Sono cadute tutte le gravi accuse rivolte ai 24 volontari che nel 2018 avevano prestato soccorso alle persone migranti. Il processo, iniziato sette anni dopo, ha avuto un impatto sulla vita delle persone coinvolte ma anche sulle attività delle organizzazioni della società civile attive in Grecia
Otto anni dopo, la corte d’appello di Mitilini, a Lesbo in Grecia, ha deciso: tutti i 24 attivisti imputati in quello che è definito il più grande caso di criminalizzazione della solidarietà sono stati assolti. Gli attivisti e le attiviste erano accusati dalle autorità greche di reati gravissimi per l’attività di ricerca e soccorso delle persone migranti portata avanti nell’isola greca nel 2017 e 2018.
«La corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa», dice Seán Binder, uno dei volontari imputati, sostenuto da Amnesty International. «È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi vent’anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità», aggiunge.
Per i reati gravissimi di cui erano accusati – appartenenza a un’organizzazione criminale, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare di persone – gli attivisti infatti rischiavano una pena fino a vent’anni. Mentre le accuse di reati minori – falsificazione, spionaggio e uso illecito di frequenze radio – erano state ritirate per questioni procedurali, in un altro filone del processo chiuso tra il 2023 e il 2024.
«La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto ma anche per la società civile in Grecia e altrove», dice Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International. L’organizzazione è stata osservatrice del processo a garanzia del rispetto dei diritti delle persone accusate, ma ha ribadito – aggiunge Geddie – «ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale».
Il processo
Il processo è iniziato sette anni dopo l’arresto di Binder e Sara Mardini, nuotatrice agonistica siriana, arrivata sulle coste greche con la sorella Yusra proprio su un’imbarcazione in avaria con altre 18 persone. Durante un turno di pattugliamento, i due erano stati avvicinati dalla polizia greca e portati in questura. Qui sono stati trattenuti per due notti, per poi passare oltre cento giorni in custodia cautelare.
«Salvare vite non è un crimine». Questa è la convinzione che ha orientato le azioni dei volontari, in un anno in cui in mare avevano perso la vita o erano state dichiarate scomparse oltre 3mila persone. E con questa convinzione, gli imputati hanno affrontato i sette anni di limbo che hanno poi portato finalmente, lo scorso 4 dicembre, all’apertura del processo nella città principale dell’isola di Lesbo.
Tanta attesa per un processo che nei fatti si è risolto in tre udienze. L’ultima oggi, 15 gennaio, in cui i giudici della corte d’appello hanno sentito i dieci imputati presenti e gli avvocati della difesa.
La vicenda
Binder, attivista irlandese e soccorritore volontario, nel 2017 aveva deciso di andare a Lesbo per partecipare alle attività dell’organizzazione Emergency Response Centre International (Erci), che prestava aiuto alle persone in pericolo in mare, lungo la rotta migratoria che dalla Turchia porta alla Grecia. Nello specifico, i volontari lavoravano pattugliando la costa e provando ad avvistare imbarcazioni in difficoltà, assistendo poi i naufraghi soccorsi una volta raggiunto il suolo europeo.
Le accuse mosse a Binder e agli altri 23 attivisti non hanno avuto “solo” un impatto sulle persone coinvolte, tenendo per anni le loro vite sospese, ma anche sulle attività delle organizzazioni della società civile attive in Grecia nel soccorso e nell’accoglienza delle persone migranti.
«I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite», commenta Geddie.
In un’Europa che criminalizza sempre di più la solidarietà e le persone in movimento, nell’anno in cui è prevista l’entrata in vigore del Patto europeo per la migrazione e l’asilo, la corte di appello di Lesbo ha smontato l’enorme impianto accusatorio costruito dalle autorità verso chi si dedicava a salvare vite umane.
«Anche l’Ue», sottolinea la direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty, «deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare».
Binder, oggi avvocato, sottolinea come da questa pronuncia sono stati chiariti alcuni semplici punti: «Che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente».
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