privacy e sicurezza sia per i minori sia per gli adulti», avverte la Computer & Communications Industry Association (Ccia).
Piantare bandierine
La politica di casa nostra ha subito provato a trascinare la questione nella solita corsa a piantare bandierine. «La direzione intrapresa dalla Commissione europea conferma la bontà e la lungimiranza del governo Meloni che nel decreto Caivano del 2023 ha avviato la prima iniziativa legislativa in Europa per mettere al riparo le giovani generazioni dai rischi del web», rivendica il deputato di Fratelli d'Italia Riccardo Zucconi invocando una presunta ma poco chiara similitudine con il provvedimento Ue. Tanta enfasi ma sull'attuazione l'Italia è ancora all’anno zero.
Mariastella Gelmini (Noi Moderati), richiamando la proposta presentata con Mara Carfagna, rilancia l'idea di potenziare i "Patti Digitali" per coniugare prevenzione ed educazione tra scuola e famiglie. A far da coro c'è l'opposizione: se Sandro Ruotolo (Pd) evidenzia come l'Act sia un passo necessario per spostare la responsabilità dalle famiglie alle piattaforme, ricordando che «gli algoritmi non si fermano alle frontiere», dal M5S Mario Furore e Carolina Morace vedono nell'Act «un passo importante per tutelare la salute mentale dei minori».
Il tranello del paternalismo normativo
Il limite di fondo del Kids Act rimane la pretesa che basti un divieto normativo per risolvere un’emergenza culturale e sociale. La norma stopperebbe funzioni come lo scorrimento infinito o le notifiche notturne ma lascia del tutto intatto il vero motore dei social: gli algoritmi predatori basati sulla profilazione esasperata.
Invece di investire su un'alfabetizzazione digitale seria nelle scuole o costringere i colossi della Silicon Valley a cambiare profondamente il proprio modello di business, la politica continua a preferire la solita scorciatoia del paternalismo normativo. Un anestetico che rassicura momentaneamente gli adulti, lasciando purtroppo i più giovani del tutto disarmati di fronte alle insidie della rete.
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