Si chiude con sentenze pesanti il processo politico ai militanti antifascisti accusati dei disordini del Giorno dell’onore, l’11 febbraio 2023. Non solo per l’attivista non binaria tedesca, che ha comunicato di voler presentare appello: è di sette anni la pena inflitta all’italiano Gabriele M e di due quella alla tedesca Anna M.
Otto anni a Maja T., sette a Gabriele M. e due a Anna M. La sentenza arriva nel primo pomeriggio a Budapest e chiude un processo che fin dal principio ha assunto i contorni di una resa dei conti politica. Per Maja T., unica accusata di aver partecipato alle aggressioni ai danni di militanti dell’estrema destra ungherese in occasione del “Giorno dell’onore”, è arrivata la pena più pesante nonostante le lacune nell’impianto accusatorio.
Nel corso del processo, infatti, non sono state presentate prove certe e vari testimoni hanno dichiarato di non riconoscere Maja. «Si tratta di procedimenti pesantemente condizionati, se non addirittura orchestrati, dal governo Orbán» aveva dichiarato alla vigilia della sentenza l’europarlamentare Ilaria Salis, imputata nello stesso procedimento, affermando di non attendersi buone notizie. Un processo all’antifascismo, che Orbán considera «terrorismo» come il suo alleato Trump, a cui Maja T. ha risposto in aula: «L’antifascismo è la necessaria autodifesa delle democrazie».
La sentenza
E quello a cui si assiste sembra in effetti l’ultimo atto di un processo politico a carico dell’attivista queer tedesc* Maja T., diventata suo malgrado il capro espiatorio perfetto per la narrazione nazionalista di Orbán e del governo ungherese. Nella stessa udienza è arrivata la sentenza anche per l’italiano Gabriele M., condannato a sette anni, e per la tedesca Anna M, condannata a due anni. I due erano imputati in un differente procedimento perché secondo l’accusa avrebbero sostenuto e organizzato le aggressioni pur non partecipandovi direttamente.
La condanna più pesante, come previsto, è arrivata per Maja che dovrà scontare otto anni di reclusione, una decisione contro cui i suoi legali hanno comunicato di voler presentare appello. Fino al processo, Maja T. resta detenuta in Ungheria con le stesse modalità adottate finora, come l’isolamento, fino alla nuova sentenza, poiché il giudice ha rifiutato ogni misura alternativa proposta dall’avvocato, ad esempio la cauzione.
All’origine del processo l’accusa mossa a una ventina di attivisti dell’area antagonista, tra cui Maja, che avrebbero preso parte a una serie di aggressioni avvenute a Budapest tra il 9 e l’11 febbraio 2023. In quei giorni, secondo la ricostruzione della procura, piccoli gruppi avrebbero colpito in diverse zone della città persone ritenute legate al “Giorno dell’Onore”, la manifestazione che ogni anno riunisce militanti neonazisti da tutta Europa e che si svolge con il consenso delle autorità ungheresi.
Nel corso delle udienze, però, l’accusa ha prodotto pochissime prove e nessun testimone ha riconosciuto con certezza Maja come appartenente a quei gruppi. A sostenere l’impianto accusatorio vi erano solo le immagini di una telecamera di sicurezza in cui però non appare il presunto pestaggio. Un’assenza di riscontri che ha alimentato sempre più i timori di un processo orchestrato per arrivare a pene esemplari contro i movimenti antifascisti. «È un palcoscenico kafkiano – ha commentato Ilaria Salis – su cui va in scena lo squallido spettacolo della punizione esemplare che il regime infligge ai propri nemici».
Il clima
Un processo politico alimentato dal governo ungherese e dal primo ministro Orbán che, solo pochi mesi fa, aveva chiesto all’Unione europea di seguire l’esempio di Donald Trump e inserire “Antifa” tra le organizzazioni terroristiche. Una visione del mondo a cui oggi ha risposto in modo chiaro proprio Maja T. nel corso dell’udienza sottolineando come «l’antifascismo è la necessaria autodifesa delle società democratiche, non desiderio di ferire o uccidere».
Ma la narrazione delle autorità ungheresi intorno al processo ha alimentato un clima di tensione che, anche oggi, ha accompagnato l’udienza. Fin dalle prime ore della mattina si sono radunati gruppi di militanti dell’estrema destra ungherese, alcuni con simboli riconducibili all’universo neonazista, croci celtiche appuntate sul petto e bandiere nazionaliste. La loro presenza, silenziosa ma ostentata, è stata tollerata dalle forze dell’ordine, schierate in assetto antisommossa lungo le vie adiacenti.
Una presenza tollerata dalle forze dell’ordine che ha fatto da cornice all’intera udienza, con il chiaro intento di intimorire i sostenitori degli imputati, e ha rafforzato l’idea di un processo sbilanciato. Anche dentro l’aula infatti si è registrata la presenza di un gruppetto di militanti ungheresi che ha emesso grugniti al momento dell’ingresso in aula di Maja, ancora una volta scortatə con mani e pieni legate da spesse catene.
E inevitabilmente sono arrivate immediatamente reazioni entusiaste da parte del governo ungherese. «Complice di Ilaria Salis, – ha commentato su X Zoltan Kovacs, il portavoce del premier ungherese – la terrorista antifa Maja T., è stata condannata in primo grado e sentenziata a 8 anni di carcere».
Detenzione
Maja T. è l’unica delle persone imputate nel procedimento a trovarsi detenuta in Ungheria e la decisione delle autorità tedesche di consegnarla a Budapest nel 2024 aveva suscitato forti polemiche. L’estradizione è infatti avvenuta nonostante la Corte costituzionale federale tedesca avesse disposto lo stop al trasferimento, in attesa di pronunciarsi sul ricorso presentato dalla difesa contro una decisione di un tribunale inferiore.
Nel febbraio 2025 la stessa Corte ha stabilito che l’estradizione era illegittima e che Maja T. non avrebbe dovuto trovarsi in carcere in Ungheria dove invece è rimasta detenuta per oltre 18 mesi in condizioni degradanti. I suoi legali hanno più volte sottolineato la sproporzione della pena richiesta dalla procura ungherese, 24 anni, e l’assenza di garanzie sull’indipendenza della magistratura ungherese ma ogni tentativo di riportarla in Germania è naufragato.
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