Il Budapest Pride torna a sfilare senza divieti. Nello stesso giorno, il 27 giugno, in cui migliaia di persone scendono in strada anche a Milano e Napoli, nella capitale ungherese la manifestazione assume un significato che va oltre la rivendicazione dei diritti Lgbtqia+. Un anno fa, organizzare la parata poteva significare finire sotto indagine, ed è accaduto, come conseguenza alle politiche messe in atto dal governo di Viktor Orbán che aveva trasformato la comunità Lgbtqia+ in uno dei principali bersagli della sua offensiva politica.

Dopo la sconfitta elettorale dell’ex primo ministro e l’insediamento dell’esecutivo guidato da Péter Magyar, l’onda arcobaleno può tornare ad attraversare liberamente le strade di Budapest.

«Questo Pride è allo stesso tempo una celebrazione, una protesta e un atto di resistenza politica», spiega a Domani Petra Buzás, interna al coordinamento del Budapest Pride. «Celebriamo la forza, l’amore e la diversità della nostra comunità. È una protesta perché in questi anni le leggi hanno colpito direttamente la nostra comunità e infine è resistenza perché quando uno Stato decide chi può essere visibile nel proprio Paese, la visibilità stessa diventa una presa di posizione democratica».

Il cambio di clima politico in Ungheria è arrivato nel giro di pochi mesi, dopo l’insediamento del nuovo governo, la polizia ungherese ha comunicato di non avere individuato alcun motivo per vietare la marcia. È arrivata a Budapest, anche per partecipare al Pride, la commissaria europea per l’Uguaglianza, Hadja Lahbib, alla sua seconda visita ufficiale: un segnale di come Bruxelles segua l’evoluzione dello stato dei diritti nel Paese.

Infine, solo poche settimane fa, il 4 giugno, la Procura generale ha archiviato le indagini nei confronti del sindaco Gergely Karàcsonov e dell’insegnante e attivista Géza Buzás-Hábel, accusati rispettivamente di avere organizzato il Pride di Budapest e quello di Pécs. Le accuse erano l’effetto della legge sulla cosiddetta «protezione dei minori», approvata nel 2021, e che vietava la «rappresentazione e promozione» dell’omosessualità ai minori di 18 anni. La Corte di Giustizia Europea, lo scorso aprile, ha dichiarato la norma discriminatoria e in contrasto con una società fondata sul pluralismo e diritti fondamentali, come la libertà d’espressione.

La democrazia vista dal Pride

«Il Pride per noi non è un evento di parte ma una presa di posizione per i diritti umani», continua Petra Buzás. «Dimostra che le persone Lgbtq+ vivono qui, che questa è la loro casa e hanno gli stessi diritti di chiunque altro. Lo scorso anni nonostante il divieto centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per difendere la libertà, l’uguaglianza davanti alla legge e il diritto di riunirsi pacificamente. Da tempo il Pride in Ungheria è molto più di una marcia della comunità: è il minimo indispensabile di una democrazia».

Se le conseguenze delle politiche del governo Orbán sono state evidenti sul piano legislativo, l’effetto più profondo è stato quello culturale. «Per anni le persone Lgbtqia+ sono state raccontate come una minaccia per i bambini, le famiglie e i cosiddetti valori tradizionali. Tutto questo ha trasmesso un messaggio sociale chiaro: la comunità Lgbtqia+ vale meno». Tra le restrizioni attuate dal 2010 in poi, con l’obiettivo di colpire le persone Lgbtqia+, c’è anche il divieto del riconoscimento legale del genere.

«Molti giovani Lgbtqia+ sono cresciuti vedendo la propria identità rappresentata come un tabù. Questo genera paura, isolamento, autocensura. Nelle città più piccole la situazione è ancora più difficile, perché esistono meno spazi sicuri e il linguaggio d’odio si riflette con maggiore forza nella vita quotidiana».

Di anno in anno, la lotta per l’uguaglianza in Ungheria è diventata una stessa alleata della difesa della democrazia stessa. «Quando un governo decide che i diritti di una minoranza possono essere limitati per ottenere un vantaggio politico, è un avvertimento per tutti. Per questo diciamo che il Pride in Ungheria riguarda non solo la comunità ma il tipo di Paese in cui vogliamo vivere».

E proprio ora che il governo è cambiato, gli attivisti si aspettano una maggiore presenza da parte dell’Europa. «È stato importante sapere di non essere soli un anno fa ma oggi le dichiarazioni politiche non bastano. Ci aspettiamo che le istituzioni europee continuino a monitorare il nostro Paese, chiedendo conto al governo del rispetto dei diritti fondamentali e che sostengano il lavoro delle organizzazioni della società civile. Chiediamo di non essere più il bersaglio della propaganda politica di nessuno e di avere gli stessi diritti degli altri».

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