La stagione dell’amore viene e va, cantava Franco Battiato. Eppure nella liaison politica tra il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, difficilmente tornerà tutto come al tempo della fondazione di Fratelli d’Italia.

“Senza paura”, era lo slogan con cui passo dopo passo hanno conquistato il consenso fino a trasformarlo in potere, che oggi governa l’Italia, o meglio «la nazione», ci correggerebbero i patrioti.

Al di là delle dispute lessicali, nel caso di Meloni e Crosetto il conflitto è ormai esploso, seppure mai ostentato. I panni sporchi nelle famiglie tradizionali si lavano in casa. Nell’ultimo anno la distanza è incolmabile tra “il gigante e la bambina”, che non è il titolo del brano di Lucio Dalla, ma di un articolo del Giornale, anno 2012. L’anno cioè in cui uniti i due fondatori davano l’assalto al cielo del centrodestra boicottando lo strapotere di Forza Italia e negando il sostegno al governo di Mario Monti.

Affari di traverso

Ora però è diverso. La questione del riarmo, il budget per la Difesa, le nomine dentro Leonardo (la società partecipata dove il ministro si sente a casa) e nei Carabinieri, la diffidenza degli eredi di Colle Oppio per il più democristiano di Fratelli d’Italia. E poi ancora i piccoli e grandi scandali, i conflitti di interessi rivelati dal nostro giornale (e anche dal Fatto quotidiano), sui quali Crosetto si sarebbe aspettato una presa di posizione da Palazzo Chigi a sua difesa: non è un segreto che il ministro, già presidente della federazione delle industrie degli armamenti (Aiad), avrebbe preferito ricoprire il ruolo di ministro delle Imprese, per evitare che i giornali sollevassero le questioni di opportunità evidenti nel passare da lobbista delle armi a capo della Difesa, che interloquisce con quelle stesse aziende che un tempo rappresentava.

Un ostacolo già evidente nel 2018 e che Crosetto aveva dribblato con le dimissioni da parlamentare per dedicarsi alla presidenza di Aiad, la sua passione più grande, dopo la politica: un passo indietro «sofferto» (con lacrime in aula) per evitare, riportano le cronache dell’epoca, contestazioni di possibili conflitti di interessi. Certo è che nel 2022 poi andrà alla Difesa, e il problema è riesploso con ancora più forza e imbarazzo per il governo al tempo appena nato.

Ed è con le prime rivelazioni e le indagini che hanno riguardato aziende, amici, ex amici, agenti segreti legati al ministro, che proprio il numero uno della Difesa si sarebbe aspettato una corazzata meloniana a fargli da muro. Così non è stato. Perché non sono pochi dentro Chigi a ritenere poco convenienti per la solidità dell’esecutivo quei rapporti ereditati dai tempi in cui era lobbista degli armamenti e quei legami con imprenditori nella cybersicurezza: su tutti, Carmine Saladino indagato nell’inchiesta sui fondi riservati dei servizi segreti assieme a un altra figura controversa come Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (il controspionaggio interno) il cui sponsor più di peso è stato Crosetto.

Persino l’intreccio di interessi tra la Difesa (nelle sue varie articolazioni) e la società Deas al centro di indagini e scoop giornalistici ha turbato la pace dentro Fratelli d’Italia: la vasta area ex missini considera Crosetto un imprenditore prima che un politico. Il viaggio di famiglia a Dubai nelle ore precedenti le prime bombe sull’Iran ha scatenato i suoi detrattori interni a FdI. Sia per la gestione del caso una volta deflagrato sia perché consapevoli che gli Emirati sono il centro degli affari dello storico amico nonché socio della moglie di Crosetto Giancarlo Innocenzi Botti.

La solitudine del potere

I fatti messi in fila così potrebbero spiegare la riflessione apparsa, alcuni mesi fa, nella forma di un retroscena sul Corriere della sera: «Mi sono sentito molto solo in questi tre anni, durante i quali non ho ricevuto nessuna solidarietà né politica né umana», ha il ministro a Francesco Verderami, in una sorta di intervista-sfogo al ministro (che molto si arrabbierà - almeno così disse ai suoi collaboratori - con il cronista per averla pubblicata). La freddezza di cui parla il ministro riguarda anche l’atteggiamento di Chigi. Ma, trattandosi di voci confidate ad amici, peraltro ignoti, naturalmente, non vi è certezza.

Lasciamo le voci sullo sfondo e proviamo a stare sui fatti, che hanno generato il crescente scetticismo di Meloni nei riguardi di Crosetto. A partire dai più recenti: l’annuncio della premier di utilizzare solo 5 dei 14,9 miliardi prenotati attraverso il programma europeo Safe (Security Action for Europe): strumento di prestiti della Commissione europea pensato per rafforzare gli armamenti contro la minaccia russa e bilanciare il disimpegno americano.

Meloni vuole dare priorità al caro energia, anche in chiave elettorale. Crosetto però è il più strenuo sostenitore dell’impegno massiccio di risorse nel riarmo. Visioni differenti, che si depositano su un manto rovente di tensioni e sospetti accumulati in questi ultimi due anni. Come, per esempio a voler restare in ambito armamenti, si racconta di una profonda amarezza di Crosetto per la decisione presa da Chigi su Roberto Cingolani, silurato da Leonardo per metterci Lorenzo Mariani. Amarezza che si fa acredine ora che il nuovo amministratore delegato sta riflettendo su una possibile riorganizzazione interna: a farne le spese potrebbe essere un (ex)amico dello stesso ministro, Luigi Della Volpe, ex servizi segreti e messo da Cingolani e Crosetto a capo della sicurezza del colosso di Stato.

E sulle nomine si è consumato un altro dei tanti strappi nel corso di questa legislatura: pomo della discordia anche l’indicazione del comandante generale dei Carabinieri. Crosetto è uscito vincitore con il generale Salvatore Luongo che l’ha spuntata. Meloni avrebbe preferito Mario Cinque (ora numero due dei servizi segreti del Dis). Alla fine però anche la premier e il fedele Alfredo Mantovano si sono oggi convinti delle qualità di Luongo.

In questa costante disputa è utile considerare anche il contesto relazionale che separa la premier dal ministro. La prima circondata dai suoi della scuola di Colle Oppio (il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, su tutti) e dall’ex toga Mantovano. Entrambi considerano Crosetto più un problema che una risorsa per il partito. Anche perché la sindrome dell’accerchiamento che affligge i meloniani ha portato a valutare inopportune alcune uscite del ministro. In particolare recenti interviste in cui orienta la linea del partito verso il centro: lette all’interno come il tentativo di presentarsi come possibile candidato alla presidenza del Consiglio in un eventuale governo tecnico (pure assai improbabile). Ma tanto basta a svegliare l’ossessione del grande complotto che agita Chigi su ogni mossa non concordata.

Ad alimentare i sospetti c’è infine la competizione non dichiarata frutto di un sogno segreto sia di Crosetto sia di Mantovano: diventare presidente della Repubblica. Un solo posto per due aspiranti. Fratelli sì, ma coltelli.

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