Il testo del “Melonellum” domani in aula alla Camera. La destra vuole chiudere entro agosto. Tra le ultime modifiche, quella sulla raccolta di firme. Che rilancia il ruolo dell’ex premier
Sono bastati pochi giorni a spiegare il motivo dell’inspiegabile lavoro al ralenti per la formazione della quarta gamba del centrosinistra. Italia viva stava aspettando, con pazienza, la certificazione della propria possibilità di presentarsi al voto senza raccogliere firme. La legge attuale non lo consentirebbe, come non lo consentirebbe ad Azione, e neanche a Avs: la «ratio» è impedire che si presentino al voto le liste «civetta», dunque possono non raccogliere le firme solo le forze politiche che hanno il gruppo parlamentare in entrambe le camere e dall’inizio della legislatura. Ma l’altro ieri in commissione è arrivato un emendamento alla legge elettorale, proposto da Azione e “opportunamente” riformulato dalla maggioranza – ce n’era anche uno di Più Europa, che però ha rifiutato la riformulazione – che concede l’esenzione ai partiti che hanno un gruppo in una camera, che si sia formato entro il 31 dicembre 2025. È stato ribattezzato norma «anti Vannacci». Gli uomini del generale alla Camera hanno fatto un circo, hanno urlato alla «marchetta».
A sinistra si sono sentite poche voci in dissenso. Fin qui quasi nessuna. Perché questa norma risolve alcuni problemini del campo largo. Permette, infatti, di “sanare” non solo la posizione di Azione, che non ha gruppo al senato, ma anche quella di Italia viva, ora Italia viva – Casa Riformista, che a inizio legislatura si chiamava «Azione - Italia Viva - Renew Europe»; di Avs, che al Senato siede nel misto; oltreché, dall’altra parte, di Noi Moderati, che ha formato il gruppo alla Camera grazie ad alcuni parlamentari a inizio legislatura. Chi resta fuori? Più Europa.
Insomma Renzi, che pure è preoccupato e anche parecchio irritato dal tentativo di escluderlo dalla coalizione da parte di M5s e, dietro le quinte, di Avs – un tentativo comunque respinto da Elly Schlein con parole molto chiare all’ultima direzione Pd – per la riunione della «quarta gamba» l’ha presa comoda dall’inizio. E ora si capisce perché: aspettava di rendere consapevoli gli amici cespugli, da Alessandro Onorato al socialista Enzo Mario, da Ernesto Maria Ruffini a Vincenzo Spadafora, e naturalmente a Più Europa, che devono venire a Canossa, a bussare alla Casa riformista, e con il cappello in mano. Se invece vogliono presentarsi autonomamente, dovranno farsi il mazzo per raccogliere le firme. Ne servono circa 2mila per collegio plurinominale: e fra i collegi plurinominali alla Camera, che sono 49, e i 33 del Senato, ne servono circa 150mila. Beninteso: il mazzo se lo faranno ai banchetti, perché la destra in commissione ha anche escluso l’uso della firma digitale, che pure è stata introdotta per i referendum.
Domani la legge elettorale arriva in aula per la discussione generale. Federico Fornaro, del Pd, ieri ha riferito che il termine per depositare gli emendamenti è stato indicato per lunedì. Dopo le parole di Giorgia Meloni consegnate alla festa della verità, «tornare indietro sarebbe devastante», ieri si è capito che la maggioranza ha ingranato la quarta. L’intenzione, dopo la prima discussione, è quella di andare in aula il 7 luglio, chiudere entro il 10 luglio – dunque con il voto di fiducia – poi spedire celermente la legge al Senato e approvarla il 10 agosto. Una legge approvata prima di settembre, che le opposizioni bollano di «incostituzionalità» – non infrange neanche le raccomandazioni della Corte Europea dei diritti dell'uomo: sarebbe stata approvata a un anno dalla scadenza della legislatura. Pazienza se poi la legislatura effettivamente finirà in anticipo ad aprile.
Resta che, se le cose restano così e al netto di aggiustamenti dell’ultima ora – improbabili, la destra non ha intenzione di semplificare la vita a Vannacci – Più Europa dovrebbe raccogliere le firme, peraltro in un numero monstre. Il suo segretario Riccardo Magi in aula sarà un relatore di minoranza. Ed è furibondo. Il suo partito, spiega, si presenta agli elettori dalla nascita, cioè da due turni elettorali politici e due turni europei. «Nell’ultimo, quello del 2022, abbiamo raccolto 790mila voti, il 2,9 per cento. Noi Moderati, che è in maggioranza, ne ha presi 250 mila di Noi Moderati, lo 0,9 per cento. Il partito di Lupi è riuscito a ottenere poi più seggi in Parlamento perché ha eletto più candidati nei collegi uninominali previsti dal Rosatellum. Ora la destra vuole davvero prendersi la responsabilità di cancellare una forza politica che ha preso più del doppio di un loro alleato? Attenzione, perché questa è materia incandescente».
Magi promette numeri in aula, dove chiederà a tutti i leader dei gruppi delle opposizioni di firmare i suoi emendamenti per allargare le esenzioni dalle firme, o almeno per permettere l’utilizzo delle firme digitali. E avverte: «Spero che li sottoscriva anche il gruppo di Italia viva».
In commissione Federico Fornaro, del Pd, ha proposto due vie «tecniche» per ovviare il problema. Elly Schlein, che fin qui ha pregato tutti quelli della “quarta gamba” di «parlare con Renzi» per mettere insieme una lista unica, ora è a conoscenza della crisi in corso. Del resto, lei lo sa, lo stile del fiorentino non è dolce: e una cosa è unire le forze, un’altra consegnarsi a lui. Alessandro Onorato, fondatore di Progetto civico Italia, ieri su La7 ha annunciato come «non lontana l’ipotesi di un coordinamento politico» fra Più Europa, il Psi di Enzo Maraio e la rete «Più Uno» di Ernesto Maria Ruffini. E cioè di tutti quelli che fin qui sono andati a parlare con il fondatore di Iv e ne sono usciti sconfortati dalla boria egemonica. Ma forse Onorato è rimasto un passo indietro: se passa la legge elettorale così com’è, dovranno scegliere. O farsi piacere Renzi, o tenere pronti i banchetti per lo scioglimento delle Camere: tutti a raccogliere le firme.
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